Berlusconi a processo, l'ira di Silvio
«E' persecuzione così tutti al macello»

Giovedì 24 Ottobre 2013 di Mario Ajello
Silvio Berlusconi

Arriva la nuova raffica da Napoli. Lo sfogone dentro le mura di Palazzo Grazioli, dove Silvio assediato, ha un ritmo in crescendo. Me l’aspettavo, sono l’uomo da abbattere. Vogliono sbattermi in galera e buttare la chiave. Quando diranno che svaligio le banche e che rapino le vecchiette?». Lo scoramento. L’ira. La prima cosa che Berlusconi fa, quando la nuova tegola gli arriva addosso e ha già saputo del flop del lungo incontro tra Alfano e Fitto che non ha portato pace, è quella di chiedere a tutti di fare dichiarazioni a sua difesa sulla «persecuzione infinita». «Dimostrate di volermi bene. Tutti. Ho bisogno di tutti», è quasi un’implorazione quella di Berlusconi. In una delle giornate più nere per lui e per il partito, che neppure la «bomba a orologeria di Napoli» riesce a riunificare almeno nel nome di Silvio martire.

E quando a cena va da lui Denis Verdini ha buon gioco a parlargli così: «Fai cadere il governo. Facciamo subito Forza Italia. E’ l’unica cosa che ti può garantire la libertà. I sondaggi sono buoni. Votiamo a marzo e vediamo chi è più forte». Il Silvio depresso di questi giorni - «Ha spesso lo sguardo nel vuoto e in lontananza sembra vedere le grate della finestra di una cella», così lo descrivono i più intimi - ieri è tornato combattivo. «Vuole finalmente prendersi il partito», assicura la Pitonessa Santanchè, anche perchè - parole di Silvio - «l’incontro tra Alfano e Fitto non è servito a nulla». E ognuno dei due è rimasto fermo nelle proprie rigidità quando sono stati convocati, separatamente, a Palazzo Grazioli. Una giornata terribile, quella del Cavaliere, nella quale deve subire anche il ricorso di Veronica sul dimezzamento degli alimenti («Un milione e mezzo al mese sono pochi», secondo la Lario), mentre anche nella nuova famiglia «mi stanno portando la guerra». Ovvero: Francesca Pascale era l’elemento calmierante di Silvio, l’unica tra i due a restare lucida in questa fase durissima ma anche lei - un giorno la danno della lesbica, un altro giorno dicono che è una fedifraga - ha le sue battaglie da combattere e fatica a mantenere quella tranquillità che dà tranquillità anche al suo amato.

GUERRA CHIAMA GUERRA

I falchi lo chiamano, per stargli vicino e per ribadire che «guerra chiama guerra». Le colombe, ministri compresi, lo chiamano, per dirgli: «La migliore risposta all’accanimento giudiziario è stare al governo. Rimanere uniti, senza scivolare in falli di reazione». «Sì, va bene», replica il Cavaliere: «Ma a me chi mi difende? Se non la smettete di litigare, non perdo soltanto io. Andiamo al macello tutti quanti». Alfano gli dice che è «inqualificabile» la vendetta consumata dai falchi in Senato contro Quagliariello, Silvio dice che lui non c’entra ma il Vietnam parlamentare sulle leggi del governo è per lui anche un modo per reagire contro Napolitano di cui pensa ciò che pensa la Santanchè (ossia il colmo della slealtà) e contro il destino cinico e baro che gli sta stringendo il cappio al collo. Ma attenzione, tra i falchi ci sono anche quelli che non hanno il coltello tra i denti e il loro mood, dopo la vicenda del Senato, lo riassume così Ignazio Abrignani: «Le posizioni estremistiche danneggiano tutti coloro che stanno lavorando per l’unità del Pdl. A cominciare da Berlusconi». Che mai come ieri è sembrato deciso a riprendersi in mano il partito. «Ma come faccio ad avere la serenità per occuparmi di queste cose, mentre la sinistra e i giudici vogliono cancellarmi dalla faccia della terra?». Si sente mezzo azzerato: «Ma non gli farò finire l’opera».

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