Rivolta nel carcere di Santa Maria:
regia unica, in tre ribelli anche a Foggia

Sabato 13 Giugno 2020 di Giuseppe Crimaldi

Tira una brutta aria nelle carceri italiane. E i segnali d’allarme, questa volta, partono da Santa Maria Capua Vetere. Guarda caso, l’istituto penitenziario in provincia di Caserta all’interno del quale erano stati trasferiti alcuni dei rivoltosi che fecero sfracelli nel carcere di Foggia, durante l’emergenza Coronavirus.

MASSIMO ALLARME
Solo coincidenze? Nessuno crede a questa ipotesi. A fomentare l’ennesima rivolta carceraria sarebbero stati tre “capi” che ordirono già la trama dei disordini nell’istituto penitenziario foggiano. Era il 9 marzo, e l’Italia precipitava nel lockdown. Approfittando dei timori legati alla pandemia 200 detenuti insorsero protestando contro le restrizioni ai colloqui dovute all’emergenza Coronavirus. Almeno 50 di loro riuscirono ad evadere. «Vogliamo l’indulto e l’amnistia - urlarono durante la protesta - non possiamo stare così con il rischio del Corinavirus. Qui viviamo nell’inferno». Ma oggi quel rischio di contagio non c’è più. Eppure quegli stessi artefici delle violenze sono riapparsi. Manovrati? Da chi? «C’è chi sta buttando benzina sul fuoco - confida al “Mattino” una autorevole fonte investigativa. La criminalità organizzata? «Sono sempre gli stessi - replica l’investigatore - Anche se stiamo lavorando per raccogliere elementi che reggano a questa ipotesi». E in realtà di sospetti ce ne sono. C’è da chiedersi, tanto per cominciare, come mai da Foggia lo scenario delle violenze si sia trasferito proprio nel carcere sammaritano. Poggioreale, altro epicentro di clamorose proteste legate all’emergenza carceraria, tace.

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L’INCHIESTA
Senza girarci intorno a un dito, Santa Maria Capua Vetere sembra essere diventato il nuovo focolaio di rivolta. Guarda caso, si tratta della stessa struttura penitenziaria all’interno della quale lavoravano gli agenti della Polpen raggiunti da avvisi di garanzia con ipotesi d’accusa gravissime. Indagati una cinquantina di baschi blu: devono rispondere di presunti pestaggi avvenuti il 6 aprile, e tra i reati contestati dalla Procura sammaritana figurerebbe anche quello di tortura. 

LE REAZIONI
In questo tesissimo clima si leva la voce dei sindacati della Polizia penitenziaria. A cominciare da quella di Donato Capece, segretario generale del Sappe: «Da mesi si registrano situazioni di tensione nel carcere e nei penitenziari campani: questo clima di violenza e sospetto contro la Polizia Penitenziaria è inaccettabile, come lo è il non dare al personale le garanzie di tutela verso i detenuti violenti, che adesso usano anche la clava delle denunce nonostante il nostro operato è sempre improntato a garantire sicurezza in carcere. Confidiamo che i nuovi vertici dell’Amministrazione Penitenziaria raccolgano il nostro appello.». Rincara la dose il segretario nazionale del Si.N.A.P.Pe, Luigi Vargas: «Dopo la spettacolarizzazione dell’operazione di polizia giudiziaria nei confronti dei poliziotti penitenziari in servizio al carcere sammaritano, inevitabilmente le tensioni nei reparti detentivi hanno raggiunto livelli allarmanti. Alcuni detenuti più facinorosi ormai hanno maturato un senso di impunità dopo le rivolte di marzo e aprile. Siamo ancora più convinti che l’operazione di giovedì scorso da parte dei carabinieri andasse condotta con ben altre modalità atte a garantire la necessaria riservatezza e l’incolumità dei poliziotti quotidianamente a contatto con la popolazione detenuta». Al fianco degli agenti anche il garante dei detenuti della Regione, Ciambriello: «Solidarietà agli agenti che da soli, senza educatori e psichiatri, sono costretti a fronteggiare questa emergenza di detenuti problematici».
 

Ultimo aggiornamento: 14 Giugno, 16:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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