Giornalista denuncia censura di Facebook e Twitter perché non può pubblicare il suo articolo, la replica: «Verifiche standard per limitare la disinformazione»

Giovedì 15 Ottobre 2020 di Nico Riva

«Questo è un golpe dell'informazione Big Tech, è guerra civile digitale. Io, editor del New York Post, uno dei quotidiani più importanti in circolazione, non posso condividere un mio articolo che mette in mostra la corruzione del candidato presidenziale Joe Biden». A parlare è il giornalista Sohrab Ahmari, che denuncia la censura di Twitter nei suoi confronti. Il social network ha infatti bloccato il suo pezzo perché "potenzialmente dannoso" e "inaffidabile" prima di una verifica. La replica del reporter, sulle pagine del NYP, non si è fatta attendere: «Se il problema è l'inaffidabilità, perché i social network non bloccano mai le storie anti-Trump?»

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«Così appare il totalitarismo nel nostro secolo: non con uomini in celle oscure che infilano viti sotto le unghie dei dissidenti, ma con i secchioni della Silicon Valley che rimuovono dalle vaste fasce di Internet una dannosa descriziose del loro candidato presidenziale preferito». Già dall'incipit dell'articolo, Sohrab Ahmari parte alla carica, furibondo per la censura di Twitter e Facebook. 

Ma qual è lo scoop tanto scottante che i social starebbero proteggendo dalle condivisioni? Qual è questa notizia bomba che preoccuperebbe tanto Twitter & Co.? Si tratta di un nuovo report su Hunter Biden, figlio del candidato sfidante di Donald Trump, nel quale il New York Post rivelerebbe il perché sia stato assunto da un'oscura azienda ucraina alla paga di 50mila dollari al mese e i rapporti controversi della famiglia Biden. La cosiddetta "Ucrainagate" è un'inchiesta che va avanti da prima delle scorse elezioni. 

Stando alle prove che il NYP sostiene di avere ottenuto, Hunter Biden avrebbe presentato i capi dell'azienda a suo padre, quando Joe ricopriva il ruolo di vicepresidente di Barack Obama. «Era il secondo uomo più potente sul pianeta, con grande influenza su quello Stato europeo. Questa informazione, dato che siamo vicini alle elezioni, non è nell'interesse pubblico? Certo, ma è molto imbarazzante per il rivale del Presidente Trump, perciò i social media son entrati in azione». 

Dopo la pubblicazione sul sito del quotidiano, Facebook e Twitter hanno cominciato a bloccare la condivisione del pezzo da parte degli utenti. Entrambi i social media, attraverso i propri portavoce, si sono difesi dalle accuse di censura. Andy Stone, di Facebook, specifica: «All'interno del processo standard di lotta alla disinformazione, stiamo temporaneamente riducendo la distribuzione della storia pubblicata dal Post, in attesa di un fact-check da parte dei verificatori indipendenti». La replica di Twitter è analoga.

Ma per il giornalista Sohrab Ahmari ciò è inaccettabile, perché nell'articolo sarebbe spiegato chiaramente di che materiali si parli e come il giornale ne sia entrato in possesso. Ma soprattutto, si chiede Ahmari, se il problema di fondo è questo, com'è possibile che negli ultimi quattro anni siano state condivise senza problemi «milioni di storie anti-Trump che poi sono risultate totali fesserie, senza che Twitter o Facebook prendessero analoghi provvedimenti»? 

Negli ultimi mesi, i social network hanno incrementato i propri sforzi nella lotta alla disinformazione galoppante sulle proprie piattaforme (ad esempio le pubblicità NoVax e la teoria del complotto QAnon) anche in vista delle prossime elezioni americane del 3 novembre. 

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