75 anni dopo, pubblica il suo diario di Auschwitz: l'orrore attraverso gli occhi della quattordicenne ​Sheindi

Mercoledì 29 Gennaio 2020 di Nico Riva

Ha atteso 75 lunghissimi anni. Poi ha deciso che il suo diario, scritto di nascosto ad Auschwitz-Birkenau, avesse un valore troppo importante per non essere pubblicato. Così Sheindi Miller-Ehrenwald, a ridosso del Giorno della Memoria, ha donato quelle 54 pagine ingiallite, intrise di lacrime e ricordi dolorosi, al Museo di Storia di Berlino. Ma soprattutto, ha regalato la sua preziosa testimonianza al mondo intero. «Io morirò presto, e non voglio che tutte le persone assassinate allora vengano dimenticate. Quando sento qualcuno negare l'Olocausto, mi prende una rabbia incontrollabile. In questo diario c'è scritto nel dettaglio quello che è successo davvero», ha specificato al tabloid tedesco Bild. 

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Di nascosto, la quattordicenne Sheindi ha documentato gli orrori dei campi di concentramento nazisti. Fu deportata ad Auschwitz-Birkenau nella primavera del 1944, e nel campo perse quasi tutta la sua famiglia. Nelle 54 pagine del diario, Sheindi racconta la loro morte atroce, le sue paure, i lavori forzati e perfino il suo incontro con il celebre autore di esperimenti medici disumani Josef Mengele. Dopo 14 lunghissimi mesi di terrore, fu liberata insieme a sua sorella maggiore Jitti, di 6 anni più grande. 

Il 20 marzo del 1944, l'esercito tedesco invase l'Ungheria con l'Operazione Margarethe. Un'unità speciale di 200 uomini, guidata dal Obersturmbannführer (Tenente colonnello) delle SS Adolf Eichmann, guidò l'assalto che si tradusse nella deportazione di 800.000 ebrei ungheresi. Sheindi e la sua famiglia vivevano a Galanda, una città che oggi fa parte della Slovacchia, al confine con l'Austria. Fino all'invasione nazista, la vita a Galanda scorreva abbastanza tranquilla. In pochi giorni, le SS individuarono tutti gli ebrei della città, e li portarono via. 

«Ognuno tiene qualcosa fra le mani. "Muovetevi, muovetevi". Tutto è stato rimosso dalla nostra casa. Io rientro velocemente e mi guardo intorno. Non riesco a reggerlo ed esco di corsa, sbattendo la porta. Sento che la chiudono per sempre, mentre noi veniamo portati via. Dal posto che mio padre aveva comprato. Un pezzo del mio cuore si è infranto», recita un estratto del diario di Sheindi. Dopo 75 anni, Sheindi confessa al Bild: «Forse i nostri genitori sapevano dove intendevano portarci. Ma di certo non sospettavamo che volessero ucciderci».

Il racconto prosegue alla stazione dei treni di Galanda. Migliaia di persone delle città vicine sono già lì, mentre i soldati delle SS e la polizia ungherese gridano nomi, scrivono liste e sequestrano gioielli e denaro. Il caos e il terrore regnano sovrani. «Le donne venivano poste sulla destra, gli uomini a sinistra per i controlli in una piccola cabina. Solo una parte dei bagagli si può portare sul treno, il resto lo buttano via. Io reclamo le mie cose, e per tutta risposta me le lanciano in faccia». Poi Sheindi, i genitori, i nonni, i fratelli e le sorelle salgono tutti insieme nel vagone, che agli occhi della giovane Sheindi «sembra una prigione».

Di fronte ai giornalisti di Bild Peter Hell e Christin Wahl, nella sua casa di Gerusalemme, Sheindi tira fuori le 54 pagine ingiallite del diario e afferma: «Sono sorpresa di come abbia potuto scrivere tutto ciò. Era così pericoloso che in teoria non sarebbe stato possibile. Eppure continuai a scrivere. Ma solo ora, dopo 75 anni, mi sento pronta per raccontare al mondo la storia del mio diario. Presto morirò, e non voglio che tutte quelle persone uccise vengano dimenticate». Dagli incontri con i reporter di Bild e dai racconti atroci di Sheindi è stato tratto anche un documentario di 35 minuti, la cui realizzazione ha richiesto un anno. Alla fine la sopravvissuta ha aggiunto: «Mentre scrivevo il mio diario la mia paura più grande era che un tedesco potesse leggerlo. Oggi la mia gioia più grande è proprio farlo leggere ai tedeschi».

Ultimo aggiornamento: 21:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA