I dossier per il nuovo Presidente: legge elettorale e riforme.

Lunedì 24 Gennaio 2022 di Paolo Balduzzi e Alessandro Campi

di Alessandro Campi

Legge elettorale e riforme: l’agenda per la “normalità”

Serve, si ripete da più parti, un Presidente della Repubblica di garanzia, capace di assicurare al meglio – come la Carta prevede e richiede – l’unità nazionale. In condizioni normali, sarebbe un requisito più che sufficiente, oltre a costituire – vista la carica – una sorta di minimo politico-sindacale. Anche se ciò non può significare eleggere una personalità priva di una sua specifica appartenenza o di un riconoscibile profilo politico-culturale. Tutti i Presidenti sinora eletti sono stati espressione di una parte, se non di un partito in senso proprio: è nell’esercizio del ruolo che si acquisisce indipendenza anche dalla propria storia, ideologia e provenienza.
Ma che farsene di un Capo dello Stato che sia soprattutto “equilibrato” e super partes quando il problema dell’Italia, come proprio la scadenza istituzionale della successione a Mattarella sta dimostrando, è mettere mano ad una radicale ristrutturazione del suo sistema politico-partitico e della sua stessa architettura costituzionale, giunti ormai alla paralisi? 


EQUILIBRI
Da Oscar Luigi Scalfaro in poi, col venire meno degli equilibri di potere che avevano segnato la storia repubblicana per un cinquantennio, la Presidenza della Repubblica è divenuta sempre più il perno istituzionale intorno al quale ha preso a ruotare l’intera macchina politico-pubblica nazionale. Con Napolitano e Mattarella questa centralità strategico-decisionale del Quirinale – una vera e propria azione di supplenza a fronte di partiti sempre più deboli e impotenti, di un Parlamento balcanizzato incapace di produrre esecutivi stabili e autorevoli, di uno Stato senza più nessuno capace di difenderne e rappresentarne gli interessi primari sulla scena internazionale – si è fatta ancora più evidente.


Ormai non è più questione di un’interpretazione in senso estensivo, come tale discrezionale e soggettiva, oltre che occasionale, dei poteri che la Costituzione assegna da sempre a chi siede al Quirinale: la “fisarmonica” teorizzata a suo tempo da Giuliano Amato e che dovrebbe attivarsi solo nelle situazioni di crisi. Il potere dirimente del Colle è ormai un dato strutturale e fisiologico, dal momento che la crisi italiana post-Tangentopoli ha assunto a sua volta un carattere perpetuo. D’altro canto, con l’Italia divenuta sempre più una democrazia senza partiti, un regime parlamentarista nel quale il Parlamento non ha più alcuna centralità, chi altri se non la Presidenza della Repubblica, da chiunque occupata, può garantire quell’unità dell’indirizzo politico nazionale (all’interno del Paese e sulla scena internazionale) e quella stabilità nell’azione del governo che gli altri attori non sono più in grado di assicurare?
La domanda che viene spontanea è quanto potrà però durare un simile stato di cose (qualcuno descrive l’Italia come un sistema parlamentare a correttivo presidenziale, altri più brutalmente come un presidenzialismo de facto) prima che tutto si sfasci e prima che lo stesso Quirinale – forzando così tanto e così a lungo i suoi poteri – finisca per diventare esso stesso espressione di quella situazione di profonda crisi istituzionale che sin qui ha contribuito a tamponare? 


Ne consegue che il prossimo Presidente della Repubblica – uomo o donna, di destra o sinistra, tecnico o politico – ha dinnanzi un compito politico particolarmente delicato. Quello di favorire con ogni possibile mezzo legale, nelle vesti di arbitro-regista delle istituzioni repubblicane che sono ormai proprie di questa magistratura, la normalizzazione del sistema politico italiano dopo anni segnati da una logica di stampo emergenziale che ha prodotto – da Dini a Draghi, passando per Monti – continue gestioni commissariali della democrazia italiana. 
Il che per l’Italia significa due sole cose: tornare ad essere una democrazia parlamentare nelle forme attualmente previsto dalla Carta; oppure aprire la strada verso una riforma di stampo (semi)presidenziale.

Con tutto quel che entrambe le prospettive richiedono: da una rapida riorganizzazione-rilegittimazione del sistema dei partiti a una legge elettorale non a misura degli interessi di questi ultimi, bensì funzionale al sistema istituzionale che si intende costruire dopo vent’anni e passa di aspettative deluse e fallimenti che hanno finito per alterare anche funzione e ruoli dello stesso Capo dello Stato.

 

di Paolo Balduzzi

Nuove regole Ue, partita da giocare con il governo

Il dossier economico di cui si dovrà occupare il prossimo, o la prossima, Presidente della Repubblica è particolarmente ricco. Il Capo dello Stato, si sa, non ha un ruolo esecutivo; tuttavia, l’influenza politica della sua figura, in Italia così come in Europa, è importante e, a volte, decisiva. Anche se è difficile prevedere quali saranno i punti più caldi dell’economia nei prossimi sette anni, non bisogna dimenticarsi che l’Italia, fino al 2026, si troverà nel pieno della progettazione e dell’implementazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), la più grande agenda di investimenti pubblici sul territorio europeo dai tempi del Piano Marshall. È evidente che le competenze, in termini di pianificazione delle priorità, approvazione delle riforme, realizzazione degli interventi e valutazione dei risultati, appartengono al governo o al Parlamento. Tuttavia, sono almeno due gli aspetti che richiedono una forte presenza istituzionale come quella del Presidente della Repubblica. 


Il primo riguarda la reputazione del nostro paese. Il Pnrr è finanziato da fondi di origine europea, siano essi trasferimenti a fondo perduto o prestiti a tasso agevolato. La loro concessione è condizionata al raggiungimento di determinati obiettivi intermedi del Piano. Questo significa che ogni paese è soggetto alla necessità di confronti continui e costanti con la Commissione europea. E se alcuni di questi obiettivi sono formalmente misurabili, come nel caso dei progetti di transizione ecologica e di transizione digitale, altrove si tratta di orientamenti più vaghi. Per quanto l’Unione europea sia spesso vista come una grande macchina burocratica, la maggior parte delle decisioni sono in realtà squisitamente politiche e tanto la diplomazia quanto la reputazione di un paese contano parecchio. Un Presidente della Repubblica presente e autorevole garantirà, di per sé, che anche nei casi di mancato rispetto di una scadenza programmata il paese rispetterà comunque i suoi impegni.

 
L’ESEMPIO
Il secondo aspetto è quello di dare l’esempio a tutti i cittadini italiani, facendosi parte attiva nel monitoraggio e nella valutazione dal basso di progetti e investimenti del piano. Cittadini e associazioni, vale a dire chi vive e opera a contatto coi territori, sono i primi destinatari degli investimenti pubblici; non solo: in ultima istanza, sono anche i loro finanziatori. È quindi necessario che tutti si occupino di controllare che il Pnrr venga realizzato nel migliore dei modi. La pandemia ha costretto il paese a grandi sforzi dal punto di vista delle finanze pubbliche: il rapporto tra debito e prodotto interno lordo ha raggiunto i massimi dal primo dopoguerra (quasi il 160%) e il paese si è impegnato a ridurlo e a tornare a livelli pre-crisi proprio nei prossimi sette anni. La tendenza del legislatore è sempre stata quella di rinviare la riduzione del debito o addirittura di ignorarla. Il Presidente della Repubblica deve essere garante anche di questo impegno. Per due motivi. 


GESTIONE EQUILIBRATA
Il primo è che un’equilibrata gestione delle finanze pubbliche è uno dei pilastri costitutivi dell’Unione monetaria, un sentiero intrapreso ormai venticinque anni fa e scelta sostanzialmente irrevocabile da parte del nostro paese. Il secondo è che il Capo dello Stato deve esser il Presidente di tutti gli italiani, anche - e forse soprattutto - delle generazioni più giovani e di quelle future, che il fardello del debito si troveranno sulle spalle ancora per parecchi decenni. Se qualcuno pensasse che il Presidente della Repubblica non abbia alcun potere in questo campo, dovrebbe tornare con la memoria a dieci anni fa, quando, nel novembre del 2011, proprio di fronte all’incapacità del governo italiano di reagire all’impennata dello spread, fu il capo dello stato a prendere in mano la situazione e a sostituire il presidente del Consiglio (ironicamente, proprio Silvio Berlusconi). 


Il Capo dello Stato è anche garante della Costituzione, e la Costituzione, a partire dal 2014, prevedo il rispetto dell’equilibrio di bilancio. Ma l’impegno forse più urgente per il nuovo Presidente della Repubblica sarà quello, proprio nel 2022, di impegnarsi insieme al presidente del Consiglio per garantire all’Italia una leadership propositiva nell’Unione per la definizione del nuovo patto di stabilità e crescita, il complesso di regole fiscali che determinerà fortune ed equilibri politici in Europa negli anni a venire.

Ultimo aggiornamento: 25 Gennaio, 08:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA