Leader perdenti. La bandiera bianca dei partiti

Leader perdenti. La bandiera bianca dei partiti
Leader perdenti. La bandiera bianca dei partiti
di Massimo Martinelli
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Domenica 30 Gennaio 2022, 00:51 - Ultimo aggiornamento: 13:17

La scelta di votare in maniera compatta il nome di Sergio Mattarella rappresenta senz’altro una soluzione che garantisce la maggiore stabilità del Paese. Ma allo stesso tempo, fotografa in maniera impietosa il reale stato dei partiti in Italia. E’ una mossa che arriva dopo una settimana di indecisioni, di tentennamenti, di strategie improvvisate, che hanno contribuito a dare della politica un’immagine sbiadita e lontana dagli interessi della gente comune, che deve al più presto essere cancellata. I due blocchi del centrodestra e del centrosinistra sono arrivati all’appuntamento di lunedì scorso, uno dei più delicati per le istituzioni repubblicane, dando l’impressione di raffigurare un perfetto sistema politico bipolare, dunque facilmente in grado di trovare un accordo per individuare una personalità che fosse all’altezza di rappresentare il Paese in un momento delicato, anche di ripresa economica, in cui è importante non perdere slancio e prestigio all’estero.

E’ stato invece subito chiaro che così non era. I due poli erano (sono) dilaniati da lotte interne: il centrodestra alle prese con la contrapposizione tra Lega e Fratelli d’Italia, con Salvini alla ricerca di punti percentuali di consenso che gli consentano di recuperare il terreno perduto sulla Meloni, il centrosinistra con i due partiti maggiori, Pd e M5S, a loro volta dilaniati da guerre interne tra fazioni (i dem) e da lotte di potere tra leader (i grillini). A destra e a sinistra i capi politici sono apparsi più che altro concentrati a soddisfare le ambizioni particolari, loro e dei loro raggruppamenti. E il palcoscenico sul quale doveva essere scelto il capo dello Stato è diventato una ribalta per mettere in atto strategie raccogliticce con il solo scopo di guadagnare visibilità, porsi come king-maker nella scelta del capo dello Stato, stringere accordi per ottenere posizioni di favore nell’ultimo periodo della legislatura. In altre parole, le delicate operazioni per le scelta del 13° presidente della Repubblica si sono trasformate in un anticipo della campagna elettorale in vista delle politiche della primavera 2023. Le conseguenze sono state nefaste: i leader dei partiti, non avendo una precisa strategia, hanno letteralmente bruciato i profili di alte figure istituzionali, di professionisti, di alti funzionari dello Stato, di ministri e magistrati in un toto-nomi indecente, soprattutto non voluto dai diretti interessati, che in molti casi non sono stati neanche interpellati prima di essere indicati come possibili candidati.

La conseguenza è stata il fallimento di qualsiasi accordo trasversale. E i partiti sono stati costretti ad alzare bandiera bianca e rivolgersi al capo dello Stato, affinchè accettasse di rientrare nel palazzo del Quirinale dal quale stava traslocando. Peraltro, la difficoltà dei leader di individuare personalità di alto spessore politico per ricoprire il ruolo di presidente della Repubblica racconta bene la lontananza di questi capi-partito da una concezione della politica intesa come capacità di trovare le soluzioni migliori per un buon governo nell’interesse dei cittadini e del Paese. Non è un caso che gli unici nomi possibili rimasti nel ventaglio a disposizione dei partiti, ieri mattina, non fossero inseriti in alcuna lista indicata dai due poli: Sergio Mattarella e Mario Draghi, perchè oltre al prestigio indiscusso avrebbero garantito una sorta di continuità, e Pier Ferdinando Casini, un uomo che ha speso una vita in Parlamento al servizio delle istituzioni ottenendo riconoscimenti bipartisan per le sue doti di diplomazia, di visione politica e di capacità di interpretare le istanze degli italiani.

Ebbene, la debolezza del nostro sistema dei partiti messa in luce dal voto di ieri deve far suonare una campanella di allarme per tutti. Perchè tra meno di un anno e mezzo l’Italia andrà al voto ed è evidente che già adesso le strategie dei partiti sono tutte rivolte a quell’appuntamento anzichè al buongoverno del Paese. Rischiamo nuovamente di assistere ad una corsa disordinata alla ricerca del consenso della propria base elettorale. Con il pericolo di non portare a termine la delicata missione che circa un anno fa era stata affidata al premier Draghi, cioè condurre il Paese fuori dalle secche attuando il piano del Recovery Fund. E in questo caso i partiti non avranno un’altra personalità da chiamare per svolgere un programma che la politica non riesce a garantire. Non ci saranno altre bandiere bianche a disposizione.

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