Politica trasparente/ Le (poche) parole che servono al Paese

Martedì 23 Febbraio 2021 di Mario Ajello

Comunicare i fatti. Ovvero una svolta italiana. Nel Paese della retorica a vanvera, dell’inflazione informativa che sottrae notizie per accumulo, del “bla bla” che stordisce e confonde ed è assurto a metodo di governo non solo nell’ultima stagione ma anche in quelle precedenti, sembra quasi un miracolo che ieri il Consiglio dei ministri sia durato soltanto un’ora. Che non abbia somigliato a uno sfogatoio o a un’assemblea. E che sia sfociato in una nota informativa di poche righe, direttamente passata al vaglio del sottosegretario a Palazzo Chigi, prima di essere diffusa ai cittadini a cui si deve chiarezza sempre e specialmente nelle materie - come il prolungamento dello stop degli spostamenti tra regioni - che riguardano direttamente le loro vite. 

Maneggiare in questa maniera, senza sottoporle a stress e a veline, senza far vincere come è accaduto finora gli spin contro i contenuti, le decisioni di governo e le relative informazioni è una forma di rispetto della fisiologia democratica - di cui la parresia intesa come insopportabile logorrea è fin dai tempi dell’antica Grecia più nemica che amica - e di attenzione ai bisogni di vivibilità degli italiani. Tra i quali rientra quello di sapere esattamente e nei giusti tempi ciò che accade nelle sfere del potere esecutivo, per poi comportarsi di conseguenza.

Non se ne poteva più dell’affastellarsi di mezze decisioni e di mezze informazioni continuamente inseguite e smentite da se stesse. In un caos pericoloso, perché è di caos - e non di decisioni o di decisionismo - che muoiono le nazioni ed è nell’indistinto comunicativo, e non nella nettezza dei fatti e della loro divulgazione, che le istituzioni perdono di autorità. Non che occorra tornare agli arcana imperii, cioè a quel metodo di segretezza dell’azione del potere che non solo è impossibile al giorno d’oggi ma anche negativissimo in sé. Viceversa, occorre più informazione istituzionale, cioè buona informazione di governo: si parla, e non troppo, quando c’è un risultato o provvedimento da comunicare, non si rimbalzano le parole sulle parole. 

Draghi, in otto anni alla Bce, ha concesso una sola intervista a un giornale italiano. Una parsimonia che, naturalmente, non ci si augura che il premier applichi anche in questa sua esperienza a Palazzo Chigi. Ma soprattutto è la cacofonia dei ministri e dei loro partiti quella che in questa fase striderebbe con l’estremo bisogno di concretezza e di rapidità d’intervento richiesta dai cittadini. Il ritorno alla politica che ci piace, e che piace ai più, deve prevedere come sua forma costitutiva il parlare meno, come il premier ha chiesto non solo ai ministri ma anche ai componenti del comitato tecnico-scientifico. 

Ogni annuncio rimandato, ogni proclama evitato, ogni rissa scongiurata dovranno valere come successi della buona politica. Come un passo in più per la riconquista di quell’autorevolezza e di quell’affidabilità delle istituzioni, che si sono perdute purtroppo nella bulimia verbale e nell’improduttività della cosiddetta “dichiarazia”, ossia del potente frastuono delle parole inutili.
Nei discorsi in Parlamento, per la fiducia, del resto lo stile Draghi si era presentato così: poche cose da fare e da dire, ma concrete. E il primo Consiglio dei ministri non ha smentito le premesse. Prima ci si dava appuntamento al buio, e si arrivava al Cdm senza lo straccio di un accordo, trasformando l’incontro operativo in una maratona sfiancante di detti e contraddetti, smentendo il principio antico ma anche contemporaneo che il potere vero e davvero riconosciuto non ha bisogno di parlare. Più grande è, e più agisce senza strepiti. 

La gravitas (prendo le mie decisioni perché queste sono le decisioni giuste nell’interesse generale) e la brevitas (comunico con rigore quello che ho stabilito) sono i cardini del possibile riscatto della politica agli occhi dell’opinione pubblica. Il fatto che il Cdm di ieri si sia svolto alla luce del giorno, e non sia durato anche sette ore fino all’alba come accadeva al tempo di Conte, può valere come un buon inizio sulla strada del recupero di credibilità delle nostre istituzioni di governo. Il buio dei Cdm notturni era quello che avvolgeva il buio delle idee non chiare dei partecipanti. E si arrivava a convocare le riunioni tra ministri alle 11 di sera perché per tutta la giornata si litigava tra partner, anche a colpi di retroscena impazziti e veicolati sui social. Ora è accaduto invece che il giorno prima i ministri Speranza e Gelmini - titolari della Salute e degli Affari Regionali - hanno incontrato le Regioni e il giorno dopo s’è riunito il Cdm per varare ciò che era già stabilito. Durerà questa transizione ecologica a una politica più responsabile e rispettosa e a una comunicazione meno provinciale e inutilmente sudaticcia? C’è da sperarlo, ma chissà. Quel che è certo è che non c’è alternativa all’approdo a questo tipo di mentalità e di pratica.

Alle pagine 199-200 di uno stupendo libro su Churchill appena pubblicato (“Splendore e viltà”, scritto da Erik Larson per l’editore Neri Pozza), si racconta che durante il terribile biennio iniziale del seconda guerra mondiale, il 9 agosto del ‘40 il premier britannico invia ai suoi ministri una nota intitolata “Brevità”. In cui prescrive di comunicare soprattutto per iscritto e con «paragrafi brevi e incisivi»: «La maggior parte delle frasi contorte sono mere chiacchiere che potrebbero essere rimpiazzate da un’unica parola». E ancora: «La prosa deve arrivare dritta al punto, così si agevola la comprensione da parte dei cittadini». 

La lezione di Churchill va presa molto sul serio. Insieme a quest’altra: il governo governa e dice quel che deve. Come rivoluzione, se riesce, non è male.

© RIPRODUZIONE RISERVATA