di Alessandro Campi
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Giovedì 13 Maggio 2021, 00:10

La partita politico-amministrativa per Roma comincia a farsi interessante. Finalmente! Dopo mesi di annunci prontamente smentiti e di vaghe promesse d’impegno, i big della politica nazionale negli ultimi giorni si sono tutti schierati a sostegno dei propri candidati (reali e potenziali) in quella che si annuncia come una contesa assai aperta quanto all’esito finale e dai riflessi inevitabilmente nazionali: la conquista del Campidoglio, mai come stavolta, potrebbe aprire la strada a quella di Palazzo Chigi.

Ci si è ricordati, alla buonora, che Roma è il cuore politico-simbolico della nazione: difficile dunque immaginare una qualunque ripartenza dell’Italia dopo la crisi pandemica con una Capitale abbandonata politicamente a se stessa o non riconosciuta nel suo ruolo dal governo centrale e dagli stessi partiti. Si è altresì compreso che governarla sarà pure un affare complicato (ma pensate che reggere Tokio, Londra o Buenos Aires sia una passeggiata di salute?), ma certo non può essere considerata, come vuole una certa vulgata, una maledizione o un peso che è meglio non accollarsi. 

Semmai una grande responsabilità che se ben assolta potrebbe garantire, a chiunque si dimostrasse finalmente all’altezza del compito, una straordinaria visibilità e un grande prestigio politico.

Ciò significa che dopo tanta confusione e incertezza ha cominciato a definirsi il quadro delle candidature, almeno nel centrosinistra. Il M5S ha riconfermato Virginia Raggi. Il Pd ha puntato su Roberto Gualtieri. L’idea di Roma laboratorio dell’alleanza organica tra i due partiti, con Nicola Zingaretti a fare da candidato comune, non si è realizzata per le banali ragioni che tutti conoscono. Troppo diviso in questo momento al suo interno il mondo grillino, ancora senza una guida politica ferma e riconosciuta. Troppo rischioso per il Pd, di conseguenza, mettere a repentaglio la maggioranza giallo-rossa che sostiene il governo regionale del Lazio. Meglio per entrambi correre separati al primo turno e unire semmai le forze al secondo.

Questa scelta, imposta dai tempi spesso lenti della politica pratica rispetto a quella teorica, si è tradotta nel sostegno incondizionato che Giuseppe Conte, nella sua veste di leader in pectore del M5S, si è affrettato ad assicurare al sindaco uscente. E nell’appoggio convinto che Enrico Letta, neo-segretario del Pd, ha ufficialmente garantito all’ex ministro dell’Economia. Due candidati, due partiti, due leader nazionali: con un simile schieramento forse la posta in gioco improvvisamente si è alzata. Come in parte dimostra anche il terzo contendente presente nel centrosinistra, un nome certamente di prestigio come quello di Carlo Calenda, anche se in questo caso candidato, partito e leader nazionale coincidono in un’unica persona.

Più complicata sembrerebbe la partita nel centrodestra, che ancora non ha trovato un nome al quale affidarsi. Ma anche in questo campo l’impegno totale dei leader nella battaglia per Roma sembrerebbe assicurato. A sentire Salvini e la Meloni (ieri su questo giornale) il loro coinvolgimento nella campagna elettorale per il Campidoglio sarà talmente incisivo e diretto da rendere superflua la scelta di un candidato dal nome altisonante. Forse entrambi la fanno un po’ troppo facile, forse il loro è un modo per nascondere o minimizzare i contrasti che da mesi li oppongono: ma è pur sempre una notizia che il centrodestra a Roma correrà unito con un candidato sostenuto personalmente dai capi nazionali della coalizione. 

La partita dunque sta diventando avvincente, anche se siamo soltanto ai preliminari. Le cose interessanti e importanti che tutti si aspettano, in primis i cittadini romani, nessuno ancora le ha dette. Chiarito che sarà uno scontro nazionale che coinvolgerà direttamente i big dei diversi partiti, capito come si muoveranno i due schieramenti (in ordine sparso il centrosinistra, a ranghi compatti il centrodestra), individuati i nomi di quasi tutti i contendenti, resta infatti da spiegare che cosa concretamente si intende fare per Roma. La politica, quella vera, quella buona, quella utile, si giudica sempre dai programmi e dalla capacità di realizzarli (almeno in parte e possibilmente nei tempi giusti).

Rendere dunque Roma nuovamente una capitale mondiale? Una buona e bella intenzione, da tutti dichiarata, ma francamente troppo vaga e inutilmente enfatica. Meglio partire dall’essenziale e dal necessario. Amministrare una città - grande, media o piccola - significa innanzitutto gestire la vita quotidiana dei suoi cittadini: il ritiro ordinato dei rifiuti, la pulizia delle strade, la puntualità del trasporto pubblico, la manutenzione delle aree verdi, la cura degli spazi comuni, il controllo sulle attività commerciali e turistiche, la qualità dei servizi pubblici (assistenziali e amministrativi) erogati.

Esattamente su questi versanti Roma, nel corso degli anni, ha accumulato tali e tanti di quei ritardi e problemi da richiedere, a chiunque sarà chiamato a governarla, risposte urgenti e concrete proprio sul versante dell’ordinaria amministrazione. Quali saranno, su questi molti punti, le ricette dei diversi candidati?

Certo, c’è poi anche un problema di visioni e strategie sul lungo periodo in settori quali ad esempio l’innovazione digitale, la sostenibilità energetica, la riqualificazione delle aree periferiche, la mobilità urbana, le opere pubbliche, i grandi eventi sportivi ecc. Anche in questo caso, quali progetti verranno messi in campo?

Insomma, deve ancora cominciare la battaglia vera: quella sulle intuizioni e sulle idee, ordinarie e straordinarie, per la Roma del futuro. 
 

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