Se in Giappone non c è la cultura dei trapianti: nel 2021 appena un centinaio

Se in Giappone non c’è la cultura dei trapianti: nel 2021 appena un centinaio

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Lunedì 14 Novembre 2022, 00:18

Nel lontano 2002 Taro Kono, noto politico locale, ha donato parte del suo fegato al padre Yohei. Una vicenda che a suo tempo i media “coprirono” con grande intensità e che permise di affrontare il delicato tema dei trapianti. Che in Giappone sono pochissimi, e non certo perché ne manchino le capacità tecniche e professionali per effettuarli.

I motivi per cui il Giappone abbia registrato nel 2021 appena un centinaio di trapianti (oltre metà dei quali di fegato, e da donatori viventi) e che risulti, tra i 70 Paesi dove si effettuano, al 66mo posto, sono infatti vari e legati a tradizioni culturali, filosofiche e religiose molto radicate e molto diverse da quelle “condivise” in Occidente. E che ruotano, oltre che attorno ad una visione profondamente diversa della morte, dell’aldilà e del “centro della vita” (che per noi risiede nel cervello, mentre per i giapponesi nel cuore e nella pancia, di cui allo “harakiri”, la tradizionale forma di suicidio che prevede il taglio appunto delle viscere) e a concetti come quello del “kegare” (contaminazione), “gotai” (integrità del corpo), “giri-ninjo” (doveri sociali).

Il “kegare” è un concetto fondamentale nella cultura giapponese, anche se difficilmente è oggetto di conversazione quotidiana, anche tra gli indigeni. Tra le tante definizioni, cito quella di Francesco Baldassarre, uno yamatologo italiano che da anni vive in Giappone e che gestisce un blog molto autorevole (https://www.francescobaldessari.asia/sample-page/): «Si tratta di un’energia negativa emanata da certi oggetti o eventi, oggettiva e spesso irreversibile.

Ottimi esempi sono il contatto con la morte, col sangue in generale (e quindi le mestruazioni ma anche le nascite e le autopsie), le malattie infettive e la sporcizia in generale. A causa del kegare è possibile trovarsi in uno stato equivalente a quello di peccato, ma senza averne alcuna colpa. Se si rimane coinvolti in un incidente automobilistico e si è coperti dal sangue di un altro, che magari poi è morto, anche se indenni, si è ugualmente carichi di kegare».

Una via di mezzo, insomma, o meglio, una sintesi, tra la iettatura, comune a molte culture, compresa la nostra, e la radioattività. Il “kegare” è infatti contagioso, trasmissibile da persona a persona, attraverso gli abiti, il contatto diretto, le azioni e perfino le omissioni. Ovviamente esistono due livelli di “sporcizia”: quella fisica, materiale, e quella spirituale. I giapponesi sono ossessionati dalla sporcizia e cercano di tenerla il più lontano possibile.

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Uno dei motivi per cui ancora oggi – abitudine encomiabile – i giapponesi si tolgono le scarpe per entrare in casa è proprio quello di evitare di portarvi il “kegare”. E quando non è proprio possibile evitarlo – ad esempio quando si torna da un funerale – si dà una bella spruzzata di sale prima di entrare, esattamente come fanno i lottatori di sumo prima dei loro incontri. A proposito di sumo: sapete perché le donne non possono avvicinarsi e tantomento salire sul “dohyo” il ring dove si disputano gli incontri? Per via del potenziale “kegare” di cui sono portatrici (mestruazioni, parti). Qualche anno fa un lottatore colpito da infarto ha rischiato di morire perché l’unico medico disponibile era una donna, e non ci fu modo di farla salire sul ring. E qualche anno fa Fusae Ohta, prima governatrice donna del Giappone, dopo una lunga trattativa, dovette consegnare un premio sotto il ring. Non le fu permesso di salirvi. 

Poi c’è il discorso del “gotai” (letteralmente, “le cinque parti del corpo”, le quattro membra e la testa). Lo shintoismo non prevede, dopo la morte, una vera e propria separazione del corpo dall’anima (“mitama”). E’ dunque bene che il defunto si presenti all’entrata del “Yomi no Kuni”, (Paese delle Sorgenti Gialle), il regno dell’aldilà, con il corpo il più possibile integro. E’ uno dei motivi - che si ricollega, più che allo shintoismo, al valore confuciano dello “xiao”, la pietà filiale – per i quali nonostante oggi la disponibilità a donare sia in aumento e venga registrata sulla tessera sanitaria – i medici chiedono comunque ai parenti a loro autorizzazione. Che nella stragrande maggioranza non viene concessa. Pochi si assumono la responsabilità di spedire nell’eternità un corpo “smembrato”, sia pure internamente. Va ricordato che lo Yomi no Kuni è un luogo fisico, dove i defunti vanno a soggiornare per l’eternità, e che è molto più simile all’Ade della mitologia greca che all’Inferno cristiano: le ombre che vi soggiornano (e non le anime) conducono un’esistenza reale, ancorché triste e cupa, a prescindere dal comportamento nella loro vita passata, senza punizioni o premi. In linea con l’assenza del concetto di “peccato”, quanto meno oggettivo. A seconda delle circostanze, tutto può essere lecito. Ma anche proibito.

L’ostacolo maggiore alla diffusione dei trapianti, nonostante alcune recenti – ma evidentemente insufficienti – iniziative del governo, è tuttavia il concetto di altruismo e di solidarietà. Che per noi è un valore universale – fare il bene fa bene – mentre per i giapponesi e, come dire, “circolare” e improntato al concetto di reciprocità. Il “giri-ninjo”, l’insieme di principi e di valori che dovrebbero guidare gli esseri umani, solidarietà compresa, va coniugato al concetto di “uchi-soto” (“dentro/fuori”). Dare/donare all’interno dei vari cerchi (famiglia, scuola, azienda, ma anche piccoli quartieri o villaggi) è comprensibile e auspicabile. Ma farlo nei confronti di un estraneo, con il quale non si sono mai avuti rapporti né se ne avranno, non ha alcun senso. Anzi: è sconsigliabile perché lo si appesantirebbe di un “giri”, in questo caso un “onere di restituzione” che difficilmente potrebbe realizzare. E’ uno dei motivi per i quali difficilmente si raccolgono oggetti altrui trovati per terra o perché in caso di emergenze di vario tipo i giapponesi al massimo chiamano la polizia o l’ambulanza, ma difficilmente si immischiano. E perché nella legislazione penale non esista – ad eccezione che nel codice della strada – il reato di omissione di soccorso.

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