di Carlo Nordio
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Venerdì 11 Dicembre 2020, 01:31

Due recentissimi eventi hanno riproposto il problema, ormai vecchio di un quarto di secolo, dei rapporti tra politica e giustizia, tra governo e procure. Con la differenza che questa volta non si tratta di una conflittualità tra magistrati e indagati, ma di confusione di attribuzioni. Il che, se possibile, è anche più grave. 


Primo esempio. Il presidente della Lombardia, Fontana, evidentemente esasperato per le inchieste passate e timoroso di quelle future, ha chiesto alla Procura di Milano una sorta di placet, cioè di assenso preventivo, sui prossimi acquisti senza gara dei vaccini anticovid. Naturalmente il governatore, che è circondato da una schiera di giuristi, sapeva benissimo che era una richiesta irricevibile. 


E infatti la Procura ha risposto, a stretto giro di posta, che il suo compito è quello verificare la commissione di reati, non di interferire nell’attività amministrativa. Ma perché questo accade? Accade per tre ragioni. La prima è che le leggi penali sono così evanescenti ed ambigue - come per i reati di abuso d’ufficio e di traffico di influenze - che nessuno sa bene cosa possa fare e cosa no. La seconda è che chiunque può ormai denunciare chiunque, senza rischi né spese, perché non serve nemmeno la carta bollata, e quindi le procure sono inondate di fascicoli. 

La terza, infine, è che queste inchieste una volta iniziate sono lunghe e complesse, comportano enormi sofferenze finanziarie e psicologiche per gli indagati, e quando alla fine più che morire svaniscono, come i vecchi soldati di Mac Arthur, lasciano sul campo dei poveretti annichiliti dal passato e terrorizzati dal futuro. 
Nessuno - come ha detto Fontana - firma più nulla, e tutto si paralizza. E’ la cosiddetta amministrazione difensiva, figlia della medicina difensiva ormai adottata da molti sanitari per scongiurare grane giudiziarie, e madre della giustizia difensiva, giacché ormai si denunciano anche i magistrati quando le loro decisioni non soddisfano le parti in causa, ed anche le toghe cominciano ad essere preoccupate. 


Secondo esempio. La Procura di Bergamo sta concludendo, a quanto si è appreso, una colossale inchiesta sulla gestione della pandemia. Non sulle morti di singoli pazienti nelle locali strutture sanitarie, ma su eventuali mancanze che avrebbero favorito la diffusione del virus. Talché - s’è detto - gli atti potrebbero essere inviati a Roma, o forse a Venezia (!), dove ha sede l’uffico dell’Oms.


Chiunque abbia una minima esperienza giudiziaria sa benissimo che un’inchiesta così ha pochissime, e forse nessuna possibilità di risultati concreti dal punto di vista penale. E questo per varie ragioni. Per la difficoltà di individuare gli eventuali reati, visto che le norme vigenti puniscono chi per colpa “cagiona” un’epidemia, ma non chi la gestisce male dal punto di vista sanitario; per la conseguente difficoltà di individuare gli eventuali indagati, tenuto conto che la responsabilità penale è personale; perché questi ultimi potrebbero essere protetti – in quanto appartenenti all’Oms – dall’immunità diplomatica, oppure, se ministri, dalla relativa garanzia ministeriale, superabile solo attraverso un procedimento analogo a quello di Salvini; per la conseguente difficoltà di individuare la definitiva competenza territoriale, che come s’è visto è già in discussione; poi ancora per la difficoltà di individuare in concreto la colpa, visto che gli scienziati erano (e in parte sono) profondamente divisi sulle cause dell’epidemia e i mezzi per contrastarla nella sua fase iniziale; e, infine, per l’impossibilità di provare il cosiddetto nesso di causalità, che nei reati omissivi - cioè quelli in cui non si impedisce l’evento - è sempre una rogna. 


Nonostante questo l’inchiesta di Bergamo è, come si dice, un atto dovuto, e malgrado le incerte prospettive almeno farà quello che dovrebbe fare la politica, cioè capire, o cercare di capire, se qualcosa sia andato storto e se gli eventuali errori passati possano evitarci quelli futuri. Ma purtroppo la politica, anche qui, manifesta la stessa inerzia operosa che vediamo nella gestione economica in generale e in quella dei fondi europei in particolare, dove dopo la missione di Colao, l’istituzione degli stati generali, e altre bizzarre iniziative abbandonate e dimenticate, oggi il governo vuole espropriare se stesso delle funzioni che gli competono. 


Questo sarebbe infatti l’obiettivo dell’ennesima “Task force” costituita da manager e da esperti che dovrebbero sostituirsi ai ministri e al Parlamento, relegati al ruolo di rassegnati e subordinati spettatori. Ecco perché le vicende di Milano e di Bergamo si assomigliano. Perché entrambe rivelano l’incapacità della politica di affrontare i problemi più urgenti. Quelli delle forniture sanitarie si risolverebbero con l’individuazione delle competenze, la semplificazione delle procedure e la riforma di alcuni reati. 


E quelli del “Recovery fund” semplicemente facendo fare ai ministri quello che devono fare, sotto la direzione del presidente del Consiglio che, come vuole la Costituzione, ne garantisce l’unità di indirizzo. Purtroppo l’impressione che ne abbiamo ricavato è che, dopo la medicina, l’amministrazione e la giustizia, ora sia nata anche una politica difensiva.

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