di Maria Latella
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Domenica 9 Agosto 2020, 00:19
Casalinghe disperate? Magari casalinghe informatizzate, che sarebbe anche meglio. Se nei mesi di lockdown in molti abbiamo praticato il lavoro da casa, perché non aiutare chi in casa lavora da sempre, chi ricopre il nobile e prezioso ruolo di garante del Welfare italiano, si proprio lei, la casalinga?

<HS9>In questa ottica non si può non apprezzare l’intento del governo che sgancia la simbolica somma di tre milioni di euro destinati appunto alle donne garanti del Welfare italiano. Il principio va nella direzione giusta, anche perché il fondo è destinato alla formazione di chi, per scelta o soprattutto per mancanza di alternative, resta a casa. 
<HS9>Se i dipendenti di uffici pubblici e aziende private lavorano da casa, perché una casalinga non può seguire un corso di microfinanza, o uno per diventare programmatore digitale o, ancora, prendere un diploma? L’iniziativa, almeno sulla carta, sembra convincente a patto che:
<HS9>1) La formazione sia formazione sul serio e non la solita finzione italiana per cui si dispensano due spiccioli alla casalinga e qualcosa in più alle aziende che alla finta formazione collaborano.
<HS9>2) Una programmazione seria fissi i criteri e le modalità di assegnazione del fondo che saranno definiti entro il prossimo 31 dicembre con un decreto del ministro Elena Bonetti, responsabile per le pari opportunità e la famiglia.
<HS9>3) La formazione sia vista come un’opportunità per portare o riportare al lavoro le tante italiane che vorrebbero contare su una loro indipendenza economica. Penso anche alle giovani mamme che lasciano un impiego all’arrivo del secondo figlio.

<HS9>Se negli anni Cinquanta la casalinga aveva un’identità precisa, oggi quell’identità è più confusa e anche chi sceglie di restare a casa, anche la casalinga che ha un marito finanziere a Wall Street, prima o poi si stufa e ai party dell’Upper East Side alla domanda “Cosa fai?” risponde “Insegno yoga”. Perciò, per tornare ai fatti nostri, ecco che cosa potrebbe nascere da un iniziale corso di formazione per casalinghe magari disperate ma desiderose di non esserlo più. In Italia mancano cinquantamila infermieri (dati forniti dalla Federazione nazionale delle professioni infermieristiche). Non è una professione per la quale ci si possa improvvisare ma un corso di educazione sanitaria potrebbe rivelare alla casalinga che non ci aveva mai pensato un’inclinazione per quel lavoro e indurla a sostenere gli studi e prepararsi al concorso.

<HS9>Altra ipotesi. Uno dei problemi irrisolti della società italiana è la mancanza di aiuti per le donne che lavorano e hanno figli piccoli. La Germania sperimenta con successo la formula della Tagesmutter, la mamma di giorno. Un asilo per pochi bambini che si gestisce a casa propria. I requisiti per avviare questa attività timidamente copiata anche in Italia, cambiano da regione a regione, ma ci sono appositi corsi di formazione che con il nuovo provvedimento del governo potrebbero essere più adeguatamente pubblicizzati. Infine, tutti riconosciamo il bisogno di una trasformazione tecnologica del Paese. Perché ignorare il talento che può nascondersi in una casalinga trentenne, soprattutto ora che si va diffondendo il modello della Scuola 42, importato da Parigi dalla Luiss, una formazione che non richiede rette, titolo di studio, e nemmeno curriculum?

<HS9>Si dirà: tu vuoi per forza trovare un lavoro alla casalinga che magari un lavoro non lo vuole, perché ha scelto un’altra forma di impegno, quello in famiglia. No, non voglio che “per forza” la formazione promessa dal prossimo decreto della ministra Bonetti comporti l’obbligo di cercare un lavoro, ma se da quel corso di formazione anche solo un piccolo numero di casalinghe italiane potesse accedere a un impiego retribuito ne sarei felice. Per loro e per noi. Perché (calcoli di Bloomberg elaborati da Eurostat) se tutte le disoccupate italiane iniziassero a lavorare, il prodotto interno lordo del Paese aumenterebbe fino a 88 miliardi. Non dico occupare tutte, ma qualcuna in più non ci farebbe male. O davvero vogliamo credere che tutte le siciliane le calabresi, le pugliesi, le campane che non lavorano lo facciano per libera scelta? Davvero pensiamo che sia normale continuare ad avere nel nostro Sud un tasso di disoccupazione femminile superiore a quello della Guyana francese, dell’Estremadura spagnola e della Macedonia?

<HS9>Fino a metà degli anni ‘70 una “madre di famiglia” (come si diceva allora) che coltivasse l’ambizione di lavorare pur avendo un marito in grado di mantenerla, doveva convincere e vincere dubbi e pregiudizi, a cominciare da quelli dei genitori e della suocera. Oggi è vero il contrario. Una donna che lavora in casa deve spiegare, giustificarsi e anche le recenti sentenze in materia di divorzio prendono questa posizione. “Da sposata aveva un tenore di vita più alto? Bene ma adesso, da divorziata, si cerchi un lavoro”.

<HS9>Facile a dirsi ma, come si è detto finora, difficile a praticarsi, non in Italia almeno. Perciò che questi tre milioni di euro arrivino davvero. E che non vengano sprecati. Anche da qui si comincia a invertire la rotta. 
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