di Anna Coliva
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Venerdì 23 Aprile 2021, 00:05

Il Messaggero ha affrontato con l’articolo di Giuseppe Roma il problema del futuro del turismo post pandemia invocando il possibile rimedio nella sua differenziazione, opposta alla polarizzazione attuale in pochi centri. Il turismo diffuso come rimedio alle macerie della devastazione economica del Paese provocata dalle masse turistiche risucchiate dalla pandemia ha ispirato autorevoli personalità dell’economia e della cultura.

È il mito del turismo colto, intelligente, eco-sostenibile, che gode della riscoperta bellezza della patria inflitta con pathos da ogni battito di Instagram, che progetta gite negli antichi borghi senza nostalgie per Ibiza o Santorini.

Ma non è un progetto, è un’astrazione: un mito appunto, senza molte possibilità di avverarsi se non si fanno alcune premesse. Intanto un’analisi da sottoporre al neonato ministro del Turismo: perché le nostre città sono divenute dei non-luoghi? Dei “parchi a tema” ostili e invivibili, popolati solo di pizza al taglio, B&B e tavolini, senza una vita propria che possa essere ancora attraente per chi è fuori da quel business e, di conseguenza, destinate a morire quando la giostra si ferma? Con conseguente autocritica da parte di quei poteri che hanno abdicato al loro dovere regolatorio e di composizione dei contrapposti interessi per lasciare campo libero ad un’imprenditoria parassitaria e deregolamentata che ha distrutto le uova d’oro di migliaia di galline senza pollaio.

Perché un turismo diffuso si realizzi davvero e non solo nelle dichiarazioni, devono essere radicalmente poste le condizioni che lo producono. Per avere una possibilità di futuro il turismo va fondato su basi nuove, dotandolo di modi di sviluppo diversi dallo sfruttamento parassitario dei luoghi, dall’insieme ingovernato di attività di sfruttamento parcellizzate, super redditizie per pochi e distruttive per molti. Insomma va creata finalmente un’economia in senso radicalmente costruttivo che non sia come ora un accumulo affannoso di attività.
Lo stesso Presidente del consiglio confida che il turismo riprenderà ma è una previsione fattuale se non prevede di formarsi come una imprenditoria economicamente strutturale per lo sviluppo del Paese. Stiamo entrando in un tempo totalmente diverso e lo spirito necessario deve essere esattamente quello dell’Italia dopo la Liberazione, ringraziando che non ci sia stata la guerra: va sviluppata quell’energia radicale che deriva dalla coscienza che ci sia da edificare un mondo nuovo.

Recupero, ripresa, sono concetti che non devono sussistere dopo la fine dell’emergenza attuale. Tutto dovrà essere reinventato e niente si produce spontaneamente. Almeno due cose sono necessarie, una relativamente semplice, l’altra molto complessa. La prima è che il nuovo ministero crei quell’infrastruttura che da noi non esiste, sul modello dei Paesi che ci sopravanzano di molte lunghezze per numeri e gradimento, costituita da un’organizzazione capillare di specialisti in economia, imprenditoria e gestione, che ricoprano tutto il territorio nazionale senza discrepanze regionali di efficienza. Una vera e propria infrastruttura da creare dal nulla, basata sulle competenze delle scienze del turismo (anche questi da noi non esistono e si confondono con i corsi di hotellerie) dimenticando il luogo comune del Paese della bellezza o, peggio, della cultura dimostrata da malinconici filmati montati con Raffaello e la Ferrari, le cupole, le coste e la Olivetti lettera 42, qualche abituccio con Verdi, la pizza e la Vespa, secondo la retorica imbarazzante sugli italiani che fummo. Cantilena convenzionale che produce solo pretesti di abuso o uso improprio e sfruttamento di qualcosa su cui ci si intrufola senza merito, come zecche della bellezza. E intanto prospera il parassitismo di massa dell’affittacamere. Lo scopo prioritario dell’impresa turismo, al contrario, è quello morale, pratico e di conseguenza culturale, di creare ricchezza che produca benessere condiviso per l’intera società, se è vero che i beni culturali appartengono a ciascun cittadino.

Una volta creata l’infrastruttura si arriva al secondo punto, quello davvero difficile: convincere la gente a praticarlo, il turismo diffuso; ad andarci, nell’antico borgo, mettendo da parte gli agognati brand per rincorrere i paté di olive degli antichi sapori e il globalizzato artigianato locale. A proposito del quale è stata persino avanzata la bizzarra proposta di un sostegno statale: reddito di cittadinanza per collanine etniche, brocche dipinte e pacchi di pasta colorata così da sostenere in eterno il cliché folkloristico di un Paese impigrito che non sa prendere in mano le proprie opportunità, l’immagine di un eterno sud, nel senso di sudditanza, che non ha limiti geografici ma quelli psicologici delle cadenze dialettali da avanspettacolo.

Non si riuscirà mai ad essere convincenti affermando che andar per borghi e monumenti vuol dire fare cultura, lo slogan culturale non è appassionante, non ha appeal. Come sanno bene solo coloro che nella cultura credono sul serio e la praticano, ha solo prodotto le ghettizzanti definizioni di città d’arte o centri storici per luoghi dotati di un bene-feticcio identificato con la cultura. Matera non si è gremita perché capitale della cultura ma per il film di Mel Gibson. La difficile azione di convincimento deve, al contrario, suscitare il desiderio di esserci, di far parte delle dinamiche che producono la ricchezza culturale, di evocarne la suggestione. Appassiona sentirsi parte di una vitalità contemporanea e attuale capace di suggestionare e generare comportamenti imitativi. Insomma è la solita questione della seduzione usata – non dobbiamo scandalizzarci – per promuovere qualunque brand. Sono tecniche difficilissime, ancor più difficili se le leve che muovono il desiderio non sono maneggiate con dignità tenendo presente che l’educazione culturale è sempre il fine ma non deve essere il mezzo esplicito. Altrimenti è respingente. Se serve imitare guardiamo al campione assoluto di questa tecnica, la Francia, che riesce a rendere seduttive persino le declinazioni delle norme di sicurezza sugli aerei di linea. Se si esibisce la faccia vecchia dell’ideologia offrendo nel contempo prodotti scadenti con la scusa che comunque il Paese è bello, non si suscita che diffidenza, non si produce che folklore macchiettistico. Se una bellezza c’è deve emergere dagli occhi di chi guarda, non essere sbattuta in faccia con la supponenza della cultura, anzi dei suoi luoghi comuni. Chi sa che è vero -perché è vero- che l’educazione culturale produce soddisfazione e felicità non può correre il rischio che divenga respingente.

Una delle maggiori armi di seduzione, si sa, è il lusso che non deve essere respinto come ragionamento classista ma come la chiave ormai accertata per creare esperienze solo psicologicamente percepite come lusso ma in realtà accessibili a vaste masse, un’esperienza privilegiata come condizione psicologica non dipendente da un potere esclusivo di reddito. Il lusso di massa è l’obiettivo ideale del mondo avanzato europeo e non esiste per sperimentarlo campo migliore del turismo, che per definizione è concepito come una eccezionalità straordinaria di piacere e va reso possibile come lusso del tutto superfluo -infatti è stato il primo a fermarsi con la pandemia- e pertanto percepito dalle società come indispensabile per non farle regredire. È evidente come ci si trovi di fronte ad un campo economico di massima importanza dove non si può arrivare ultimi usando ferri vecchi. Per dominarlo occorre un pensiero forte fatto di competenze economiche, imprenditoriali, gestionali, culturali.

Servono forza e coraggio perché ora ci sarebbero le condizioni e le risorse perché una rifondazione del nostro Paese sia possibile. Potrebbe essere questo il momento di porre l’arte e la cultura al centro di una strategia di crescita con un colpo d’ala che ci strapperebbe a questa condizione di depressi post-eurocentrici. È questo il progetto complesso di cui si diceva, poiché si tratta di proporre una “industria creativa nazionale” come progetto innovativo di sviluppo, rivendicando con credibilità il concetto di eccezione culturale.
 

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