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di Carlo Nordio
4 Minuti di Lettura
Venerdì 13 Maggio 2022, 00:23

Vi sono dei nomi che evocano in noi concetti solidi e sentimenti istintivi. Il Corpo degli Alpini ci rappresenta quelli più nobili: in guerra l’ardimento nell’assalto, la tenacia nella difesa, e l’eroismo nella ritirata. In pace, la generosità nell’assistenza, la solidarietà nella sventura, la fratellanza nella tradizione. Nell’iconografia ufficiale, ma ancor più nei nostri cuori, la penna nera è simbolo di altruismo e di educazione civile. Anche qualche sbornia collettiva, condita di imprecazioni che risuonano persino dopo commoventi devozioni religiose, aggiungono umanità e simpatia alle adunate che destano ovunque un entusiastico benvenuto. 

È dunque con dolorosa sorpresa e amaro sconcerto che abbiamo appreso di insidie e molestie rivolte ad alcune ragazze da qualche energumeno durante il raduno di Rimini. Va da sé che la stragrande maggioranza dei partecipanti, oltre agli organizzatori responsabili, hanno condannato con severità e disgusto questi episodi di intollerabile maschilismo vessatorio. Ma ormai il danno era fatto. Per la prima volta dopo decenni di manifestazioni simili, un evento gioioso è stato se non compromesso, certamente vulnerato, da gruppi di selvaggi, o comunque di imbecilli. Va detto che episodi simili accadono spesso quando sono stimolati dalla sinergia del branco e garantiti dall’impunità derivante dal numero.

In guerra, queste brutalità sono così esasperate da arrivare agli stupri collettivi, alle esecuzioni sommarie e ai saccheggi indiscriminati, perché lo spargimento di sangue sollecita i nostri istinti peggiori e primordiali. Se ne sono macchiati tutti gli eserciti, anche se alcuni li hanno adottati in modo sistematico, mentre altri li hanno tollerati come deviazioni occasionali. Naturalmente ci sono aggravanti e attenuanti. I nazisti fucilarono tutti i commissari politici sovietici catturati, e i sovietici assassinarono ventimila ufficiali polacchi nelle fosse di Katyn. Anche gli americani, quando entrarono a Dachau e videro gli orrori perpetrati dalle Ss, misero al muro una trentina di guardiani e li stesero senza processo. Non fu un gesto legale, ma fu un gesto (visto il contesto) comprensibile. 

In tempo di pace, queste manifestazioni di aggressività arrivano talvolta alle devastazioni di quartieri, agli scontri di bande e agli stupri di gruppo: non è facile controllare la violenza della nostra imperfetta natura. Per lo più si limitano ad esibizioni trasgressive o muscolari, e occupano a malapena qualche paginetta di cronaca locale. Quando tuttavia tali eccessi provengono non da giovinastri scalmanati ma da rappresentanti delle più nobili tradizioni patriottiche, la musica cambia. E allora è necessario domandarsene le ragioni.
Probabilmente sono molte, ma mi limiterò a enunciarne una, che suonerà antipatica, e forse sbagliata, ma può indurre a riflettere.

Queste associazioni, che si rifanno a eventi bellici o comunque cruenti, sono state costituite da uomini che hanno realmente militato imbracciando le armi e rischiando la vita. Questo loro sentimento di sacrifico e di coraggio è stato tramandato ai loro immediati successori, che ne hanno vissuto, sia pure per esperienza indiretta, i ricordi e le tragedie, apprendendo quella solidarietà nata nelle trincee fangose e nelle vette gelate. Con l’andar del tempo, e l’abolizione della leva obbligatoria, le schiere si sono inesorabilmente ridotte, e nei loro ranghi sono entrati soggetti che hanno interpretato in modo puramente folcloristico, e talvolta ciarlatano, le nobili attitudine dei padri e dei nonni. Chi non ha condiviso la dura, durissima disciplina del corpo alpino, non può aver maturato quel rispetto verso la persona che costituisce l’anima della loro tradizione.

E’ un po’ quello che è accaduto all’Anpi, che per definizione, essendo nata da una Resistenza armata contro l’invasore, dovrebbe privilegiare, prima ancora della vita e della pace, l’indipendenza della Patria e l’annientamento del nemico. Al quale, come disse Pertini al momento della Liberazione, restava un’unica scelta. arrendersi o perire. Mentre oggi, davanti alla criminale invasione dell’Ucraina, assistiamo a esitanti distinguo che confondono la negoziazione con la resa, e la pace con la schiavitù. Un’ ambiguità che per i partigiani autentici che hanno davvero fatto la guerra, come il centenario prof. Carlo Smuraglia, suona come un’eresia. 

Naturalmente, e per fortuna, i raduni alpini continueranno. Ci auguriamo solo che le varie sezioni operino una selezione adeguata tra i più giovani partecipanti, assicurandone l’adesione agli ideali del benemerito corpo. E ci auguriamo, altrettanto sommessamente, che lo stesso facciano gli eredi dei martiri della Resistenza, che hanno combattuto l’invasore non con bizantinismi verbali di irenismo arrendevole, ma imbracciando i mitra paracadutati dagli angloamericani.

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