Draghi, 8 donne su 23 ministri: la competenza delle donne e le resistenze di (certi) partiti

Sabato 13 Febbraio 2021 di Maria Latella

Otto donne. Non la metà del governo Draghi, come si sperava e come forse sarebbe piaciuto al Capo dello Stato e allo stesso nuovo presidente del Consiglio. La via più facile sarebbe lasciarsi andare al lamento. Ecco, tante chiacchiere e il risultato è questo. Proviamo per una volta a guardare le cose con freddezza e senza ipocrisia.

Per cominciare: sono poche? Sì, ma i partiti non si sono comportati tutti allo stesso modo. Due le ministre per Forza Italia, Maria Stella Gelmini e Mara Carfagna. Una per la Lega, Érika Stefani, poi una per il centro, Elena Bonetti di Italia Viva, una dal Movimento 5 Stelle, Fabiana Dadone. Quindi tre tecniche in ministeri di peso: Luciana Lamorgese, all’Interno, Marta Cartabia, alla Giustizia, e Maria Cristina Messa al ministero dell’Università e della Ricerca. Nessuna dal Pd e nessuna da Leu.

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L’elenco impone dunque due riflessioni: le figure femminili dell’esecutivo, al di là dell’appartenenza e dalle competenze, sono accomunate da un identico atteggiamento: praticano il low profile, se politiche hanno mantenuto una rigida separazione tra vita privata e vita pubblica. Parlano poco. Di quelle tecniche si sa ancora meno. Lo “stile Draghi”, che già ha tanto commosso i cronisti, loro lo osservavano da prima.

La seconda riflessione riguarda la sinistra, dal Pd a Leu: nessuno dei gestori del potere e del consenso ha ritenuto opportuno fare un passo indietro, cedere il posto a una collega in nome di quella parità di genere così spesso evocata e invocata. È possibile che non si sia ritenuto saggio cambiare in corsa e in un momento così delicato i ministri della Difesa, della Salute e della Cultura, così come non si è cambiato il Viminale, ma certo la sinistra dovrà spiegare perché, quando si arriva al dunque, nel centrodestra le donne riescono a farsi largo e nel Pd o in Leu no. 

Il segretario Nicola Zingaretti l’ha ammesso, riconoscendo che ora la rappresentanza andrà ribilanciata, si immagina nei posti da viceministro, sottosegretario, sottogoverno, ma il dato resta e anche la sensazione che, a sinistra, in fondo, non si ha ancora il coraggio di dire la verità: il potere ce l’hanno gli uomini e quando si tratta di decidere sulle cose che contano non ci si aspettino atti di generosità. La politica è lacrime. Sangue. E anche m... certo. 
Sconsiglierei alle deluse del Pd e di Leu la strada della lamentazione. Si battano per avere più voti dei colleghi maschi e li facciano pesare. Per graziosa concessione, come si è visto, non arriva niente.

Si dirà: ma in Forza Italia e nella Lega le ministre sono pur sempre state indicate dai partiti e dunque quella scelta si può fare. È vero: ma Forza Italia aveva già due capogruppo. Una delle due, Gelmini, ben radicata al nord, ha ottenuto un ministero importante come quello degli Affari regionali, come si é visto nevralgico in tempi di pandemia. L’altra forzista, Mara Carfagna, ha un suo zoccolo elettorale in Campania. 

In questi anni, complice il progressivo indebolimento del partito, si sono create una loro autonoma forza. Lo stesso, evidentemente, non è successo a sinistra. In politica contano i voti, si dice. Non sempre e non per tutti, è vero. Ma certamente contano le correnti: Orlando, Guerini e Franceschini sono ciascuno il referente di un pezzo di Pd. Bisogna dunque arrendersi? No. 

Ma per cominciare sarebbe utile non cominciare il tiro al bersaglio dalle prossime ministre quando, volendo attaccare per ragioni nobili o meno il governo, si considererà più prudente prendersela con chi, a torto o a ragione, sembra più debole. «In quanto donna», naturalmente.

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Ultimo aggiornamento: 14 Febbraio, 09:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA