La battaglia necessaria sullo strapotere delle toghe

Sabato 13 Febbraio 2021 di Carlo Nordio

Non sappiamo quale sia il programma del nuovo governo sulla giustizia. Sappiamo che Draghi la considera una priorità - ed in effetti lo è - perché la lentezza dei processi e l’incertezza del diritto incidono gravemente sull’economia che rappresenta oggi, assieme alla salute, l’emergenza maggiore. Abbiamo anche scritto, e lo ripetiamo, che proprio per questo occorre intervenire, prima di tutto, sulla giustizia civile, i cui ritardi compromettono gli investimenti e lo sviluppo, e contemporaneamente su quei settori che paralizzano la pubblica amministrazione. L’abolizione del reato di abuso di ufficio e la limitazione dei ricorsi al Tar ridarebbero vitalità a sindaci e assessori oggi paralizzati dalla minaccia delle inchieste.

Sarebbero riforme a costo zero e, quel che più conta, abbastanza condivise. Soprattutto l’accelerazione delle cause civili troverebbe - riteniamo - un ampio consenso parlamentare. 
Detto ciò, aggiungiamo che questa potrebbe essere l’occasione per una strategia di più ampio respiro. Il governo Draghi ha tre punti di forza: l’ impronta genetica del Presidente della Repubblica, l’avallo dell’Europa e la conseguente fiducia dei mercati e, ultima ma non ultima, la certezza che la sua caduta comporterebbe lo scioglimento delle Camere e il ritorno a casa di molti soggetti che passerebbero dal congruo emolumento parlamentare al più modesto reddito di cittadinanza. Con questo viatico favorevole, non è utopistico pensare che, almeno in seconda battuta, il nuovo premier possa proporsi di riscrivere la pergamena marcita della nostra giustizia. 

I tarli che l’hanno corrosa sono molti. Il codice di procedura penale è un’arlecchinata di cui nessuno capisce più nulla. Nato con il nobile intento di sostituire il fascistissimo codice Rocco con quello anglosassone (detto appunto alla Perry Mason) di impronta liberale e garantista, è stato snaturato e stravolto dal legislatore, dalla Corte Costituzionale (dove sedeva, ironia della sorte, il suo stesso autore, professor Giuliano Vassalli) e dall’interpretazione giurisprudenziale.
L’abominio della modifica della prescrizione, voluta da Bonafede, ha posto il sigillo finale del giustizialismo più ottuso e giacobino. Per il resto c’è solo l’imbarazzo della scelta: l’uso eccessivo e strumentale delle intercettazioni, la loro oculata selezione con la diffusione pilotata attraverso giornalisti compiacenti, l’azione penale diventata arbitraria e quasi capricciosa, l’adozione della custodia cautelare come strumento di pressione investigativa, lo snaturamento dell’informazione di garanzia diventata grimaldello di estromissione degli avversari politici, e più in generale la sottomissione umiliante e servile della politica davanti alle iniziative giudiziarie più sconsiderate.

Su questo fallimento si innesta il progressivo - e per noi doloroso - discredito della magistratura dopo lo scandalo Palamara: il mercimonio delle cariche, lo strapotere delle correnti, le contiguità opache tra toghe e partiti, insomma la più bassa baratteria clientelare mercanteggiata al ristorante o nelle case dei magistrati. Il trojan inserito nel cellulare di Palamara ha rivelato solo in parte questo sistema disgustoso, peraltro ben noto da anni a tutti i magistrati.

Per di più, come ha detto lo stesso intercettato, nelle conversazioni pubblicate «c’è di tutto, ma non c’è tutto». Aspettiamo il seguito. Infine il sospetto più grave: che la giustizia sia stata piegata a fini politici da chi la amministrava, per eliminare protagonisti sgraditi. L’intercettazione su Salvini è su questo significativa: se così fosse, più che un reato sarebbe un sacrilegio.

Si tratta, come direbbe De Gaulle, di un vasto programma; ma di incerta realizzazione, per due ragioni. La prima, che non sarebbe facile ottenere in Parlamento una maggioranza disposta ad approvare riforme così radicali, ancorché indispensabili. L’ala cosiddetta giustizialista del Pd e dei grillini potrebbe porvi il veto, anche a rischio di perdere il seggio e lo stipendio. La seconda, connessa alla prima, sarebbe l’ostilità della parte più politicizzata della magistratura. Nessuno pensa che reagirebbe con iscrizioni sul registro degli indagati, spedizioni di informazioni di garanzia, intercettazioni sapientemente diffuse, e magari qualche buon arresto cautelare. Sarebbe un’ignominia alla quale non vogliamo nemmeno pensare. Ma certamente reagirebbe, come ha sempre fatto, con quella “moral suasion”, ora lamentosa ora arcigna, dei convegni, degli appelli, delle petizioni culminanti nella stucchevole litania del depotenziamento della lotta alla mafia, agli evasori fiscali e, naturalmente, ai politici corrotti. Una pressione fortissima cui sarebbe difficile resistere. 

L’altro giorno, nell’indirizzare il nostro rispettoso augurio al nuovo premier incaricato, citammo le doti che Gibbon attribuisce al grande statista: la mente per comprendere, il cuore per risolversi, il braccio per eseguire. Quest’ultimo non dipende da Draghi, perché spetta al potere legislativo. Ma se Draghi, con la sua indiscussa autorevolezza, dimostrasse il cuore per progettare una simile riforma, sarebbe già un significativo passo avanti verso il ripristino di una civiltà giuridica decrepita e moribonda. Anche se non avesse successo, sarebbe un bel messaggio: in fondo la battaglia più nobile è quella che sappiamo perduta in partenza. E, poi, non si sa mai, potrebbe anche essere vinta.
 

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