di Alessandro Campi
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Martedì 8 Dicembre 2020, 00:10

Cosa ha in testa esattamente Matteo Renzi? Vuole fare cadere il governo nato proprio grazie a un suo guizzo politico nell’estate del 2019? Oppure minaccia la crisi solo per avere più agibilità (e magari anche qualche incarico o poltrona) per il suo partitino ora che ci saranno tanti soldi da distribuire in grandi opere e grandi progetti? Esprime preoccupazioni per il Recovery Fund mentre in realtà ciò che lo preoccupa davvero è la futura legge elettorale?

Renzi, da quando ha perso il referendum della vita, lasciato il governo e abbandonato il Pd, ha un problema, in senso lato, di credibilità politica. Si pensa male di lui anche quando lui dice bene. Si sospetta sempre che dietro le buone intenzioni ci siano cattive azioni o retropensieri non confessati. Il che per un politico che voglia conquistare il consenso (riconquistare nel suo caso) è davvero un bel problema. Soprattutto quando la plausibilità di ciò che si sostiene si somma all’intempestività. 


Lo si sta vedendo in queste ore. Le cose che dice il leader di Italia Viva sono in gran parte sensate e più che condivisibili, ma qual è il loro fine reale? E il momento è davvero quello giusto per dare battaglia? Dice: abbiamo fatto nascere questo governo per non dare pieni poteri a Salvini, non per darli a Conte. (Applausi). Dice: basta creare continuamente task force e comitati di esperti, abbiamo già tanti dirigenti ministeriali, alti burocrati e funzionari perfettamente in grado di progettare e realizzare il futuro del nostro Paese. (Segnali di viva approvazione). Dice: cos’è quest’ossessione di Conte a occuparsi in prima persona dei servizi segreti. (Larghi consensi). Dice: con sessantamila morti qualcosa in Italia non ha funzionato, altro che magnificare nelle interviste, senza timore del ridicolo, il governo con i ministri migliori del mondo. (Ovazione).


Critiche giuste e condivisibili, come anche – sulla carta – la richiesta di un repentino cambio di passo e di un rimpasto (fuori gli incapaci, dentro personalità autorevoli e fattive). Sarebbe, lui dice, nell’interesse del governo e della maggioranza che lo sostiene. Sarebbe, diciamo noi, nell’interesse degli italiani. 


Il problema è quanto tutto ciò, detto da Renzi, in questo preciso momento, sia appunto credibile, accettabile, opportuno e praticabile. Siamo infatti nel mezzo di una pandemia che ci dicono dovrebbe rallentare ma che, a certe condizioni, potrebbe persino peggiorare. Stiamo per affrontare il Natale peggiore della nostra storia nell’anno più brutto che si ricordi. Siamo alle prese con una crisi economica ed occupazionale che sta acuendo drammaticamente le differenze sociali e che difficilmente potrà essere risolta a breve a colpi di ristori, agevolazioni e provvidenze distribuite a pioggia. Siamo impegnati nella pianificazione di una campagna di vaccinazioni di massa alla quale è affidata l’unica nostra speranza di un ritorno alla vita normale. Abbiamo, da ieri, mezzo governo sotto controllo medico o in isolamento fiduciario a causa di un ministro risultato positivo al Covid. Abbiamo il consigliere del ministro della Salute, Walter Ricciardi, ottimista inguaribile e comunicatore sopraffino, che ci dice che dicembre e gennaio saranno mesi terribili (e chissà che non abbia ahinoi ragione).


Come se non bastasse, domani il delicato equilibrio parlamentare che sostiene Conte e la sua squadra potrebbe sfasciarsi, visto che ben più allarmanti dei malumori di Renzi sono le divisioni profonde che esistono all’interno del M5S. Il Capo dello Stato, stavolta seriamente preoccupato, pare abbia già pronto un governo tecnico di riserva: nel caso si realizzi lo scenario peggiore ma con la speranza che tale scenario non abbia a realizzarsi. 


Sono insomma giornate – e lo saranno sempre più – difficili, complicate, incerte, che spingono a chiedersi quanto certi tatticismi isolati o giochi di partito, quanto i messaggi obliqui affidati a interviste o dichiarazioni alla stampa, quel dire A per intendere B che è la specialità del nostro ceto politico, abbiano senso e possano risultare graditi ai cittadini, mai così allarmati e preoccupati per il loro futuro, immediato e lontano.


Conte e il suo governo non funzionano e non convincono? Forse bisognava pensarci prima. E’ il paradosso della politica italiana in questo tragico momento. Nulla si può cambiare proprio nel momento in cui ci sarebbe molto da cambiare. Il che fa di un esecutivo debolissimo un governo forte ma solo per mancanza di alternative praticabili. Ne nasce, per tutte le componenti della maggioranza come anche per le opposizioni parlamentari nel loro insieme, un problema di responsabilità istituzionale e di senso del dovere. Il che significa, riferito ai partiti, che non si possono creare fratture e divisioni, oltre quelle fisiologiche o che già esistono, in un momento come questo. Ma il richiamo alla responsabilità e alla prudenza deve valere, in questa fase, anche per i singoli. 


Di Renzi abbiamo detto. Resta dunque da dire di Conte. Che in questi mesi – complice l’emergenza – ha tirato istituzionalmente troppo la corda, sino a scambiare il suo ruolo di mediatore e garante d’una coalizione precaria e innaturale con quello di guida politica e morale della nazione che nessuno – né gli elettori né la storia – si è mai sognato d’affidargli.
Auguriamoci dunque – sulla progettazione e gestione Recovery Fund come sulle altre materie in discussione in queste ore (dalla riforma del fisco alle misure di rilancio dell’economia) – il massimo spirito di collaborazione nel mantenimento dei ruoli, avendo come unico pensiero il bene dell’Italia e degli italiani. Alla distribuzione dei meriti e delle colpe su quel che s’è fatto in questi mesi e si sta facendo, come anche alle manovre di Palazzo e alle vendette personali, penseremo più avanti. Quando, passata finalmente la paura, ce lo potremo permettere. 
 

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