Il vuoto da riempire/ L occasione italiana nell Europa senza leader

Il vuoto da riempire/ L’occasione italiana nell’Europa senza leader

di Vittorio E. Parsi
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Venerdì 5 Febbraio 2021, 00:52 - Ultimo aggiornamento: 23:00

Che Mario Draghi – oggettivamente e a prescindere dalle modalità con sui si è giunti al suo incarico – costituisca una risorsa per l’Italia mi pare che nessuno si arrischi a metterlo in discussione. Parafrasando quello che si dice nelle Banche centrali, Mario Draghi è il “lender of last resort” (il prestatore di ultima istanza) di un sistema politico in eterna fase di transizione.


Un suo eventuale fallimento sarebbe un colpo difficilmente assorbibile per il Paese, sul piano politico, socioeconomico e forse persino istituzionale. Poco si riflette però, su come anche a livello europeo siamo di fronte a una fase di vuoto relativo di leadership che proprio la figura di Draghi potrebbe riempire: nell’interesse dell’Italia, certo, ma simultaneamente in quello dell’Europa, essa pure alle prese con una difficile improrogabile trasformazione.


Ma procediamo con ordine. Al di là dei tatticismi politici e delle manovre di fazione di chi vuole “intestarsene il merito” – dimostrando per l’ennesima volta una inesaudibile incultura istituzionale – credo sia evidente che – per il suo profilo, la sua caratura e la sua esperienza – Mario Draghi rappresenti un’opportunità per l’Italia. Ci si attende da lui che sappia infondere nel documento di attuazione nazionale del Next Generation Eu quella visione “dell’Italia a 30 anni”, e le modalità concrete per arrivarci, che fino a qui, per mille motivi, nessun soggetto politico è riuscito ancora a far emergere. Concretezza e ispirazione sono le due doti che non dovrebbero mai difettare alla leadership politica e, guarda caso, sono esattamente le qualità che Draghi ha dimostrato di possedere e saper esercitare negli anni trascorsi alla Bce.

Oggi, la levatura dell’interprete eleva l’attenzione al palcoscenico, provinciale e un poco scalcagnato, sul quale la rappresentazione va in scena: detto fuor di metafora, la “fama” di Draghi renderà il pubblico (i partner europei) più bendisposto verso la scomodità e la perifericità del teatro (l’Italia). Prima i capi e capetti dei partiti italiani lo capiscono, meglio è.
Mario Draghi però è anche una risorsa per l’Europa, che si ritrova – come il mondo e come l’Italia – ad affrontare una situazione che non aveva previsto e per la quale era sostanzialmente impreparata. Dopo un primo iniziale shock, la Ue ha reagito dando vita a quel gigantesco piano di rilancio che conosciamo e che ha preso forma concreta solo dopo estenuanti trattative e grazie al fatto che Francia e Germania – Macron e Merkel – ne fossero diventati gli alfieri. Tutti ricordiamo il duro corpo a corpo con i cosiddetti “Paesi frugali” per vincerne l’ostilità a un sostegno solidale, garantito dalla Ue nel suo complesso e temporaneamente svincolato dalle rigidità di bilancio.


Merkel quest’anno lascerà la cancelleria. Macron è il governante europeo con gli indici di popolarità più disastrosi. Eppure l’Unione ha disperatamente bisogno di leadership autorevoli se vuole riuscire a trasformarsi in maniera appropriata per rispondere alle sfide di un mondo post-pandemia, in cui la tensione del confronto sino-americano è inevitabilmente destinata a restare una costante, con una Russia che dovrà affrontare il dopo Putin, con un’economia globale dalle catene del valore più compatte che, se non governata, rischia di alimentare aree economiche regionali pericolosamente esclusive. Soprattutto stiamo parlando di un’economia gravata da una mole enorme di debito pubblico e privato che va messo in sicurezza: non tanto rispetto al pericolo di insolvenza, quanto piuttosto rispetto ai possibili (e probabili) attacchi speculativi.


Mario Draghi, nella sua prolungata presidenza della Bce ha vissuto la crisi greca e gli errori della “troika”, le minacce alla sopravvivenza dell’euro e la sua strenua difesa: in sintesi, le rigidità e le potenzialità della moneta unica. Proprio nella difesa dell’euro ha dimostrato straordinarie qualità di leadership, che hanno consentito alla Bce di supplire all’imperfezione dei Trattati e all’ignavia dei governi. Anche la sopravvivenza dell’Unione – tanto quanto quella dell’Italia – dipenderà dalla qualità della risposta complessiva che essa potrà e vorrà fornire alle nuove sfide e dal sapersi pensare nel mondo dopo la pandemia: al quale deve decidere se intende concorrere a dare forma. Se vuole attivamente “immaginarlo” o passivamente “prevederlo”. Sarà una battaglia dura, da vincere in primo luogo al suo interno, dove la partita tra Paesi “frugali” (in realtà opportunisti) e tutti gli altri è ancora aperta. Ed è proprio qui che Mario Draghi potrà fare la differenza. Non da solo e non solo contro tutti, ma per la sua capacità di catalizzare il meglio delle risorse disponibili. Né più né meno di quanto è stato chiamato a fare dal presidente Mattarella.

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