di Alessandro Campi
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Venerdì 4 Febbraio 2022, 00:05

Il centrodestra – originale invenzione del Cavalier Berlusconi quando entrò in politica quasi trent’anni fa – è in crisi momentanea o è finito per sempre? Dalla risposta a questa domanda dipende il futuro del nostro sistema partitico e degli equilibri che lo governeranno.Facciamo il primo caso. In realtà, di momenti complicati, sino ad un passo dalla rottura, l’alleanza ne ha conosciuti diversi. Poi tutto si dimentica, in Italia più che altrove, oggi più facilmente di ieri, e dunque nemmeno più ci ricordiamo di quel che furono capaci di rovesciarsi addosso, tra accuse e insulti veri e propri, Bossi, Fini e Berlusconi, per non dire dei loro seguaci, in certi frangenti. Ma ciò non ha impedito ai tre leader e ai rispettivi partiti, dal 1994 in avanti, di governare insieme, al centro e in periferia, di stare insieme all’opposizione, di dividersi quando necessario per poi riunirsi quando conveniente.
Come è stato possibile? C’era innanzitutto un cemento ideologico comune – opporsi alla sinistra e alle sue ambizioni egemoniche. Ma c’era anche un disegno strategico, che era poi la vera novità politica introdotta in Italia dal Cavaliere: costruire, dopo il crollo della Prima Repubblica retta per un cinquantennio dalla logica del proporzionale, un sistema bipolare. Quella che fu definita la democrazia dell’alternanza, basata sulla logica del maggioritario.

C’era poi un dato antropologico e storico-culturale. Nel centrodestra erano confluite tre forze che non avevano radici nel patto costituzionale da cui era sorta la Repubblica dei partiti poi degenerata in partitocrazia e infine travolta dalle inchieste di Mani Pulite. Quell’alleanza era, nella rappresentazione propagandistica, un po’ meno nella realtà, il Nuovo contro il Vecchio. C’era infine un fattore sociologico unificante, che forse non andrebbe trascurato nemmeno oggi che si parla di un centrodestra morto e sepolto: l’omogeneità tendenziale, e la tendenziale interscambiabilità, dell’elettorato che votava per quei partiti. In esso non mancavano differenze e articolazioni interne, ma si trattava all’ingrosso del corpaccione moderato-conservatore e piccolo-medio borghese, anticomunista in politica, tradizionalista sul piano sociale, oscillante tra qualunquismo anti-politico e rispetto conformistico dell’autorità, laborioso e con un radicato senso del dovere, insomma “Dio, patria, famiglia e portafoglio”, che in passato aveva costituito la base elettorale della Democrazia cristiana e che Berlusconi e i suoi alleati avevano avuto la capacità di raggrumare dopo l’iniziale rischio di dispersione.

Ciò detto, il centrodestra non è un dato di natura, ma una formula inventata, un artificio, come tutto in politica. Il fatto che abbia funzionato a lungo, non vuol dire che debba esistere per sempre. Peraltro la forza di un’alleanza è data anche dalla volontà e dalla natura dei contraenti. E quelli odierni – la Meloni al posto di Fini, Salvini al posto di Bossi, Berlusconi che politicamente è la pallida copia del sé stesso di un tempo – sono molto diversi rispetto al passato. Veniamo così alla seconda ipotesi, quella al momento più accreditata: il centrodestra ha concluso la sua parabola essendo nel frattempo cambiati, non solo i suoi protagonisti, ma anche alcune condizioni particolari, il quadro politico-istituzionale interno e lo stesso contesto storico globale. 
Innanzitutto, non c’è più il federatore-aggregatore, che era anche un po’ il padre-padrone. E una coalizione senza qualcuno che comanda, dotato di una vera forza politica e di una innata capacità persuasiva, difficilmente può funzionare. Avere oggi due partiti – come sono Lega e FdI, divenuti nel frattempo i soggetti forti della coalizione a scapito di Forza Italia – sostanzialmente eguali nei numeri è un fatto che basta da solo a spiegare, al di là dei personalismi, quel che sta accadendo. Chi dovrebbe comandare tra Salvini e la Meloni avendo essi gli stessi consensi (potenziali) nel Paese? 

Nel frattempo s’è indebolita sempre più l’idea strategica da cui il centrodestra era nato. Da un lato, l’Italia bipolare-maggioritaria ha attecchito poco sul piano della cultura politica (siamo pur sempre il Paese delle mille fazioni e tribù ideologiche); inoltre essa è praticamente finita nel novembre 2011, con la caduta traumatica dell’ultimo governo guidato da Berlusconi. Da allora, si cominciò con Monti, si è arrivati a Draghi, le alleanze politico-strategiche di centrodestra e centrosinistra, che pur non avendo sempre brillato alla prova del governo avevano comunque una loro coerenza e riconoscibilità, sono state sempre più sostituite da coalizioni politicamente eterogenee, occasionalistiche e necessitate, spesso imposte come soluzioni emergenziali sotto guida e pressione esterna, dal Quirinale all’Europa.

Ma è anche cambiata, strada facendo, la visione politica dei partiti della coalizione. La Lega padanista, guidata con piglio pragmatico da Bossi, s’è radicalizzata con Salvini in chiave sovranista. Alla destra laico-repubblicana e dialogante immaginata da Fini s’è sostituita una destra che sembra tornata alla retorica anti-sistema tipica del vecchio Msi. Quanto al liberal-riformismo predicato per anni da Berlusconi, si è risolto col passare degli anni in un generico richiamo ai valori del moderatismo e in un centrismo puramente tattico. La componente populista della coalizione s’è mangiata quella popolare. Mentre molti storici elettori di centrodestra, delusi o confusi, hanno finito per rifugiarsi sempre più nell’astensionismo o per cercare altri approdi: i più arrabbiati il M5S, gli insofferenti per l’estremismo le varie espressioni della galassia centrista. Quanto ai cambiamenti di scenario storico, tra pandemia, nuova guerra fredda tra Cina e Usa, transizione ecologica, onda populista, rivoluzione digitale e lotta tra democrazie e autocrazie quello odierno è davvero un altro mondo rispetto ad appena quindici anni fa. E se cambia il mondo la politica, con le sue formule per definizione contingenti, non può che adeguarsi.
La settimana pazza che ha portato alla rielezione forzata di Mattarella come Capo dello Stato ha visto sommarsi e improvvisamente deflagrare tutti questi processi. Il centrodestra, per il fatto di essersi mosso in ordine sparso e senza alcuna strategia unitaria, ha perso improvvisamente di credibilità agli occhi delle stesse forze che in esso si sono a lungo riconosciute. Sotto lo shock di una sconfitta manifesta e non prevista, si sono prodotti, al tempo stesso, una sorta di riposizionamento identitario e il desiderio, tanto impellente quanto ancora confuso, di battere strade nuove rispetto al passato.

Forza Italia ha così rivendicato il suo essere sempre stato un partito di centro, dunque equidistante dalla destra e dalla sinistra, interessata a dialogare solo con chi rivendica lo stesso posizionamento. La Lega, sino a ieri nazional-populista e occhieggiante l’estrema destra europea, ha riscoperto la sua matrice originaria di “partito del Nord” pragmatico e produttivo. Fratelli d’Italia ha dichiarato di essere una destra che non intende rinnegare le sue radici ideologiche solo per darsi una patente di rispettabilità. Forza Italia punta dunque a federarsi con i tutti i partiti di centro presenti in Parlamento: la leadership odierna di Berlusconi ovviamente non si discute, ma si guarda anche a chi possa proseguirne l’eredità nel prossimo futuro, da Casini a Renzi. Salvini per accreditarsi come leader responsabile e potenziale uomo di governo, propone una federazione con Forza Italia senza la destra e ammicca al popolarismo europeo. Fratelli d’Italia, forte dei sondaggi, rivendica la sua scelta di unica forza d’opposizione e punta sull’autosufficienza, minacciando in nome della purezza ideologica ritrovata di far saltare le coalizioni di centrodestra al governo nei diversi territori. 

Da un lato rischia di essere una spirale autodistruttiva, della quale finirebbero per avvantaggiarsi solo gli avversari, a partire dal Pd. Dall’altro potrebbe anche essere l’inizio di un riposizionamento strategico-progettuale dei diversi partiti che furono alleati nel centrodestra, divenuto per molti versi inevitabile e necessario. Crisi o fine di una storica coalizione? Di certo trascinarla tra equivoci e malintesi, tra rancori privati e forzose conciliazioni in pubblico, come si è fatto negli ultimi tempi, poco servirebbe all’Italia e poco piacerebbe agli elettori. Meglio dunque separati che fintamente uniti, in attesa di capire cosa ogni singolo partito avrà la forza d’inventarsi per tornare ad essere credibile e vincente.

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