Aspettando la crescita/ Nel Paese che galleggia serviva più coraggio

Mercoledì 2 Ottobre 2019 di Paolo Balduzzi
Ogni epico western che si rispetti prevede la scena dell’eroe che rincorre a cavallo un treno lanciato verso il vuoto, salta sulle ultime carrozze, lo percorre per tutta la sua lunghezza rischiando più volte di cadere e infine, con immenso sforzo, riesce a tirare la leva del freno, salvando se stesso e tutti i viaggiatori a pochi metri dal baratro. Questa è l’immagine che potrebbe ben descrivere l’impresa di una maggioranza formatasi poche settimane fa e subito alle prese con la legge di bilancio, forse una delle più difficili degli ultimi anni. 
Dal 2013 in poi le prospettive di crescita economica, seppur timide, sembravano comunque positive e promettenti. Da un anno a questa parte, invece, quelle aspettative sono crollate: a causa di fattori esterni, certamente, come la guerra dei dazi, la frenata tedesca, la Brexit; ma ancor di più a causa di fattori interni, come le nostre difficoltà ormai ataviche nel guadagnare produttività, nel valorizzare le nuove generazioni e nell’incapacità di affrontare seriamente lo scoglio del debito pubblico. 
Passate momentaneamente la tempesta dello spread sui mercati e le tensioni con l’Unione Europea, restiamo comunque la nazione che cresce di meno, sostanzialmente fermi nel 2019.
Per seguire poi con la previsione di uno scarso 0,4% a legislazione vigente nel 2020 - che diventa comunque solo lo 0,6% tenendo conto delle riforme previste - e previsioni inferiori all’1% fino a tutto il 2022. Sono ritmi di crescita lontani e non paragonabili con le altre nazioni europee (basti guardare a Francia e Spagna per rendersene conto). Sarebbe quindi adesso il momento opportuno per attrezzare il nostro Paese con gli strumenti necessari non solo a navigare in acque tranquille finché queste resteranno tali, ma anche ad affrontare i momenti più difficili che sicuramente il 2020 ci ripresenterà. Del resto, in tal senso si stanno attrezzando un po’ tutti i paesi europei, a cominciare dalla Germania. 
Per gli amanti delle metafore (e dei film western), sembra che il nostro eroe appena salito sul treno si sia prima disorientato, non ricordando esattamente il motivo del suo intervento, ma soprattutto non sembri avere ancora compreso il funzionamento di quella fondamentale leva del freno. Certo, forse siamo troppo pessimisti a dipingere il nostro Paese come un treno che corre verso il vuoto. Ma l’esperienza di questi anni, almeno dal 2011 in poi, ci ha insegnato che bastano qualche dichiarazione sbagliata, scelte politiche troppo conservative o elettorali, una speculazione finanziaria internazionale, per metterci in ginocchio. E forse siamo anche ingiusti a non concedere ai nuovi arrivati il beneficio del tempo. 
Ma, anche qui, la metà di nuovi arrivati, vale a dire il Movimento 5 Stelle, e in particolare il presidente del Consiglio, sono in carica ormai da oltre un anno. E non si può certo dire che il Partito democratico pecchi di inesperienza, avendo guidato il Paese dal 2013 al 2018.
Cosa manca quindi alla legge di bilancio che si prospetta leggendo i primi documenti ufficiali? Innanzitutto, una forte dose di coraggio e lungimiranza. La discussione sull’Iva è paradossale, soprattutto a fronte di una ormai indifferibile necessità di intervenire non tanto sulla tassazione dei consumi quanto su quella dei redditi, in particolare quelli da lavoro dipendente. Basta guardare ai numeri: si trovano 23 miliardi per sterilizzare l’aumento generalizzato delle aliquote Iva (un punto e mezzo di Pil) e solo poco più di 3 miliardi per la riduzione del cuneo fiscale (nemmeno lo 0,15% del Pil nel 2020, lo 0,3% dal 2021). Una testimonianza dello squilibrio che emerge tra un governo imprigionato dalle proprie promesse emotive («siamo nati per fermare l’aumento dell’Iva») e il bisogno di rilanciare davvero l’attività economica, sgravando lavoratori e datori di lavoro da un peso fiscale enorme e ormai sedimentato negli anni. 
E, siamo pronti a scommetterlo, la sterilizzazione anche quest’anno sarà solo temporanea: e tra 12 mesi saremo ancora qui a cercare, in emergenza, una ventina di miliardi sottratti alla sviluppo o perlomeno alla riduzione del debito. Sì, perché anche in tema di riduzione del debito, in perfetta tradizione con il passato, la scelta non è stata per nulla aggressiva: la riduzione del deficit, e quindi del debito, è affidata al calo dello spread e al risanamento che avverrà (forse) nei prossimi anni. Anni in cui, vale la pena di ricordarlo, l’obiettivo non sarà più semplicemente il pareggio di bilancio ma addirittura un avanzo dello 0,5%! Per quest’anno, l’indebitamento è previsto al 2,2% del Pil (circa 35 miliardi) e scenderà all’1,4% entro il 2022. È davvero impossibile pensare che parte di questo deficit non potesse e possa essere finanziato da una seria attività di revisione della spesa e da una diffusa e seria lotta all’evasione fiscale? Si tratterebbe di interventi che da un alto limiterebbero gli sprechi della pubblica amministrazione e dall’altro aumenterebbero la coesione e la giustizia sociale. È giusto, comunque, ammetterlo: quando l’economia rallenta, l’utilizzo del deficit resta uno strumento molto potente e anche necessario nelle mani dei Governi. Ma proprio per questa ragione, è bene armarlo con i contenuti migliori: investimenti, infrastrutture, riforme (del mercato del lavoro, della pubblica amministrazione, della giustizia: chi più ne ha più ne metta). Per ora, tutto ciò resta nell’elenco dei disegni di legge collegati al bilancio: il green new deal, la riforma fiscale, l’autonomia differenziata e così via. Al momento, solo un libro di tante buone intenzioni. Con la speranza che queste buone intenzioni non lastrichino la strada verso l’inferno. E i binari di un treno che appare lanciato verso il vuoto. © RIPRODUZIONE RISERVATA