Manovra necessaria/ Cuneo fiscale e Quota 100 i temi caldi da affrontare

Manovra necessaria/ Cuneo fiscale e Quota 100 i temi caldi da affrontare

di Alberto Brambilla
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Mercoledì 3 Marzo 2021, 00:17 - Ultimo aggiornamento: 01:40

Il governo guidato da Mario Draghi dovrà sicuramente - e in tempi brevi - affrontare i temi caldi delle pensioni e dell’assistenza sociale. In base alle evidenze emerse nell’ottavo Rapporto sul Bilancio del sistema previdenziale italiano curato da Itinerari Previdenziali, si possono segnalare cinque considerazioni utili per meglio definire la manovra.


Il primo. Anzitutto è utile evidenziare che l’entità della spesa sociale in Italia nel 2019 ha toccato la ragguardevole cifra di 488 miliardi, pari al 56% della spesa pubblica totale e al 58% delle entrate statali. Nel 2012 era di 432 miliardi, cioè 56 miliardi in meno: delle nuove risorse, 19 miliardi sono stati destinati alle pensioni, 5 miliardi alla sanità e 34,6 miliardi all’assistenza sociale (+61%). 


Oneri parzialmente compensati da una riduzione delle prestazioni temporanee, che però aumenteranno nel bilancio 2020 a causa della pandemia. Questi dati offrono un primo spaccato utile a smontare il luogo comune secondo il quale da noi si spende poco per il welfare, mentre in realtà siamo ai primi posti al mondo per spesa sociale.


Un dato che, tra l’altro, comprende la Gias (interventi assistenziali) dei dipendenti pubblici e le integrazioni al minimo che sono ovviamente classificati anche nel bilancio Inps come assistenza (19,5 miliardi). Cade perciò un altro luogo comune, secondo il quale le pensioni rappresentano il grosso della spesa sociale: al netto dell’assistenza, queste costano circa 210 miliardi lordi e su questo importo lo Stato preleva circa 54 miliardi di Irpef pari a 3 punti di Pil (il grosso del prelievo riguarda meno di 5 milioni di pensionati su 16 milioni). Per cui la spesa effettiva netta è inferiore a 157 miliardi, totalmente finanziata dalla produzione (aziende e lavoratori): curiosamente l’Italia comunica a Bruxelles che la sola spesa per vecchiaia e superstiti è pari (dati 2018 ultimi disponibili) al 16,3% contro una media del 12,2% dei Paesi Ue.


Ora, poiché l’analisi condotta dal Rapporto è basata rigorosamente sui bilanci pubblici e applica la metodica del Nucleo di Valutazione della Spesa Previdenziale (soppresso nel 2012 dal governo Monti) separando assistenza e previdenza, indicare a Eurostat una grandezza complessiva è controproducente per l’Italia, soprattutto in vista delle inevitabili condizionalità legate ai fondi del Next Generation Eu.


È ovvio che se spendiamo 4,1 punti di Pil in più oltre la media Ue, la Commissione ci chiederà - come ha già fatto nel 2011 - una ennesima riforma delle pensioni. Visti i non eccelsi risultati della riforma Fornero, proseguire con queste modalità appare controproducente: sarebbe perciò consigliabile separare le due grandezze nelle informative indirizzate a Eurostat.
Punto terzo. La spesa assistenziale è passata da 73 miliardi nel 2008 a 114 miliari nel 2019 e nonostante questo gran balzo (“debito cattivo”, nella visione di Draghi), che nel 2020 e negli anni successivi si incrementerà a causa dell’emergenza sanitaria, la povertà assoluta misurata dall’Istat è passata da 2,1 milioni di persone a 5 milioni mentre quella relativa da 6,5 a 9 milioni. Probabilmente le politiche assistenziali andranno riviste e il primo rimedio è la creazione di una banca dati che aspettiamo dal lontano 2005.


Un Paese che non sa a chi e perché distribuisce i soldi dei contribuenti, e ogni giorno scopre che migliaia di prestazioni sono indebite, ha più di un problema: il primo dei quali è la voracità dei partiti che per catturare il consenso promettono tutto a tutti.


Punto quarto. L’altro tema riguarda il difficile finanziamento della spesa sociale a causa della enorme evasione fiscale e contributiva: se il 60% degli italiani non paga né Irpef né contributi, come si fa a sostenere una spesa tanto elevata per il welfare? Per sostenere la spesa sociale oltre ai contributi sociali (229 miliardi) occorrono tutte le imposte dirette (Irpef, Irap, Ires, Isost nazionali e territoriali) sicché per finanziare gli investimenti in sviluppo - scuola, università e ricerca, in una parola il “futuro” del Paese - restano solo le imposte indirette e, purtroppo, tanti debiti. Il governo Draghi ha quindi una missione aggiuntiva, non facile ma assolutamente indispensabile.


Punto quinto. La questione di “Quota 100” va risolta una volta per tutte entro la scadenza di fine anno, altrimenti si produrrebbe uno scalone di oltre 5 anni. In altre parole, sarebbe necessaria una Fornero bis con tanto di nuove salvaguardie e una pletora di anticipazioni per sopperire allo scalone; è quindi necessario uscire da “Quota 100” con una revisione definitiva della Fornero valida per almeno 10 anni. In che modo? Quattro i passaggi essenziali.
Anzitutto una totale equiparazione delle regole generali per i modelli retributivi, misti e contributivi comprese le tutele per i giovani che hanno iniziato a lavorare nel gennaio 1996, eliminando ovviamente le norme Fornero; inoltre andrebbe istituito un “fondo di equità” per i contributivi, alimentato da subito con 500 milioni l’anno per finanziare le tutele pensionistiche per i giovani, a partire dal 2036. 


In secondo luogo blocco per tutti i lavoratori dell’adeguamento alla speranza di vita del requisito di anzianità contributiva richiesto per la pensione anticipata a 42 anni e 10 mesi (un anno in meno per le donne), con ulteriori riduzioni per precoci e lavoratrici madri. È poi consigliabile l’utilizzo dei fondi-esubero per lavoratori con problemi e reintroduzione delle forme di flessibilità già previste dalla Dini/Treu, consentendo quindi il pensionamento con 64 anni di età e 38 di contributi. 


È infine necessaria la riduzione del cuneo fiscale e del contributivo attraverso strumenti mirati come il welfare aziendale, l’aumento del valore del buono pasto, l’introduzione del buono trasporto, del super ammortamento per gli autonomi, l’accesso facilitato agli asili nido con costi deducibili e così via. I costi sarebbero di gran lunga inferiori a quelli accantonati per “Quota 100” e per le pensioni di cittadinanza e queste norme darebbero più valore al lavoro riducendo al contempo l’assistenzialismo che è un freno per lo sviluppo.

Itinerari Previdenziali

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