Interessi di parte/La corsa al Recovery tuteli le vere priorità

Mercoledì 9 Settembre 2020 di Vittorio E. Parsi
Avrà luogo oggi la seconda riunione del Ciae, il comitato interministeriale responsabile della stesura del piano nazionale che consentirà all’Italia di attingere alle fondamentali risorse del Recovery Fund (e non solo). Di fronte alla preoccupazione per possibili ritardi, il premier ha sottolineato che il termine entro il quale il documento andrà presentato (15 ottobre) non va inteso come ultimativo. 

Nel frattempo la Francia ha già pubblicato il suo (France Relance). Assistendo al dibattito politico interno alla maggioranza e alla dialettica con l’opposizione (entrambi spesso surreali), e consapevoli che la nostra burocrazia pubblica abbia un’efficienza e una velocità di esecuzione diversa e inferiore rispetto a quella d’Oltralpe, la preoccupazione che si stia quantomeno sprecando tempo non è purtroppo infondata.
Quasi a voler dimostrare che i lavori “fervono”, i vari ministeri si sono dedicati a redigere le loro priorità (ne ha scritto ieri Andrea Bassi sulle nostre pagine): qualcosa che assomiglia alla letterina alla Befana più che all’esito di un serio processo di scrutinio. È normale che le diverse burocrazie pubbliche – e i gruppi di pressione e di interesse, politici e privati, che ne rappresentano gli obbligati interlocutori in qualunque democrazia – “competano” tra loro

Una competizione volta a dimostrare la centralità e la rilevanza strategica dei progetti che promuovono. Ma questo non solleva l’autorità governativa dal dovere di decidere, con il solo criterio di giudizio del bene pubblico. Se saprà farlo, il risultato sarà un gioco a somma positiva (dove tutti e ognuno guadagnano attraverso la cooperazione) e non un gioco a somma zero (mors tua vita mea).

Come riconoscere concretamente il criterio del bene pubblico è la vera difficoltà, dato che la pietra filosofale capace di trasformare i vizi in virtù non è stata ancora inventata. Tuttavia, almeno una premessa può fornirci qualche indicazione, per capire come manovrare. È ovvio che il “piano nazionale” dovrà essere composto di un mix di misure mirate a sostenere il livello di vita dei cittadini (in termini di consumo e di reddito) e di investimenti strutturali in grado di ridurre il gap tra l’Italia e gli altri Paesi Ue. E i secondi devono progressivamente prevalere sulle prime.
Mettiamo quindi da parte le “fantasie” inique (tasse piatte) o suicide (condoni travestiti, bonus sproporzionati, sussidi a pioggia). E partiamo invece da una certezza.

Non si tratta di riportare la barca al galleggiamento pre-Covid, ma di consentirle di trovare un nuovo assetto dinamico e insieme sostenibile nel lungo periodo: dal punto di vista economico, ambientale e sociale. Queste tre dimensioni non sono appannaggio esclusivo dei gruppi di interesse e rappresentanza che normalmente se le intitolano: la Confindustria, le organizzazioni ambientaliste o i sindacati. Spesso anzi, e lo stiamo vedendo proprio in queste settimane, le visioni dei rispettivi ambiti che esse esprimono sono palesemente inadeguate e costituiscono una componente cruciale dello stato di arretramento culturale e della palude corporativa che impedisce a questo Paese di esprimere la sua visione, complessiva e percorribile, di futuro.

Dobbiamo infatti investire per svecchiare non soltanto le infrastrutture fisiche e immateriali, ma anche quelle culturali e mentali: la premessa ormai improcrastinabile per qualunque rinnovamento. 
Da mesi ci ripetiamo che il post-Covid può rappresentare una straordinaria opportunità per rimettere in moto l’Italia, come avvenne nel secondo dopoguerra attraverso il Piano Marshall. Ma se l’Italia poté risorgere dalla tragedia di una guerra combattuta e persa dalla parte sbagliata non fu solo grazie ai finanziamenti per la ricostruzione, bensì in virtù di un cambiamento di regole e mentalità che seppe trasformare un Paese agricolo, chiuso su se stesso e provinciale in una società capace di aprirsi, innovare, attrarre.

Questa è esattamente la sfida a cui siamo chiamati tutti noi. Come accadde dopo il 1945, oggi la dimensione domestica e quella internazionale dovranno essere ben coniugate. A luglio Giuseppe Conte ha ottenuto una gigantesca apertura di credito (politico prima ancora che economico) nel vertice di Bruxelles. Ora si tratta di non vanificare tutto ciò, di esprimere un “piano” capace di fare sintesi delle pressioni dei diversi interessi particolari, rifuggendo dalla mera mediazione, dal perpetuo rinvio, dagli equilibrismi spartitori. 
Se dovessimo fallire potremmo non avere altre opportunità di rinascita per molto, molto tempo a venire. Ecco perché, nel rispetto delle diverse competenze, prerogative e responsabilità, occorre chiedere alla classe politica (innanzitutto), ai dirigenti economici e sindacali e a ognuno di noi uno sforzo collettivo di coesione, serietà e impegno persino maggiore di quello che consentì la ricostruzione postbellica.
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