Programma difficile/ Ma i veri temi del dissenso restano nascosti

Lunedì 2 Settembre 2019 di Alessandro Campi
Sulla carta dovrebbe essere un governo fortissimo, ben oltre i voti che otterrà in Parlamento. Una forza che gli deriverebbe dalla convergenza inedita (e per certi versi preoccupante) dei più diversi centri di potere, nazional e internazionali, sulla personalità del premier incaricato Giuseppe Conte quale promotore e garante della nuova alleanza tra M5S e Pd.

Operazione giudicata necessaria – da Washington a Bruxelles – per frenare il sovranismo salviniano e riportare l’Italia nel solco della tradizione europeista, ma tutt’altro che facile o scontata o priva di potenziali contraccolpi, per quanto certamente in linea con le procedure tipiche di una democrazia parlamentare.

Sul piano politico, che spesso conta più del formalismo costituzionale, pesa innanzitutto il capovolgimento radicale e repentino che i due nuovi contraenti hanno dovuto operare delle loro posizioni pregresse, anche quelle personali, al punto da sconcertare non pochi dei rispettivi elettori. Dei malumori tra elettori e militanti grillini si è detto molto.

Ma anche a sinistra non sono certamente pochi coloro che, pur soddisfatti dell’uscita di scena di Matteo Salvini, sono in cuor loro convinti di stare assistendo ad un’operazione di Palazzo per molti versi spregiudicata. In questi giorni, nel tentativo di giustificare, o perlomeno di rendere pubblicamente accettabile, l’ircocervo politico giallo-rosso abbiamo assistito ad autentici (e spesso divertenti) equilibrismi dialettici, a ripensamenti dell’ultim’ora travestiti da riflessioni critiche operate nell’interesse supremo dell’Italia, sui quali non a caso si sono scatenate le ironie dei social. Vedere i video di Zingaretti e Di Maio, spesso non più vecchi di un mese, dove i due giurano o spergiurano che mai e poi mai si sarebbero messi insieme è davvero la dimostrazione che la capacità di mentire è la dote suprema che un leader politico deve possedere, altro che il carisma o il decisionismo.

Ma a pesare (e a preoccupare anche i diretti interessati) è soprattutto la consapevolezza che stanno per unirsi due partiti che, essendo tradizionalmente portatori di visioni politiche e di tavole dei valori radicalmente distanti, se non alternative, rischiano di condannarsi all’impotenza e all’inazione, a causa dei reciproci veti, una volta che saranno insieme al governo. Che è esattamente il punto sul quale si è consumata la rottura col Pd di Carlo Calenda, nettamente contrario ad una collaborazione che a suo giudizio non ha solo il sapore del trasformismo, ma in prospettiva rischia di portare al Paese più svantaggi che benefici.

In questa fase, lo sforzo che molti stanno comprensibilmente facendo – inclusi parecchi commentatori e analisti apertamente schierati a sostegno di quest’operazione – è quello di enfatizzare i punti di contatto e le posizioni comuni tra i due partiti, tralasciando i possibili motivi d’attrito e di divergenza. M5S e Pd sono in fondo due forze politiche d’ispirazione progressista, mosse da comuni preoccupazioni in materia d’ecologia e ambiente, entrambe assai sensibili ai diritti civili e alle tematiche del lavoro, interessate a politiche redistributive che favoriscano l’eguaglianza sociale, persino unite da una comune vocazione europeista (che nel caso del M5S è in realtà piuttosto recente). Non è questa una base che da sola basta a giustificare l’intesa politica che sta per nascere?

Quanto alle differenze programmatiche, che nessuno ha il coraggio di negare, in queste ore si fa grande affidamento sulla capacità mediatrice del Presidente del Consiglio incaricato. Al di là delle impuntature tipiche di ogni trattativa, come nel caso dei venti punti presentati dal M5S come non negoziabili, toccherà a lui operare la sintesi virtuosa che consentirà ai due partiti di superare i loro storici contrasti e di operare proficuamente nei mesi a venire. Un ruolo di mediazione tra le parti che lo stesso Conte sembra rivendicare come suo compito primario, tanto più che, contro ogni buon senso politico, continua a presentarsi non come espressione politica del mondo grillino, ma come figura istituzionale o di garanzia. Una posizione che non si capisce quanto il Pd, per quanto disposto a fare concessioni al suo nuovo alleato pur di chiudere al più presto la partita del nuovo governo, possa accettare senza risultare arrendevole.

Quali saranno le convergenze programmatiche e le basi comuni d’azione individuate da Conte lo scopriremo prestissimo. La sua idea di chiedere all’Europa una revisione del patto di stabilità certamente è di quelle che possono unire Pd e M5 rendendo agevole l’inizio del loro cammino. Ma il fatto che il M5S sia divenuto l’attore “centrale” del gioco parlamentare, al punto da poter ribaltare le proprie alleanze restando comunque al governo, non significa affatto che si sia magicamente trasformato in un partito – come qualcuno ha frettolosamente sostenuto - “centrista”: vale a dire pragmatico, moderato, conciliante, riformista e mediatore. Con il quale – superata la fase dell’estremismo verbale e ideologico che ne ha caratterizzato la nascita e la tumultuosa ascesa nelle urne – sarà d’ora in poi facile venire a patti, trovare delle ragionevoli intese e mettere a punto un programma condiviso destinato a durare. 

Ci sono infatti temi – il superamento della democrazia parlamentare sotto la spinta della rivoluzione digitale, il giustizialismo nel nome della lotta alla corruzione, la battaglia sui cosiddetti “beni comuni” (a partire dall’acqua), una visione integralista e vagamente apocalittica dell’ambientalismo, una visione dello sviluppo economico basato sulla decrescita industriale, il pauperismo terzomondista – che sono nel dna del grillismo sin dalle sue origini, che fanno parte integrante della sua identità politica e della sua immagine pubblica, oltre ad essere condivisi dalla sua base militante e dai suoi attivisti, e che dunque difficilmente potranno divenire nell’immediato futuro, solo per ragioni di realpolitica e di convenienza, oggetto di mediazione o di revisione critica.

Prendiamo, per andare sul concreto, il “no” netto che i grillini hanno sempre espresso (e che in questi giorni hanno nuovamente ribadito) nei confronti delle trivellazioni petrolifere e degli inceneritori. Sono posizioni che verranno escluse dal programma condiviso al quale sta lavorando Conte o sono scelte destinate prima o poi a diventare oggetto di contenzioso tra i due nuovi alleati? La Lega, un partito monolitico nella sua catena di comando, durante i suoi quattordici mesi di governo con il M5S è riuscito a contenerne e depotenziarne gli eccessi ideologici e i propositi d’azione più radicali.

Di più: Salvini ha avuto l’abilità di portare i grillini sul suo terremo di battaglia (a partire da immigrazione e sicurezza) e proprio per questo ne ha eroso i consensi. Il Pd guidato da Zingaretti è, al contrario della Lega, una federazione di gruppi e correnti: l’unanimismo registrato sull’opportunità di dare vita ad un nuovo governo con il M5S non può far dimenticare le divisioni interne che storicamente lo attraversano e che non sono soltanto personali e caratteriali, ma culturali e programmatiche. 

Avrà dunque un simile partito la forza di resistere alle pressioni dei grillini quando questi ultimi cercheranno di imporre al nuovo alleato – come certamente avverrà – le proprie posizioni su dossier delicati quali la giustizia, gli investimenti per le grandi opere, la revoca delle concessioni statali, la statalizzazione dei servizi pubblici essenziali, ecc.?

Tra l’altro sarà interessante scoprire quanto sia fondata la pretesa di Conte di ergersi ad attore terzo tra i due contraenti. Se davvero gli riuscirà di contenere, nella costituzione del nuovo governo, le ambizioni e le richieste di Di Maio a maggior ragion dovrà dare spazio al programma e dunque alle richieste del M5S, il partito del quale a quel punto avrà assunto la guida politica de facto. Con tanti saluti all’idea, ribadita ancora ieri, di un programma condiviso nel quale, secondo le sue parole, sarà persino difficile distinguere ciò che sta a cuore a un partito o all’altro. 

L’impressione insomma è che l’amalgama o la sintesi dei programmi sarà possibile se questo governo si fermerà alla superficie delle cose o eviterà di affrontare i nodi politici più delicati, a partire dalle importanti scelte in materia di economia. Altrimenti è facile prevedere lo scoppio di contrasti difficilmente sanabili, a meno che uno dei due alleati non ceda all’altro. E a cedere – facile profezia – certamente non saranno i grillini.
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