Mes, i 5Stelle salvano Giuseppe Conte, ma sul Recovery governo a rischio

Accordo sul Mes, M5S salva Conte, ma sul Recovery governo a rischio
Accordo sul Mes, M5S salva Conte, ma sul Recovery governo a rischio
di Marco Conti
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Mercoledì 9 Dicembre 2020, 00:11 - Ultimo aggiornamento: 11:22

Oggi il Senato vota le risoluzioni sul Mes su cui tanto il governo ha fibrillato: ma si avvicina Natale e torna il “pacchetto”. Il lodo Lezzi - che sembra accontentare tutta la maggioranza - ripete più o meno lo schema di qualche mese fa. Ovvero sì al cambio dello statuto del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes), perché inserito in un “pacchetto”, sul quale il governo si impegna a «finalizzare» che contiene anche le riforme che mancano all’unione bancaria (Edis) e il varo del meccanismo di bilancio per la convergenza e la competitività (Bicc).

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La logica

La maggioranza impegna il governo, si legge nella mozione «a prendere atto dei cambiamenti negoziali apportati come l’anticipo del “common back stop del Fondo di risoluzione unico per le crisi bancarie” e del nuovo contesto di politiche fiscali europee». E così la riforma del Mes «non può considerarsi conclusiva, vista la logica di pacchetto già ribadita dal Parlamento».
Ciò che non si dice nella mozione è che senza queste altre due gambe, secondo l’ex ministra pentastellata, i parlamentari grillini non ratificheranno il prossimo anno la riforma del Mes. L’intesa raggiunta nella riunione dei capigruppo - alla quale si è dedicato il ministro per gli Affari Europei Enzo Amendola - salva quindi Conte che domani potrà volare a Bruxelles e dare il via libera, ma non risolve il problema politico della maggioranza che nel 2021 sarà chiamata a esprimersi in Aula sulla riforma. In questo modo, scrive sui social la Lezzi, la risoluzione «rivendica il ruolo del Parlamento in sede di ratifica e avverte che non sarà disposto al voto finale se non ci sarà l’avanzamento significativo del resto del pacchetto di riforme (Edis prima di tutto)».

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Nel vivere più o meno alla giornata del governo c’è quindi anche questo. Ovvero un accordo che di fatto rinvia lo scontro. Se poi si considera che Italia Viva ha deciso di firmare la mozione di maggioranza solo dopo aver ascoltato il discorso che Conte terrà in aula e che il premier pensa di convocare il consiglio dei ministri sul Recovery fund solo dopo aver incassato il voto al Senato, si comprende quanto esile sia il filo che lega la maggioranza.

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Lo scontro Conte-Renzi

Lo scontro tra Matteo Renzi e Giuseppe Conte non si placa. Al leader di Iv la cabina di regia non piace e i tentativi di smontare anche il peso dei sei manager potrebbero non bastare. Ma soprattutto Renzi contesta il metodo-Conte, che per l’ex premier - e anche per buona parte del Pd - fa tutto da solo. Eppure a un’ulteriore limatura della proposta-Conte hanno ieri lavorato i ministri Franceschini e Amendola. I poteri dei sei commissari sono stati decisamente ridimensionati e non agirebbero più in sostituzione dei ministri, ma affiancandoli e pronti ad intervenire in caso di stallo su un progetto. Anche le strutture di supporto ai sei commissari - previste nella prima bozza e che arrivavano a trecento nuovi addetti - vengono dirottate nei ministeri che saranno maggiormente impegnati nella gestione dei progetti del Next Generation Ue.

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Italia Viva scontenta

Modifiche che non accontentano Iv. Renzi attacca il progetto parlando ad un evento trasmesso da Radio Radicale: «Non si può pensare di avere i ministri migliori del mondo e poi contemporaneamente di fare la task force» per il Recovery Fund. E poi ancora più duro sul premier: «Conte sulla cabina di regia sta facendo un errore che può evitare fermandosi. Non credo - aggiunge il senatore - che il premier vada avanti... meno che non abbia accordi con altri, cioè se ha una maggioranza che non conosciamo». Come dire che il governo rischia di saltare se oggi pensa di tirar fuori un decreto che parte senza avere i voti per la sua conversione. «Conte - per Renzi - ha tutto l’interesse a fermarsi prima di fare un pasticcio istituzionale». Circa il rischio di una rottura, «spero proprio di no - avverte però Renzi - ma temo di sì». Non da meno è la capogruppo Maria Elena Boschi che, intervistata da La7, dice che «Conte sulla norma della governance non dice la verità. Ma ne discuteremo - aggiunge minacciosa - quando arriverà in Parlamento».
Il fatto che il Pd resti in silenzio mentre i renziani picchiano duro, la dice lunga anche sul sentiment che si raccoglie al Nazareno nei confronti di Conte. Unico ad intervenire con un messaggio social il vice di Zingaretti, Andrea Orlando, nel quale invita ad «abbassare i toni, pesare le parole, coinvolgere ed includere» perché il Paese «non ha bisogno di altri conflitti».
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