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Sos materie prime in Italia: nelle nostre case una miniera d'oro

Sos materie prime in Italia: nelle nostre case una miniera d'oro
di Giusy Franzese
6 Minuti di Lettura
Mercoledì 6 Luglio 2022, 11:52 - Ultimo aggiornamento: 7 Luglio, 08:44

Spingere sul riciclo anche per ridurre la dipendenza dall’estero dalle materie prime.

Il problema era ben presente prima della scellerata decisione di Putin di invadere l’Ucraina. Tant’è che la Commissione Ue già nel 2020 aveva predisposto un Piano di azione con tre assi strategici, mettendo al primo posto proprio il riciclo, al secondo l’aumento della produzione interna e al terzo la diversificazione dei fornitori. La guerra ha acuito le criticità e mostrato come l’essere troppo dipendenti dall’estero – e in particolare da uno/due Paesi – per l’approvvigionamento di prodotti e materie prime non sia la scelta più saggia.

Tutti i media europei stanno dedicando spazi e servizi all’emergenza grano che rischia di affamare milioni di persone dei Paesi poveri, e altrettanti spazi e attenzione all’emergenza energia con i “ricatti russi” sul gas. Si parla poco invece di litio, di terre rare, di nickel, di silicio. Eppure si tratta di materie prime la cui carenza potrebbe causare il fermo di interi comparti industriali. Prendiamo l’esempio del litio: è indispensabile per le batterie, dei telefonini ma anche delle auto elettriche. Se il litio non c’è, è un dramma. E infatti tutte le maggiori case automobilistiche in questi ultimi mesi sono state costrette a effettuare temporanei fermi delle produzioni. Che non significa soltanto ritardi nelle consegne delle auto in concessionaria e quindi ai clienti finali, significa anche cassa integrazione per i lavoratori e in definitiva rallentamenti per la crescita del Pil. L’Italia è tra i Paesi fortemente a rischio. A lanciare l’allarme è uno studio effettuato da Ambrosetti-Erion, secondo cui le “materie prime critiche” entrano nella produzione industriale italiana di circa 564 miliardi di euro, ovvero un terzo del Pil 2021. E coinvolgono settori strategici: su una short list di 30 materie prime critiche stilata dalla Commissione Ue, ben 26 sono indispensabili per l’industria aerospaziale (87% del totale), 24 per l’industria ad alta intensità energetica (80% del totale), 21 per l’elettronica e l’automotive (70% del totale) e 18 per il settore delle energie rinnovabili (60% del totale). «Lo studio fa emergere con chiarezza la sempre più crescente importanza strategica delle materie prime critiche, testimoniata  anche dal fatto che la Commissione europea ne identificava 14 nel 2011, numero salito a 30 nell’ultimo censimento del 2020» sottolinea Lorenzo Tavazzi, partner The European House di Studio Ambrosetti.

LA DIPENDENZA

Purtroppo l’Unione europea produce quantità ridotte e poche materie prime critiche. Torniamo all’esempio del litio: solo il 3% della capacità di produzione mondiale delle celle di batterie a ioni di litio, attualmente la tecnologia d’avanguardia nel settore dei veicoli elettrici, si trova nella Ue. La stragrande maggioranza (66%) è prodotta in Cina, il 20% in Corea del Sud, Giappone e altri Paesi asiatici. I dati li ha forniti una recente analisi della Corte dei Conti Ue, che avverte: per diventare secondo produttore al mondo nelle batterie (obiettivo strettamente legato alla transizione ecologica nella mobilità), l’Unione europea deve decuplicare la produzione, passando da 44 GWh del 2020 a 400 GWh. Per centrare l’obiettivo sono stati stanziati fiumi di soldi, compresi 925 milioni di euro del programma Orizzonte Europa per il periodo 2021-2027. Non solo litio e batterie. L’allarme è anche su altre materie. La Cina fornisce all’Unione europea circa il 98% delle terre rare, la Turchia il 98% del borato, il Sudafrica il 71% del platino e una percentuale ancora più alta per i materiali del gruppo del platino: iridio, rodio, rutenio. Il conflitto russo-ucraino, come detto, ha reso evidente i pericoli derivanti da dipendenze così forti. Pensiamo all’Italia: dalla Russia importiamo il 35% del palladio, il 33% del rodio, il 28% del platino, e l’11% di alluminio primario. Tutte materie prime indispensabili per la produzione industriale italiana di quasi 107 miliardi di euro. I rischi? Li abbiamo sotto gli occhi: prezzi che schizzano in alto, ritardi di consegna che provocano fermi fabbrica.

UN “GIACIMENTO”

Da un vecchio frigorifero smaltito correttamente si può estrarre 1 kg di rame, da una lavatrice 40 kg di ferro. Con il vetro degli schermi dei televisori si possono realizzare piastrelle in ceramica. Dai circuiti stampati e chip per il computer si possono ricavare rame, alluminio, stagno, zinco, ori, argento, nickel, palladio. Un telefono cellulare può contenere fino a 50 diversi tipi di metalli, molti dei quali costituiti da metalli nobili e/o terre rare come gallio, indio, niobio, tantalo, tungsteno e metalli del gruppo del platino. L’indio è materiale indispensabile per la realizzazione dei touch-screen; le terre rare (come per esempio ittrio, terbio, europio) consentono agli schermi di riprodurre diversi colori; litio e cobalto vengono utilizzati nelle batterie per aumentarne la capacità ed allungarne la vita utile; oro, argento e platino ultra-puri vengono utilizzati nei microchip come interconnessioni nei circuiti. Le quantità in un solo telefonino ovviamente sono esigue, ma è la somma dei telefonini riciclati che può fare la differenza.

ITALIA FANALINO DI CODA

A livello globale, la quantità di rifiuti elettronici sta aumentando a un ritmo di quasi 2 milioni di tonnellate l’anno. Nel 2020 i rifiuti elettronici erano circa 55,5 milioni di tonnellate. Si stima che nel 2030 si raggiungeranno quasi 75 milioni di tonnellate. In questo quadro, l’Europa è il continente che genera il maggiore quantitativo di rifiuti elettronici pro capite con 16,2 kg. L’Oceania è vicinissima a 16,1 chili, ma l’America è indietro a 13,3 chili pro capite, per non parlare di Asia (5,6) e Africa (2,5). L’Italia però non è tra i Paesi Ue più virtuosi: il riciclo dei rifiuti elettronici è fermo al 39,4% contro un obiettivo Ue del 65%. Siamo nelle ultime posizioni anche per il tasso di riciclo di pile e accumulatori, con il 43,9%. Insomma possiamo fare meglio. E i vantaggi sarebbero importanti: The European House – Ambrosetti ha stimato che, a fronte del raggiungimento del tasso di riciclo dei best performer europei si potrebbero recuperare quasi 7 mila tonnellate di materie prime critiche. Un bel sollievo, in momenti di carenza come questo che stiamo vivendo. «Disponiamo di una miniera urbana quanto mai strategica, ma che stentiamo a valorizzare» osserva Giorgio Arienti, direttore generale Erion WEEE, il più importante sistema multi-consortile no profit di “responsabilità estesa del produttore” in Italia per la gestione dei rifiuti associati ai prodotti elettronici e la valorizzazione delle materie prime che li compongono. Ci sarebbero poi i benefici ambientali con un taglio netto dell’emissione di CO2 per circa un milione di tonnellate. Vantaggi per la nostra salute, ma anche per le tasche: ipotizzando un costo a tonnellata pari a 195 euro, la riduzione delle emissioni genererebbe un guadagno pari a quasi 190 milioni di euro, calcola lo studio. Infine spingere sull’acceleratore del riciclo di questi materiali porterebbe anche un altro vantaggio: minori costi di importazione per quasi 14 milioni di euro. Si può fare? Si, modificando alcune norme, con interventi nemmeno poi così complicati. Tipo: dare la possibilità di raccogliere i rifiuti tecnologici di piccole dimensioni anche ai distributori non appartenenti alle categorie merceologiche degli apparecchi elettronici e delle pile; semplificare e digitalizzare l’iscrizione all’Albo dei gestori ambientali; sviluppare “ecopoint” per la raccolta nel territorio; semplificare le procedure autorizzative per gli impianti di smaltimento.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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