Il paradosso del lavoro: in un anno raddoppiati i posti vacanti. Aumentano le dimissioni volontarie

Un ristorante affacciato con i suoi tavolini in piazza Navona
Un ristorante affacciato con i suoi tavolini in piazza Navona
di Luca Cifoni
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Mercoledì 6 Aprile 2022, 14:44 - Ultimo aggiornamento: 9 Aprile, 12:36

Le statistiche relative alla totalità delle imprese sono disponibili dal 2016, mentre per gli anni precedenti esistono i dati su quelle che hanno almeno dieci dipendenti.

Ma da qualunque angolo si osservi il fenomeno, il risultato è più o meno lo stesso: il 2021 è stato nel nostro Paese l’anno record per il numero di posti di lavoro vacanti. Profili professionali che le aziende cercano ma non riescono a trovare. Nel quarto trimestre dell’anno questo indicatore, che più precisamente misura il rapporto tra le posizioni “vuote” per cui c’è una ricerca e il totale di quelle esistenti, ha sfondato la soglia del 2 per cento (portandosi al 2,1) per le aziende nel loro complesso, con un incremento dello 0,9 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020. Di fatto si è trattato di un raddoppio. La media annuale, che risente naturalmente anche dei precedenti trimestri in cui i valori erano più bassi, si è attestata invece all’1,7 per cento. L’Istat elabora i dati appunto in forma di tassi, per cui non sono disponibili valori assoluti; ma un livello del genere, rapportato al mondo del lavoro dipendente, equivale a qualcosa come trecentomila posti scoperti.

LE CRITICITÀ

In un Paese che continua a scontare una disoccupazione più elevata della media europea, la difficoltà di trovare lavoratori appare a prima vista paradossale. E può venire spontaneo collegarla con un altro fenomeno emerso in tempi recenti, quello dell’aumento delle dimissioni volontarie: tendenza quest’ultima che in realtà è visibile ma meno rilevante di quella analoga registrata ad esempio negli Stati Uniti. Ci sono elementi per dire che la corsa dei posti vacanti riflette un cambio di mentalità dei lavoratori italiani, una revisione delle priorità dopo la tempesta del Covid? Al momento no, ed anzi ha più senso collegare quanto è accaduto con alcuni problemi di fondo del mondo del lavoro nel nostro Paese: dalla generale difficoltà di far incontrare la domanda con l’offerta al (collegato) deficit di formazione. Per capire cosa sta succedendo conviene innanzitutto osservare i numeri un po’ più da vicino. Per rendersi conto che la situazione è abbastanza differenziata. La prima distinzione a cui fare caso è proprio quella tra grandi e piccole imprese: se è vero che la tendenza è visibile in entrambe le fasce, le percentuali più alte relative alla generalità delle imprese (rispetto a quelle con almeno dieci dipendenti) evidenziano che il problema è più intenso proprio nelle piccole. Poi ci sono i dati di dettaglio relativi ai settori: sempre guardando al mondo produttivo nel suo complesso si osserva che l’impennata dei posti vacanti non è uniforme. In alcuni casi non si tratta di sorprese: il 2,7 medio annuo per cento di alberghi e ristoranti sembra corrispondere alle frequenti lamentele degli imprenditori che non trovano personale per queste mansioni. In realtà però la voce “servizi di alloggio e ristorazione” mostrava livelli molto elevati anche negli anni scorsi, a parte l’anomalo 2020: nel 2019 il valore era ancora superiore, e si collocava ben al di sopra del 2 per cento anche nel 2017-2018, in presenza di sussidi meno generosi di quelli attuali (il reddito di cittadinanza ancora non esisteva). Nel quarto trimestre dello scorso anno il tasso è comunque salito fino al 3,5 per cento, un livello storicamente altissimo.

LE PROFESSIONALITA'

Un altro settore “caldo”, per molti motivi, è quello delle costruzioni. Qui la forte richiesta di lavoratori era connessa sia ai lavori finanziati dal superbonus, sia alla generale ripresa economica e in prospettiva al Piano nazionale di ripresa e resilienza. Le aziende del settore hanno più volte quantificato in centinaia di migliaia i posti scoperti. Le più recenti tensioni sui prezzi energetici e dei materiali hanno in parte cambiato lo scenario e forse anche per questo il tasso dei posti vacanti è leggermente sceso a fine 2021, mantenendo comunque una media annuale del 2,7. Valori medi alti e ben superiori al 2 per cento si registrano anche nel settore “Attività professionali tecniche e scientifiche” e nei “Servizi di informazione e di comunicazione” che comprendono le tlc. Proprio questi numeri vanno considerati con attenzione, perché segnalano una tendenza che è evidente anche in un altro importante flusso di informazioni sulle ricerche di personale da parte delle aziende, quelle del Progetto Excelsior di Anpal e Unioncamere: mancano in modo rilevante profili specializzati. Il che non vuol dire necessariamente altissime professionalità, ma soprattutto figure tecniche indispensabili ad esempio all’industria. Del resto questa tendenza è evidente nello stesso mondo delle costruzioni, dove le aziende segnalano la difficoltà di trovare non solo operai generici ma anche tecnici e ingegneri.

IL PIANO

Ecco quindi che lo scenario attuale - la cui persistenza nel 2022 resta comunque da verificare alla luce del previsto rallentamento della crescita - va analizzato tenendo ben presente alcune caratteristiche note del mercato del lavoro italiano: a partire dallo skills mismatch più volte analizzato tra gli altri dall’Ocse. Ovvero la situazione in cui una parte dei lavoratori si trova occupata in mansioni che sono al di sotto di quelle immaginate come sbocco del proprio percorso formativo, mentre altri al contrario ricoprono posizioni per cui non hanno una preparazione specifica. Anche a questa criticità dovrebbe rispondere il piano recentemente messo a punto dal governo per provare a intervenire sul nodo Neet, i circa 3 milioni di italiani tra i 15 e i 34 anni che non lavorano non studiano e non sono inseriti in un’attività di formazione. Tra l’altro nel medio periodo la carenza di lavoratori, anche qualificati, è probabilmente destinata a farsi più intensa per un inevitabile effetto demografico. Quanto ai sussidi, è vero che possono contribuire a scoraggiare in particolare lo svolgimento di mansioni non specializzate nel settore terziario, soprattutto nel commercio e nella ristorazione. Ma questo stato di cose si connette con il tema retributivo (in Italia il livello è più basso di quello di altri Paesi europei) e con quello del contrasto al sommerso. Insomma il 2021 può essere stato per certi versi un anno particolare, ma l’aumento dei posti vacanti ha tutta l’apparenza di un sintomo di mali più antichi.

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