Pensioni, torna l'ombra del “fiscal drag”: la rivalutazione da gennaio sarà sul lordo

Pensioni, torna l'ombra del “fiscal drag”: la rivalutazione da gennaio sarà sul lordo
di Luca Cifoni
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Mercoledì 2 Novembre 2022, 12:20 - Ultimo aggiornamento: 3 Novembre, 07:34

C'era una volta, e ora c’è di nuovo, l’inflazione a due cifre: il dato dell’Istat sull’andamento dei prezzi al consumo nel mese di ottobre, un pesante +11,9 su base annuale, ha riportato il Paese indietro di almeno quarant’anni.

Allora, negli anni Settanta e Ottanta, le retribuzioni tenevano in qualche modo il passo, mentre oggi sono rimaste indietro. Ma anche in assenza di meccanismi automatici come la scala mobile, il problema del recupero del potere d’acquisto è destinato a porsi con forza. E contemporaneamente tornerà di attualità un tema di cui molto si sentiva parlare decenni fa: il cosiddetto fiscal drag, che in italiano si traduce “drenaggio fiscale”. Ovvero quel meccanismo quasi perverso per cui gli incrementi di reddito motivati dal solo recupero di inflazione, a causa della struttura progressiva dell’imposta sul reddito, inducono un aumento del peso del prelievo. Insomma il contribuente non diventa più ricco, ma paga comunque di più.

IL TEMA

Il problema non è teorico perché si porrà già con una categoria di cittadini sulla carta fortunati: i pensionati. Fortunati perché, a differenza dei lavoratori dipendenti, dal prossimo primo gennaio vedranno i propri trattamenti incrementati in misura equivalente all’inflazione del 2022 (con una piccola decurtazione per gli assegni relativamente più alti). Tutto bene dunque? Sì e no. L’entità della rivalutazione viene definita in questi giorni in via provvisoria, sulla base dell’inflazione dei primi nove mesi dell’anno e di una previsione per i restanti tre. L’Istat considera già acquisito a settembre un +8 per cento, l’effettiva indicizzazione dovrebbe essere un po’ maggiore. Ma si applicherà sugli importi lordi: questo vuol dire che il recupero netto effettivo sarà minore, proprio perché l’Irpef è progressiva. Quindi se l’importo su cui si applica l’imposta è più alto, anche il prelievo sarà maggiore non solo in assoluto (come è ovvio) ma anche in proporzione al reddito. Facciamo qualche esempio relativo proprio alle pensioni, ipotizzando un tasso di rivalutazione dell’8,6 per cento e applicando il meccanismo che prevede l’adeguamento pieno sulla quota di assegno fino a quattro volte il minimo Inps, ovvero a circa 2.100 euro lordi mensili. Partiamo da un assegno decisamente basso, pari nel 2022 a 10 mila euro lordi l’anno (circa 770 al mese, sempre lordi). Su base annuale paga 442 euro, che corrispondono a un’aliquota media del 4,42 per cento. Il prossimo anno la pensione salirà a 10.860 euro, ma la percentuale di imposta dovuta crescerà al 6,4 per cento, quindi di ben due punti. Per un assegno di 20 mila, l’aliquota effettiva (data dal rapporto tra imposta e reddito) passerà dal 17,4 al 18,5. A 30 mila dal 22,6 al 23,8 e così via. Fino alla soglia dei 35 mila euro l’anno l’aumento è in generale superiore a un punto, mentre al di sopra si attenua leggermente. Come se fosse entrata in vigore una revisione verso l’alto delle aliquote Irpef, con la differenza però che non è stata decisa da nessun governo ma è scattata da sola. Certo, i pensionati vedranno comunque un buon miglioramento del loro netto, ma non tale da compensare la dinamica dei prezzi. I lavoratori dipendenti sono in una posizione diversa: per loro il recupero dell’inflazione è tutt’altro che automatico. Deve passare infatti per i rinnovi contrattuali, i quali – in base agli accordi confederali vigenti – si basano su un particolare indice di inflazione, l’Ipca calcolato al netto della dinamica dei beni energetici importati. Una scelta fatta a suo tempo per attutire gli sbalzi troppo violenti dei prezzi energetici, che però di questi tempi limita l’adeguamento effettivo delle retribuzioni all’andamento dei prezzi. Anche perché il parametro di riferimento è relativo al futuro, quindi frutto di una previsione, salvo poi la possibilità di recuperare lo scostamento con l’andamento reale. Per il 2022 è stato stimato un Ipca in crescita del 4,7 per cento. Questa sarà la base per le trattative tra le parti, a mano a mano che i contratti andranno in scadenza. Gli incrementi saranno più contenuti ma il tema del drenaggio fiscale emergerà comunque. Un tema che, come abbiamo già accennato, negli anni Settanta e Ottanta era ben presente nel dibattito pubblico e nelle scelte di politica economica. In quella fase, in seguito ad accordi con le parti sociali, il governo doveva periodicamente rivedere aliquote e scaglioni per tener conto dell’effetto dell’inflazione. Poi a cavallo del nuovo secolo – un po’ in sordina – la relativa norma è stata archiviata e in un contesto di inflazione comunque molto più moderata il sollievo ai contribuenti è stato limitato alle (rare) operazioni di riforma più complessiva dell’Istat. Anche in alcuni Paesi europei vigono meccanismi di adeguamento di tipo più o meno amministrativa, quindi di routine. Si può prevedere quindi che il dossier tornerà prima o poi all’attenzione del nuovo governo. Per inciso, un sistema di “tassa piatta” sugli incrementi di reddito, come quello inserito nel programma elettorale del centro-destra, avrebbe l’effetto quanto meno di ammorbidire gli effetti del drenaggio fiscale. In particolare per i contribuenti con redditi non troppo bassi.

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