Imprese senza capitale, le offerte del governo per tornare a competere

Giovedì 3 Giugno 2021 di Roberta Amoruso

A fine 2020 mancavano ancora 17 miliardi per coprire le esigenze di liquidità delle imprese, soprattutto piccole e medie, colpite dal Covid. Eppure ne erano stati coperti ben 31 dalle misure del governo scattate a marzo 2020. Le società di capitali con patrimonio netto inferiore ai limiti legali sono scese nello stesso periodo dal 14 al 12 per cento, dopo il raddoppio netto registrato rispetto ai livelli pre-crisi. Come dire che più di un’impresa su dieci ha bisogno di un aumento di capitale. Nel frattempo le chiusure del 2021 hanno dato un’altra scossa al sistema. E tra cassa integrazione, risorse a fondo perduto, rinvio dei conti con il fisco e dei versamenti dei contributi, moratoria sui prestiti e la montagna di finanziamenti garantiti dal governo (oltre 170 miliardi di richieste finora) si è anestetizzato un intero sistema. Ma la ferita è profonda e prima o poi il dolore si sentirà forte. Non solo. Ricapitalizzare le imprese, soprattutto quelle sane, con i geni per la crescita ma messe in riserva dalla crisi, è la via obbligata per la ripresa. Non bastano i prestiti garantiti. Lo ha detto chiaramente Mario Draghi, già prima di diventare premier al Gruppo dei Trenta: il sostegno pubblico aiuta, ma nei fatti finisce col nascondere «una massa di imprese zombie» non autofinanziate. E lo ha ripetuto anche da premier nel suo discorso di fiducia al Senato: «Sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche». Ne è convinto da tempo anche il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco. E ci credeva anche il governo Conte quanto ha annunciato Il fondo di Cdp da 44 miliardi che sta partendo soltanto ora e il fondo di Invitalia da 4 miliardi per le Pmi. Certo, la rotta pubblico-privato getta allarme nella Confindustria di Carlo Bonomi, per il quale è «inaccettabile una campagna di nazionalizzazioni dopo aver indotto le imprese a iperindebitarsi». Ma il no all’ingresso dello Stato nel capitale e nei cda non significa che non siano benvenute eventuali spinte a ricapitalizzare. Magari passando dal fisco.

IL TRIDENTE DI CDP

Il vero tema rimane: c’è ancora troppa incertezza perché molte imprese anche pronte decidano di rafforzare il capitale per spingere sulla crescita. Mentre in altri casi, non ci sono nemmeno le risorse da mettere in campo, con o senza lo Stato. Ecco perché accanto agli strumenti già attivi, il governo Draghi potrebbe introdurne presto altri per sfruttare la spinta del Recovery Plan. Intanto, quali sono gli strumenti oggi in campo? È appena decollato (manca soltanto il decreto sul regolamento), Patrimonio Rilancio, la dote da 44 miliardi a disposizione di Cassa depositi e prestiti per accompagnare gli aumenti di capitale delle imprese con oltre 50 milioni di fatturato. Tre i possibili interventi. Il Fondo Nazionale Supporto Temporaneo (FNST) può intervenire per un certo periodo di tempo in aziende sane colpite dal Covid, a patto che si rispettino i paletti Ue sugli aiuti di Stato. E lo può fare con aumenti di capitale, prestiti obbligazionari convertendo, prestiti obbligazionari subordinati convertibili e prestiti obbligazionari subordinati. Poi c’è il Fondo Nazionale Strategico (FNS) che può intervenire con investimenti, diretti o indiretti, con il coinvolgimento di altri investitori di mercato, in imprese con solide prospettive di crescita, per supportarne i piani di sviluppo. Un intervento a condizioni di mercato, che prevede, in particolare, la sottoscrizione di aumenti di capitale e prestiti obbligazionari convertibili. Infine, Cdp può scendere in campo con il Fondo Nazionale Ristrutturazioni Imprese, dedicato agli investimenti a condizioni di mercato in aziende con temporanei squilibri patrimoniali e finanziari e adeguate prospettive di redditività, in co-investimento con altri player di mercato e anche mediante interventi indiretti con il coinvolgimento di Fondi di turnaround.

IL PANNICELLO

Si è rivelato di fatto un flop, invece, Fondo Patrimonio Pmi gestito da Invitalia per accompagnare la ripatrimonializzazione delle Pmi colpite dal Covid. La dotazione iniziale di 4 miliardi è rimasta di fatto a disposizione del governo visto che, al momento, a quasi nove mesi dal lancio della misura risultano presentate 291 domande, su una platea potenziale di 500.000 imprese, per un controvalore di poco più di 503 milioni, a fronte di domande approvate per meno della metà (pari a 106) per circa 127 milioni. Il fondo funziona così: entro il 30 giugno 2021, salvo proroghe in extremis, le imprese che avessero subito perdite pari ad almeno il 33% dei ricavi nel periodo marzo-aprile 2020 rispetto all’anno precedente, con ricavi 2019 tra 10 e 50 milioni, con meno di 250 dipendenti, e che effettuino un aumento di capitale non inferiore a 250 mila euro, possono emettere bond o titoli di debito sottoscrivibili dal Fondo. Con l’impegno al rimborso a sei anni. Inoltre, chi ha versato risorse fresche in una società e le stesse imprese che le hanno ricevute possono avere un bonus aggiuntivo passando dalla procedura del credito d’imposta. E dunque, le imprese che apportano capitali avranno un credito d’imposta del 20% (fino a 2 milioni). Ma possono anche usufruire solo in compensazione del credito d’imposta per il 50% delle perdite eccedenti il 10% del patrimonio netto fino ad un massimo di 800 mila euro. Gli investitori che hanno effettuato conferimenti in società potevano richiedere il credito d’imposta del 20% fino al 3 maggio. Mentre per il credito d’imposta legato agli aumenti di capitale, dal 30% al 50%, la richiesta può essere inviata fino la 2 novembre 2021.

LE ALTRE OPZIONI

Tutto questo potrebbe però non bastare per rendere più forti e più competitive le aziende italiane post-Covid. Lo scatto potrebbe infatti non essere adeguato a quello impresso all’estero. Ma le misure finora in campo potrebbero non essere sufficienti anche per trasferire a dovere, come auspica Draghi, la potenza di fuoco del risparmio degli italiani (oltre 1.700 miliardi custoditi nei depositi) a favore dell’economia reale. La spinta anche fiscale verso i minibond, l’incentivo alle quotazioni sull’Aim, il segmento di Borsa Italiana dedicato alle imprese di minori dimensioni, e la diffusione di società veicolo per la raccolta di capitali per la quotazione di imprese (SPAC-Special Purpose Acquisition Companies), da sole non bastano per neutralizzare gli effetti del Covid sulla macchina delle imprese. Anche l’introduzione dei Piani individuali di risparmio (Pir) per trasferire parte del risparmio degli italiani verso le imprese deve ancora far emergere tutte le sue potenzialità. La prima cosa da fare, sostiene Alessio De Vincenzo, capo del Servizio Stabilità finanziaria, è «rendere più selettivo l’utilizzo delle misure» così da limitare il rischio di destinare risorse a imprese prive di prospettive di rilancio, e favorire l’accesso delle piccole imprese. Si potrebbe poi rendere più rapidi ed efficaci i processi di ristrutturazione. Sul fronte ricapitalizzazioni, invece, la stessa Bankitalia rimanda alla doppia proposta fatta a fine 2020 dal Gruppo dei Trenta: dai trasferimenti a fondo perduto accompagnati da un incremento temporaneo delle imposte, alle ricapitalizzazioni private accompagnate da future riduzioni d’imposta. Ma potrebbero anche essere rafforzati gli incentivi offerti dallo strumento dell’ACE, cioè la detassazione del reddito reinvestito. Poi, occorrerebbe spingere la propensione alla quotazione delle Pmi. Secondo un’analisi di Via Nazionale, quotando 2.000 imprese che oggi hanno i requisiti per l’Aim si creerebbero 70 miliardi di valore in più per Piazza Affari, con un incremento del rapporto sul Pil al 40 per cento (dal 36 di fine 2019). Infine, andrebbero «razionalizzati gli incentivi al venture capital, alle Pmi e alle start-up», dice Bankitalia. Intervenire oggi per non soffrire domani. 

Ultimo aggiornamento: 15:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA