Bitcoin, la seconda ondata delle criptovalute: perché tornano a volare

Mercoledì 2 Dicembre 2020 di Andrea Bassi

Erano finite quasi nel dimenticatoio. Considerate una moda passeggera. Messe da parte anche per le mosse delle banche centrali, impegnate a preparare la loro discesa nel campo delle valute digitali. Eppure, in silenzio, le criptovalute, a cominciare da quella più blasonata di tutte, il Bitcoin, sono entrate, per usare un termine preso a prestito dalla pandemia, nella loro seconda ondata. Prendiamo la valuta creata dal misterioso Satoshi Nakamoto, il Bitcoin appunto. Sono giorni che il suo valore ondeggia attorno a 20 mila dollari. Una barriera di valore che, poco più di due anni fa, alla fine del 2017, aveva malamente respinto indietro il Bitcoin dove, sull’onda dell’euforia, lo avevano spinto le compravendite. Da lì, la criptovaluta era scivolata in un burrone senza fine, crollando fino a 4 mila dollari. Scoppio della bolla e fine del sogno. Questa era stata la sentenza pronunciata da molti osservatori. Anche perché tra scandali legati all’acquisto di armi e droga sul darkweb, continui furti nei portafogli elettronici degli investitori, difficoltà a convertire in valute correnti (euro, dollari, eccetera), le criptovalute si erano ormai costruite una cattiva fama. Cosa è cambiato in questo finale del 2020, da spingere di nuovo il Bitcoin ai suoi livelli più alti?

Gli investitori

 La prima considerazione che fanno gli analisti di mercato è che siamo in un momento storico in cui tutto cresce: Wall Street è ai massimi, i rendimenti dei titoli di Stato ai minimi. Effetto dell’inondazione di liquidità orchestrata dalle banche centrali. C’è, insomma, fame di rendimenti. Gli operatori finanziari sono disposti a prendersi qualche rischio in più per spuntare rendimenti altrimenti difficili da portare a casa. Proprio qui sta la seconda e principale ragione del rinvigorimento del Bitcoin e delle altre criptovalute: la decisione degli operatori istituzionali di mettere piede in questo mondo. L’inizio di questa rivoluzione avrebbe anche una data: il 21 ottobre 2020. È il giorno in cui il gigante dei pagamenti on line, PayPal, ha deciso di permettere ai suoi clienti di comprare e vendere Bitcoin. Insomma, si è rotto un argine. Uno degli ostacoli principali che le criptovalute hanno trovato sulla loro strada, è la difficoltà di utilizzarle come moneta di scambio. Darkweb a parte, e nonostante siano nati diversi punti vendita persino fisici disposti ad accettare pagamenti in Bitcoin, la verità è che all’inizio lo strumento è stato più vissuto come un investimento speculativo e rischioso, piuttosto che come una moneta per fare acquisti. Troppo complicato e con oscillazioni di valore troppo repentine. L’arrivo di Paypal con i suoi 350 milioni di utenti, risolverebbe almeno il primo dei due problemi. Così le transazioni, accanto agli hedge fund da tempo presenti sulle piattaforme di scambio, hanno cominciato a farsi vedere anche operatori istituzionali. Che rispetto al 2017, quando ci fu lo scoppio della bolla, hanno qualche garanzia in più. I primi “passaggi” sono avvenuti sul Chicago Mercantile Exchange (CME), dove sono negoziati i futures sui Bitcoin, diventati lo strumento derivato su valute digitali più liquido del mondo. Il CME è una Borsa valori domiciliata negli Usa, ed è regolamentata sotto la supervisione della Commodity Futures Trading Commission. A differenza, insomma, dei normali scambi di Bitcoin su blockchain, il CME è collegato a un’infrastruttura di compensazione consolidata. In questo mercato, regolamentato e liquido, gli investitori istituzionali possono operare con maggiore tranquillità, rispetto all’acquisto e alla detenzione diretta di criptovalute. Un mercato che nel 2017 non esisteva.

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LE OSCILLAZIONI

Nonostante questo, tuttavia i Bitcoin restano qualcosa da maneggiare con cura. Soprattutto per gli investitori retail, le famiglie. Le oscillazioni restano ancora forti e possono sì portare a incrementi di capitale, ma anche a consistenti perdite. Sul web e sui social impazzano offerte molto spinte a investire nei Bitcoin e nelle altre criptovalute, promettendo facili guadagni e vite da sogno senza fatica. La realtà è un’altra. Come dimostrano anche le ultime sentenze della magistratura alla quale si sono rivolti risparmiatori scottati dall’esperienza. La Corte di Cassazione, in una recentissima sentenza, ha stabilito che i Bitcoin non sono solo moneta virtuale, ma anche un mezzo di investimento. E dunque chi li propone deve rispettare tutte le tutele del Testo unico della finanza. Un avvertimento per chi li offre. Ma anche per chi compra.

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Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre, 21:17 © RIPRODUZIONE RISERVATA