L'ambasciatore francese Masset: «Dallo spazio all’idrogeno, Francia e Italia insieme renderanno la Ue più forte»

Mercoledì 3 Febbraio 2021 di Umberto Mancini

Non è preoccupato dei ritardi italiani sul fronte della costruzione del Recovery Plan, né della crisi di governo in atto sebbene, in assenza di una rapida soluzione, rischi di avere ripercussioni anche sul Vecchio Continente. «Abbiamo fiducia», dice. Ed è convinto che, superata questa fase, proprio Italia e Francia, la cui iniziativa politica è stata alla base del Next Generation Eu, possano dare slancio al progetto per far uscire al più presto l’Europa dalla crisi legata alla pandemia. «Non a caso i nostri due Paesi - dice l’ambasciatore Christian Masset - stanno puntando su transizione energetica, innovazione, coesione sociale, i tre pilastri del Recovery. E abbiamo la massima fiducia che l’Italia sarà decisiva». Nel suo maestoso ufficio a Palazzo Farnese, sede dell’ambasciata di Francia a Roma, Masset è circondato, persino sovrastato dalle splendide opere del Salviati e, affacciandosi sulla piazza, può ammirare le due celebri vasche romane trasformate in fontane. Nonostante il virus che non molla la presa, pensa che la svolta sia vicina. Del resto, le spettacolari architetture rinascimentali, le tracce di pontefici, cardinali e re che nell’arco di cinque secoli vissero nel palazzo, non possono che indurre all’ottimismo sul futuro dell’Europa, sulla sua capacità di riscossa.

 

 Ambasciatore, nessun rallentamento quindi, nonostante le fibrillazioni sul Recovery che scuotono la politica italiana?

 «Nonostante la situazione, vedo grande consapevolezza nelle forze politiche. Alla fine non ci saranno ritardi, il Recovery Fund è troppo importante per tutti, fondamentale per lo sviluppo dell’Europa».

Nell’Amministrazione centrale a Parigi lei ha svolto vari ruoli, compresa la Direzione degli affari economici. Visti i suoi studi e la sua esperienza e considerando che il modello di amministrazione francese è tra i più apprezzati, quali suggerimenti ci può dare per migliorare l’assetto italiano? Per quanto si possa essere ottimisti, il governo Conte non è stato in grado di tracciare un’ipotesi di governance sul Recovery...

 «Su questo argomento non mi sento di dare consigli a nessuno. Ogni Paese ha una sua organizzazione dello Stato, frutto della sua storia, delle esperienze passate, ed è chiaro che la governance può fare la differenza. Ma non c’è un modello vincente tout court. Di certo l’Italia è più policentrica della Francia. La nostra nazione si è costruita in più secoli intorno allo Stato, ognuna punta a migliorarsi. Tant’è che la riforma amministrativa è uno dei temi sul tavolo, da noi come da voi, tutti abbiamo molto da imparare».

Negli ultimi anni i rapporti economico-finanziari tra Italia e Francia non sempre sono stati improntati a uno scambio pacifico. Se è vero che di recente due grandi aziende come Fca e Psa hanno deciso di convolare a nozze con il beneplacito dei due governi, è però doveroso registrare i forti contrasti che tuttora segnano i rapporti tra Mediaset e Telecom da una parte e il gruppo Vivendi dall’altra. Per non dire del caso Fincantieri-Stx. Perché, secondo lei, questi scambi a corrente alternata?

«Non è così. È una percezione che non corrisponde alla realtà. Il nostro Paese è aperto più dell’Italia. Un esempio? Lo stock degli investimenti esteri in Francia raggiunge il 33,7% del Pil, in Italia si ferma al 22,1%. Inoltre per la Francia, lo stock di investimenti diretti all’estero rappresenta il 58,7% del Pil, mentre per l’Italia si ferma al 27,6%. Credo che vi sia equilibrio nei rapporti economici, ogni iniziativa avviata porta valore nel Paese, crea occupazione dove opera: non credo sia decisiva la sede legale di una azienda, ma la strategia».

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Sta di fatto però che il matrimonio Fincantieri-Stx, proposto del gruppo italiano, è naufragato.

«C’era un accordo fatto nel 2017 che abbiamo rispettato e sostenuto, poi sono cambiate le condizioni e l’operazione, anche per l’incertezza legata al virus, è sfumata. La collaborazione rimane aperta. Tanto è vero che siamo molto soddisfatti di Navaris, l’alleanza con l’Italia sul fronte delle navi militari tra Fincantieri e Naval Group».

Lei sostiene che i rapporti tra Italia e Francia si misurano anche con il livello di collaborazione che tra i due Paesi prevalgono nella partecipazione ai successi della cosiddetta “Tiburtina Valley”. C’è però la sensazione che ciò accade più facilmente laddove l’Italia accetta di aprire le sue porte alle aziende francesi.

«Noi siamo apertissimi. Sono numerose le aziende italiane che crescono e si consolidano in Francia: Barilla, Ferrero, Lavazza, Illy, Chiesi Farmaceutica, le Generali, la Snam, Atlantia, Iveco, Fca e molte altre. C’è massima reciprocità. Le do un numero inedito: sono 1.800 le imprese italiane che hanno sedi in Francia. Un vero record».

Torniamo alla Tiburtina Valley. Che cosa rappresenta per voi?

«Un ecosistema con tante imprese, dove è forte la cooperazione in settori diversi e complementari tra i nostri Paesi. Un insieme virtuoso in cui le competenze costituiscono un vantaggio forte. Grazie al know how delle tre università della Capitale - La Sapienza, Tor Vergata e Roma 3 - siamo all’avanguardia in molti settori. Penso all’aerospaziale, ai sistemi di difesa. È un hub tecnologico per l’Europa, con una serie di filiere importanti. Un po’ come da noi a Tolosa, con Airbus e tante altre imprese. Dobbiamo pensare in termini ampi. Non a imprese nazionali, ma ad imprese di respiro europeo, un modello federale con la massima integrazione, dove nessuno domina».

 Faccia un esempio.

«Penso a Euronext, una piattaforma per la finanza che può primeggiare sui mercati e consentire, soprattutto alle Pmi, di finanziarsi e crescere a costi sostenibili. Non dobbiamo essere sudditi nel contesto della globalizzazione ma, come Paesi europei, attori dello sviluppo, dell’integrazione, della promozione sociale».

Cambiamo argomento. Sul fronte Mediaset-Vivendi oppure Vivendi-Tim, crede si possa arrivare a una qualche forma di pace o perlomeno di armistizio?

«Non entro in queste situazioni, si tratta di decisioni delle imprese, che sono ovviamente autonome».

Nondimeno, resta la percezione di uno squilibrio a favore della Francia.

 «Percezione, appunto, ma non fondata. Ricordo che l’export italiano verso la Francia ha un surplus di 15 miliardi. E nessuno da noi grida allo scandalo, all’invasione dei prodotti italiani. C’è invece massima integrazione, penso al lusso, dove vostre realtà esportano da noi. Insieme abbiamo salvaguardato le tradizioni, sviluppato marchi, portato valore e reso più forti i due Paesi».

Si riferisce a EssiLux, al comparto della moda, alla farmaceutica?

 «Certamente. Siamo due Paesi vicini e più resteremo uniti, più collaboreremo, più saremo forti».

Approfittando del Recovery, crede sia possibile sviluppare una collaborazione più efficace sul fronte sanitario?

«L’emergenza Covid rappresenta una grande sfida. Siamo partiti in ordine sparso, ma poi c’è stato coordinamento. Italia e Francia non hanno mai chiuso le rispettive frontiere. Sul piano dei vaccini è l’Europa che deve muoversi unita, e ora lo sta facendo per sviluppare una strategia sulla salute. Per essere meno dipendenti dall’esterno. Per questo bisogna implementare la ricerca e la produzione. Abbiano grandi aziende, grandi conoscenze, ottimi ricercatori, possiamo svolgere un ruolo centrale nello scacchiere mondiale».

Dove vede, nell’ambito del Next Generation Eu, una prospettiva comune di sviluppo per i nostri due Paesi?

«Anzitutto credo sia utile un cambio di passo sul fronte dell’innovazione, della transizione energetica ed ecologica, e del digitale. Un conto è progettare, altro è realizzare. E dunque, vanno accelerati gli investimenti e sfruttati al massimo gli spazi di collaborazione. Vedo almeno cinque campi di intersezione su cui Italia e Francia possono, insieme all’Europa, essere protagonisti: microelettronica, spazio, idrogeno, batterie elettriche e un cloud europeo».

 Lei cita spesso l’Europa...

«Volutamente, perché è lì che tutto deve finire. Dobbiamo ragionare sempre più in termini di Europa, perché solo con una Europa unita e forte potremo competere con successo nella partita globale che si profila alla fine della pandemia».  

Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio, 16:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA