Ugo e Vittorio Tapparini, il genio bambino (e disordinato) di inguaribili sognatori

Ho una mente disordinata, però ho un callo sul dito medio, proprio dove si poggia la penna o la matita. Ho cominciato a disegnare a tre anni, a cinque tracciavo segni dappertutto. A scuola continuavo a riempire quaderni di ometti, voli di gabbiani, strani animali dai volti grotteschi. Poi non sono diventato serio e ho continuato a disegnare. Disegnavo cose assurde, situazioni paradossali che scaturivano da una logica legata ad un’angoscia sottile che cominciava a pervadermi, ma ero molto allegro. Non so ancora cosa vedrò domani, però continuo a disegnare. Il callo è diventato enorme, la mano mi procura fitte dolorose dopo cinque o sei ore che il polso si muove. Ma che posso farci? Non diventerò mai una persona seria.

Ugo Tapparini se ne è andato il 9 gennaio 2016, 83 anni ancora da compiere. Pochi mesi prima era morta Franca Ingrosso, la moglie. Erano separati, ma non più di tanto. Nonostante tutto, si amavano. Era lei ad accudirlo, a controllargli le medicine, a vigilare sulla badante. Poi niente più, il buio all'improvviso. Lui non lo ha mai saputo, alla fine stava troppo male per accorgersene. Inutile infierire oltre, con la funesta notizia. E del resto, perché? A chiunque andasse a trovarlo chiedeva un dolce per la colazione dell'indomani mattina. Un cornetto. Non poteva mangiarne. Non poteva farlo da tempo. Era addirittura inutile che non lo facesse più, ormai. Lui, il vecchio leone, l'uomo dalle molte vite e dalle mille avventure (se l'espressione ha un senso, e qui ce l'ha). Era stato tante cose assieme: imprenditore, giornalista, scrittore, comunicatore. E pittore, ecco. Soprattutto pittore. Era figlio di una borghesia illuminata, di una Lecce dissolta nel tempo, di un ingegnere don Amilcare che aveva costruito interi angoli di città, erede di una nobile famiglia veneta approdata a Sud nel gran caos post-unitario, e di una donna di notevole estro e sconfinate letture, Angela Pagano, la musa ispiratrice, sorella di Vittorio, il poeta.

Lecce è sempre stata una città enigmatica. Ho scritto un racconto, una volta, su Giuseppe Ungaretti quando venne a trovare proprio Vittorio Pagano. Mio zio aveva portato qui molti letterati: Luzi, Montale... Quella volta condusse l'illustre ospite da mia madre: avevamo una casa piena di libri. Ungaretti incontrò la mamma e Rina Durante; rimase affascinato da questa città; visse le emozioni delle mille stradine. La sera ripartì e l'indomani era in piazza del Popolo, a Roma, al centro del mondo. Non rimpiango nulla di quel tempo, c'erano pochi gruppi di intellettuali che gravitavano intorno a Girolamo Comi. Oggi credo nel valore delle crociate. Come quelle fatte da mio figlio.

Vittorio è il secondogenito, 58 anni. Nel nome, un riferimento importante. La più grande di casa ha rimandi ancora più evidenti, se possibile: Angela Vittoria, anche se per tutti è da sempre Simonetta senza motivi apparenti, almeno così sembra, professoressa di Italiano a Varese. La piccola, invece, è Barbara, impiegata alle Poste a Roma, tre romanzi nel cassetto. «La preferita di papà», assicura il fratello. L'erede del ramo pittorico e artistico della famiglia è lui. Ha studiato Architettura a Roma, lavorato nella moda a Bologna, impiantato un'azienda di spedizioni a Lecce, mollandola dopo 18 anni la mattina in cui, senza sapere perché, o forse sì, invece di andare in ufficio si era recato in una bottega d'arte per fare incetta di tele, colori e pennelli. Pure lui aveva sempre dipinto, stesso callo al dito, tuttavia senza mai pensare potesse essere quella la sua vita, anche la sua. Fino a quel giorno, almeno. «Papà, lascio il lavoro. Tu sei pazzo, mi ha risposto. La mattina dopo si è presentato da me: Scusa, sono l'ultima persona al mondo a poter dire una cosa del genere. Fai quanto ritieni giusto. E così è stato. Non ho dipinto seguendo mio padre, l'ho fatto perché per me era vitale. Come mangiare, dormire, amare».

Si era iscritto a Ingegneria a Treviso, Ugo; era arrivato a Milano, entrando nella redazione de Il Borghese di Leo Longanesi; poi si era spostato a Roma, frequentando Pensiero Nazionale, il giornale dell'Eni di Enrico Mattei, insieme con Maurizio Costanzo. Quindi l'approdo a Nuovi racconti italiani in compagnia di Piero Manzoni, artista geniale e ribelle, ascendenze illustrissime (Alessandro Manzoni) e un marchio di famiglia (Manzotin) cui si ispirò beffardo - forse sì, forse no - per le sue celeberrime scatole, Merda d'artista (cento esemplari, la numero 69 nel 2016 all'asta per 275mila euro, per dire). Infine il ritorno a Lecce, col settimanale Cooperazione Sud, impegnato e battagliero su più fronti, quello delle case popolari su tutti, bubbone a ricorrenza ciclica; con Telelecce Barbano, una delle prime in Italia, lui mattatore incontrastato negli studi di via Cavour; con i libri coraggiosi, Il mistero Cavtat ad esempio, storia di veleni sepolti in fondo al Canale d'Otranto. E in tutto questo, anzi prima di tutto questo, l'arte.

A 25 anni andai a Roma con i miei disegni. Gaspare Del Corso, della Galleria dell'Obelisco, selezionò alcuni schizzi dicendomi di svilupparli. Ma io ero un po' folle, non lo feci. Allora cercai Renato Guttuso: accettò di ricevermi solo dopo aver visto i miei lavori. Stava completando un'enorme natura morta. Mi disse che i bozzetti erano belli e avrei potuto lavorare da lui, iniziando a copiare le piante che aveva nel suo bel giardino. Un consiglio da genio. Ma naturalmente non lo seguii. Così iniziai a scrivere...

«Da piccolo ho visto molto poco mio padre - racconta Vittorio -. Sono cresciuto con nonna Angela. Poi ci siamo ritrovati con l'arte: ho capito le sue inquietudini, le sue assenze. Con occhi nuovi, ho visto cose che mai avrei immaginato. La creatività artistica ha bisogno di uno spirito bambino. Superato lo stupore iniziale, papà veniva spesso a casa per spronarmi. Tu stai copiando me, invece dovresti seguire una tua strada. Aveva ragione, ma in parte. Ero alla ricerca della dimensione giusta, lungo il percorso evolutivo dal classico all'espressionismo. Poi un giorno fu rapito da un mio dipinto, una donna africana. Cazzo, esclamò. C'eravamo: da quel momento, lui così schivo, iniziò a seguirmi dappertutto. Il futuro è Vittorio, diceva. Eravamo inseparabili. Mi manca molto». Col gruppo Tracce l'erede designato ha provato la via della rivoluzione culturale, portando l'arte contemporanea, la forza d'urto della vivacità espressiva, nel cuore del capoluogo barocco. Gli era sembrato curioso («irriverente», per la precisione) che a Lecce, città di artisti e artigiani eccellenti, in Municipio si dibattesse dell'attribuzione della Deco, denominazione comunale d'origine, al pasticciotto. Era nata così la rassegna Materiamente, esposizione free a due passi da piazza Sant'Oronzo, risposta estetica alla bontà molto poco dietetica.

Ora Lecce si è chiusa su se stessa, spiega Vittorio. E la corsa a Capitale europea della cultura 2019 - assicura - ha bloccato i nuovi fermenti locali per via dell'appalto esterno dei lavori preparatori e della progettazione globale della candidatura. «Papà diceva che nel Salento c'è un'energia positiva. Da lui ho preso i colori, le tinte forti di questa terra. Nel tempo la sua arte ha virato dall'espressionismo tedesco, cupo, tetro, di denuncia, manifestazione plastica delle paure dell'epoca, a una forma originale di espressionismo salentino: allegro, colorato, ironico. Mi capita di trovare le sue opere ovunque, anche lì dove meno te lo aspetti». Sono nati lo stesso giorno, Ugo e Vittorio, il 23 luglio, e assieme hanno festeggiato i compleanni, spegnendo una stessa candelina. Affinità elettive e mondi separati.

Io guardo all'aspetto grottesco delle cose, ho sempre concepito la vita come un grande scherzo. Riderei anche in punto di morte. Anche le cose importantissime della vita hanno un aspetto grottesco. Pensiamo al matrimonio in cui tutti sono felici, i testimoni vestiti bene, la mamma con la lacrimuccia... Mi sono divertito a dilatare le spose, enormi e immense perché le donne sono sempre vincitrici... Io ho due visioni dell'arte: una visiva, l'altra emotiva. La prima, napoletana, è fatta di cose raccontate bene. Poi c'è quella emotiva, più difficile: richiede un grande talento interpretativo.

Questo luogo, tra la Scuola Diaz e l'Archivio di Stato, rione San Pio, è un concentrato di arte e di storie. Sullo stesso pianerottolo, dietro la porta accanto a quella di Vittorio, vive Antonio Massari, 87 anni, figlio di Michele, l'artista che con Geremia Re, Lino Suppressa e Mario Palumbo ha marcato la riscossa dell'arte salentina nel dopoguerra. Lui stesso, Antonio, sarà protagonista di un'altra stagione, post 68, iniziata tuttavia ai tempi del liceo, guarda caso proprio in casa Tapparini, di fronte alla villa comunale, dove Antonio si rintanava nel grande salone dall'immensa libreria insieme con Edoardo De Candia e Tonino Caputo, tutti convocati da Ugo: il ragazzo, studente allo scientifico De Giorgi, si era messo in testa un progetto ambizioso, forse neanche il primo. Disegnare cartoni animati. Non se ne fece nulla, ma cementò un'amicizia segnando per sempre il loro destino di artisti, pittori, scultori. Innovatori. Nell'ultimo periodo Ugo Tapparini abitava a pochi passi da qui, nella casa della sorella di De Candia, libera dopo la morte di Edoardo. Il suo rifugio alla fine di tanto girovagare.

Il ritorno a Lecce, già. Conobbi una ragazza e me ne innamorai. Era un tipo molto spigliato per quei tempi, sì. Ad esempio, sedeva sui gradini delle chiese. Una stravaganza per l'epoca. La sposai, andammo a Roma, ma lei non amava la capitale e tornammo a Lecce. Poi sono andato di nuovo via, ma solo molto tempo dopo, per circa due anni, a Pordenone e in giro nel Veneto, io col mio cavalletto. E infine di nuovo qui, ancora a Lecce...

Il giorno dei funerali di Franca, nella chiesa dei Salesiani, Ugo era in casa, a San Pio. Non sapeva niente, non glielo avevano detto. Non lo avrebbe capito o, al contrario, ne avrebbe sofferto molto, troppo. Con lui, nell'appartamento, solo la badante. Guarda chi c'è - le disse all'improvviso, nel silenzio di quel pomeriggio d'ottobre -. È venuta a trovarmi la Franca. La vedi? La vedi? Vedi quant'è bella mia moglie?. Indicava una sedia vuota. Indicava e piangeva. Piangeva come un bambino, col dito puntato nel nulla. La vita, oltre la morte, come l'amore. Un capolavoro, per sempre.

 
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Domenica 16 Giugno 2019 - Ultimo aggiornamento: 19:43