Ugo e la scuola negata perché era nato ebreo

Mercoledì 27 Gennaio 2021 di Claudia PRESICCE

Lentamente, trascorsi oltre tre decenni, cominciarono a farlo, uno dopo l'altro. Parlarne. Fino ad allora avevano rimosso, cercando di non pensare, volevano solo dimenticare. Riprendersi il futuro senza quel pensiero di gelo, di paura, di morte: volevano lasciare correre via la vita lontano da quei giorni. E poi, anni dopo, anche Ugo Foà, ex bambino in quei primi anni Quaranta, si decise e lo fece anche lui. Non si mise a scrivere, non ancora, iniziò semplicemente a dire, a raccontare. Infatti nel 1995 accettò un invito. Andò così. Ma tu verresti nel mio liceo a raccontare la tua esperienza?, gli chiese un'amica insegnante. E quest'uomo, con un nodo stretto nella gola, ci andò e parlò. Sì, voleva proprio raccontarlo quel pezzo di storia a cui da bambino aveva assistito, dire quello che aveva visto, affrontato, le peripezie della sua famiglia e degli altri come lui, gli ebrei di Napoli Ma, per la verità, c'era anche un'altra profondissima e sacrosanta ragione per andare a parlare a quei giovani studenti: «Era un modo per tornare ancora a scuola, senza sedere all'ultimo banco».

“Il bambino che non poteva andare a scuola” di Ugo Foà è la narrazione, negli anni del fascismo e della Seconda guerra mondiale, delle persecuzioni contro gli ebrei italiani che cambiarono per sempre la vita a tutti, anche ai più piccoli. “Storia della mia infanzia durante le leggi razziali in Italia” (come esplicita il sottotitolo) è la verità scritta da un uomo nato nel 1928 che quelle leggi le ha subite e ha visto il suo piccolo mondo dorato andare letteralmente in pezzi, da un giorno all'altro.

Al centro della storia si muovono infatti un ragazzino di Napoli, i suoi fratelli e la sua famiglia ebrea benestante, bella come altre nell'Italia degli anni Trenta: da innocenti, si ritrovarono ad essere denunciati, vessati e inspiegabilmente scacciati anche da scuola. È manifesta tra le parole una confessione, ad una vita di distanza, dello sgomento ingoiato in quegli anni dal piccolo Ugo. È un tema importante e delicato, trattato qui in modo congeniale alla divulgazione, in un libro snello, leggero, onesto e adatto a tutti (anche ai giovanissimi e alle scuole che troveranno utili anche opportune schede storiche a latere delle vicende umane) per comprendere anche la parte di una storia meno raccontata. Cioè quella delle persecuzioni vissute da chi è restato in Italia e, avendo la fortuna' di non patire la deportazione, ha conosciuto il rifiuto da parte del proprio Stato e poi della società intera.

«Era come se pian piano ci rubassero le nostre cose, la nostra vita», rivela l'autore ricordando come tutto ebbe inizio. E racconta la diffidenza serpeggiante avvertita intorno, il marchio rosso sui certificati (e ovunque vicino al suo nome) con su scritto di razza ebraica: come a segnalare un errore, un'accusa infamante. E riassume il metodo della spietata propaganda fascista antisemita che, mentre escludeva gli ebrei dalla vita civile, andava aizzando gli animi.
«Gli ebrei furono accusati di essere gli assassini di Cristo, capitalisti senza scrupoli che pensavano solo ad arricchirsi in combutta con i bolscevichi russi, traditori della nazione - scrive Foà - se gli ebrei erano davvero così, allora forse era giusto che non andassero a scuola e non potessero iscriversi al circolo del tennis con gli altri italiani», pensava qualcuno.

Resterà per sempre in lui la sensazione soffocante di quel bambino fiero di dover iniziare il ginnasio a cui pochi giorni prima venne comunicato che a scuola non ci poteva andare più: vietato entrarci insieme agli altri, ai suoi compagni di sempre. Semmai solo un giorno per fare gli esami, ma all'ultimo banco.
Quella scuola negata, sia pure corretta come la voleva il duce cioè profondamente fascista in tutte le sue manifestazioni, fu il primo marchio della diversità, della colpa di essere ebrei. Niente adunata il sabato per i corsi obbligatori di dottrina fascista e niente più l'automatica iscrizione alle organizzazioni giovanili di regime: né Figlio della lupa, né a 8 anni Balilla e a 14 anni Avanguardista.

Asfittico e antidemocratico, quel mondo di allora per quei bambini era l'unico esistente, e quello dal quale improvvisamente vennero esclusi in un gioco di tappe, via via dopo il censimento del 22 agosto del 1938 che andò ad identificare 47mila ebrei italiani, inseguendoli e contandoli fino alle case di villeggiatura. È vero che alla maggior parte degli ebrei napoletani venne risparmiato l'orrore dei campi di sterminio, tuttavia pur restando in città videro scomparire i riferimenti della propria vita, uno dopo l'altro, conoscendo la fame, l'isolamento e la paura. Quella città mostrò un substrato resistente che dall'intolleranza sfociò dal 27 al 30 settembre del '43 in rivolta aperta della cittadinanza contro i tedeschi, tanto da scoraggiare il previsto rastrellamento degli ebrei che di fatto non avvenne.

«Senza le quattro giornate ci avrebbero presi uno ad uno - scrive Foà - noi ebrei eravamo tutti schedati; e forse, se avessero detto a mia madre "Venga al comando tedesco per un colloquio", mia madre sarebbe andata disciplinatamente portandosi dietro anche i quattro figli: come potevamo immaginare l'orrore cui saremmo andati incontro?», spiega l'autore.

Dal 1990 Foà fa parte dell'Associazione Progetto memoria e porta la sua testimonianza sulla persecuzione razziale in giro per l'Italia: questo libro lo ha scritto su premuroso invito di Piero Manni, come spiega lui stesso. «I messaggi che mi ha inviato anche pochi giorni prima di morire, hanno rappresentato per me un impegno: Bisogna raccontare e lasciare scritto quanto è accaduto perché i giovani devono sapere. Gli sono profondamente grato perché, senza la sua spinta dolcemente severa, magari non avrei mai scritto queste note».
© RIPRODUZIONE RISERVATA

© RIPRODUZIONE RISERVATA