«Riscopriamo la fraternità. I Santi? Uomini come noi»: incontro con monsignor Semeraro

Domenica 22 Novembre 2020 di Adelmo GAETANI

Eminenza, dieci anni fa in un'intervista le chiesi se avessero fondamento i rumors che indicavano lei, monsignor Marcello Semeraro, vescovo di Albano, come predestinato alla porpora cardinalizia. Mi rispose: “Meglio lasciar perdere certe voci prive di senso”. C'è voluto del tempo, ma?
«Meglio lasciar perdere anche adesso. Certe scelte maturano nel tempo e la vita non si gioca in anticipo. Nella sua Provvidenza il buon Dio ci accompagna nelle sue varie tappe e talvolta ci sorprende. Fino all'ottobre scorso Le avrei risposto come dieci anni fa. Quando, però, il Papa mi ha chiesto d'interrompere il governo di una Diocesi e d'intraprendere la guida della Congregazione per le Cause dei Santi ho compreso che l'esito presto o tardi sarebbe stato anche questo. Ho cercato così di farmene una ragione, imitando Angelo G. Roncalli/Giovanni XXIII, il quale, quando a Parigi ebbe analoga notizia, scrisse: “Farò come san Giuseppe, il quale diede una nuova direzione al suo asinello”».


La Chiesa di Lecce, Monteroni, sua città natale, e l'intero Salento hanno accolto con gioia la scelta di papa Francesco. Don Marcello è uno di noi e ci è stato sempre vicino, hanno detto in tanti. Come risponde?
«Io mi sono sempre sentito salentino e finché mi è stato possibile, anche durante l'episcopato ad Oria, ho sempre cercato di realizzare dei fugaci rientri nella nostra terra. Ad Albano, appena mi accade di incontrare un conterraneo inizio subito a parlare con lui nel dialetto leccese. La terra è una cultura, è una maniera d'intendere la vita. Il salentino conosce i tempi lunghi e sa che percorrendoli con pazienza lo conducono alla meta».


È successo tutto in pochi giorni: prima il delicato incarico a prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, subito dopo l'annuncio della porpora. Emozioni forti, come ha reagito?
«Personalmente il vero problema è stato proprio questo: il tempo necessario per metabolizzare. Non sono stato solo, tuttavia. I miei più stretti collaboratori nella Curia diocesana mi hanno molto aiutato: è una bella famiglia, la mia Curia! Sacerdoti, laici e laiche che mi circondano quotidianamente di affetto e di stima e con i quali ho un rapporto per me molto arricchente. Con loro e con tanti miei sacerdoti riesco a vivere il meglio possibile anche questo mio passaggio di vita».


È nota la fiducia che il Santo Padre ripone in lei, che ha già goduto della stima incondizionata di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI. Come nascono e si nutrono rapporti che la fanno essere uno dei prelati più vicini al cuore delle Sacre Stanze, oggi scosse da gravi scandali?
«Il mio rapporto con San Giovanni Paolo II è sempre stato reverenziale, direi. Mi commosse, tuttavia, una telefonata che mi raggiunse a Monteroni, nelle vacanze pasquali 2005: Torni ad Albano perché il Papa le dona come ricordo una sua talare! Partii subito, ma la ricevetti quando egli era già morto. Ora è una reliquia conservata nell'episcopio. Con Benedetto XVI, al contrario, il legame è sempre stato di grande tenerezza: ho trascorso con lui tanti momenti; penso in particolare a quelli successivi alla sua rinuncia nell'inverno 2013; di recente ho trascorso con lui una bella mezz'ora il 23 ottobre scorso ed è stata una esperienza indimenticabile. Il legame con Francesco risale al 2001, è molto famigliare e prosegue sino ad oggi. Accanto a questi due Papi imparo che le forze spirituali che sostengono la Chiesa sono molto più forti delle spinte umane che la sconvolgono. È dal Signore risorto, come insegna il Vaticano II, che la Chiesa trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori. Senza pazienza e amore non si superano gli scandali».


La Chiesa in uscita di papa Francesco cerca il dialogo con un mondo contemporaneo sempre più distratto ed esso sì in uscita dall'ascolto della Parola di Dio. Come si può ricucire uno strappo sempre più percepibile?
«L'uscita e il dialogo con l'uomo e il mondo contemporaneo non li ha inventati Francesco, ma furono le grandi e sempre attuali ispirazioni di san Paolo VI e del Vaticano II. Chi oggi contesta il Papa in realtà non ha mai accettato il Concilio. L'amore per l'uomo è addirittura il fine stesso della Chiesa. San Giovanni Paolo II disse che l'uomo è la via della Chiesa. Solo la Chiesa può dirlo, perché ha origine nel mistero dell'Incarnazione. Che questa umanità sia distratta è vero, ma quale padre o madre interrompe il dialogo coi figli solo perché non danno retta a un genitore? Prima che le strade della ragione, oggi occorre cercare le vie del cuore... La cultura di oggi non è quella cartesiana, ma quella della fragilità, della vulnerabilità. Ciò di cui l'uomo oggi ha principalmente bisogno è l'esperienza della fraternità. Solo così tornerà ad avere fiducia».


Ambientalismo, migrazioni, nuovi diritti sono temi al centro del messaggio papale. Ma c'è chi obietta che in questo modo la Chiesa rischia di piegarsi alla visione del mondo dominante. È così?
«Anzitutto non farei ricorso alla parola ambientalismo che non esiste nella dottrina sociale della Chiesa. Laudato si' piuttosto ci presenta il modello di una ecologia integrale, tale perché ha a cuore non l'ambiente in se stesso, bensì l'uomo che abita l'ambiente! Si parla di cura di una casa comune. Il richiamo ai diritti della persona e della società sono da oltre un secolo al centro della dottrina sociale della Chiesa, la quale, peraltro, ha sperimentato fin dall'inizio la migrazione, il disagio, la sofferenza. Non sarei proprio d'accordo con chi dice che la visione dominante nel mondo sia l'attenzione a chi è emarginato. Tesi molto dominanti sono, al contrario, la supremazia del denaro, dell'interesse e di molte altre cose. Magari fossero più seriamente accolti gli insegnamenti di Laudato e di Fratelli tutti».


La pandemia ha messo a nudo le debolezze umane. Quale lezione trarne?
«Forse mettere in discussione il delirio di onnipotenza che è stato prevalente negli ultimi anni, ridimensionare la pretesa che la scienza ha sempre e comunque una risposta. Forse un po' di umiltà, insomma, non ci farebbe male. Esperienza della vulnerabilità vuol dire sapere di essere esposti a delle forze che non sempre riusciamo a controllare e che la risposta va ricercata nella solidarietà, nella compassione e non nella concorrenza e nel primeggiare a scapito degli altri».


La politica è in crisi, incapace di fare sintesi dell'interesse generale: lo si vede in questo epocale passaggio della storia. Potrebbe partire dal cattolicesimo sociale un impulso al rinnovamento, come avvenne con l'Appello ai Liberi e Forti di don Sturzo?
«San Paolo VI scrisse che la politica è la forma più alta della carità. Esperienze come quella che evoca fanno riferimento a spiriti magnanimi, forgiati dalla sofferenza, capaci di intercettare i veri bisogni dei popoli. Sturzo, che lei cita, è un candidato alla santità: la sua causa è già in cammino con un dossier molto ricco e corposo. Il vero politico non è mai soltanto questo: è una persona ricca in umanità, una figura a tutto tondo, mai parziale, unilaterale».


Domenica prossima le sarà imposta la berretta cardinalizia e nel Sacro collegio entrerà con lei una personalità della Chiesa di grande autorevolezza e circondata da unanime considerazione. Lei sa che è un ruolo di particolare peso quello che va ad assumere. Le tremano i polsi?
«No, francamente non mi tremano i polsi e lo dico per due ragioni: anzitutto perché le vicende che ho iniziato a trattare sono storie prevalentemente di santità; storie di donne e uomini che hanno cercato di essere, pur nelle contingenze umane, testimoni credibili del Signore. Sono storie che invece che impressionarmi debbono incoraggiarmi. Molte di queste storie sono di uomini e donne che hanno testimoniato Gesù con il martirio, ed è questa la seconda ragione. Il Papa lo ripete spesso: i martiri dei tempi moderni sono molto più che nel passato. Pensi che in una causa esaminata in questi giorni il gruppo di martiri è composto da ben 127 compagni tra sacerdoti, laici e laiche, religiosi, seminaristi. Più che da tremare c'è da commuoversi! Non sono dei superman ma gente normale come noi che però ha saputo dire come san Paolo: Son capace di tutto se c'è Cristo, che mi dà la forza».


I salentini si chiedono quando tornerà a casa per poterla salutare e abbracciare con l'affetto che le hanno sempre riservato. Può dirci qualcosa?
«Seguo con attenzione le notizie che giungono tramite i social. Spero allora di potere tornare nel Salento per il prossimo Natale...».

Ultimo aggiornamento: 10:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA