Nella cultura e nella legalità le radici del futuro: l'intervento dell'assessore Bray

Giovedì 18 Febbraio 2021 di Massimo BRAY

Il tema della scuola pubblica e delle sue difficoltà è tornato prepotentemente alla ribalta, nel discorso politico e mediatico, con la crisi sanitaria che ormai da un anno ci troviamo a vivere. In questa occasione sono emerse le criticità insite in un sistema per troppi anni afflitto da precarietà, mancanza di fondi e scarsa lungimiranza da parte delle istituzioni.


Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha detto, nel 2017, che «quando si danneggia una scuola, viene ferita, in realtà, l'intera comunità nazionale». Parole che in primo luogo ci riportano alla mente i terremoti che a più riprese hanno distrutto intere comunità a partire da quello dell'Aquila nel 2009 fino a quelli dell'Emilia Romagna e del Centro Italia; ma che, a ben pensarci, ci parlano di una serie infinitamente più ampia di problemi: dai danneggiamenti, furti e vandalismi continuamente perpetrati a danno degli istituti soprattutto nelle zone più difficili del nostro Paese, alle infinite carenze e fatiscenze che affliggono ormai da decenni le strutture scolastiche italiane.


La scuola pubblica, poi, è terreno di tagli indiscriminati che durano almeno dall'inizio del nuovo millennio. In primo luogo, come sottolinea lo studio Ocse Uno Sguardo all'Istruzione, pubblicato lo scorso settembre, l'Italia spende «decisamente meno della media dei Paesi industrializzati per l'istruzione, in particolare per quella universitaria». Nel 2017, infatti, nella Penisola la spesa pubblica destinata all'istruzione dal ciclo primario all'università ha rappresentato il 7% della spesa delle amministrazioni pubbliche, un valore di molto inferiore alla media Ocse (11%): l'Italia, quindi, si colloca al penultimo posto tra i Paesi avanzati per la spesa destinata all'istruzione, davanti solo alla Grecia. La percentuale del PIL investito dal nostro Paese per l'istruzione si attesta soltanto al 3,9% del totale: ben l'1,1% in meno rispetto alla media Ocse (...).


Questi pochi dati bastano per confermare che l'Italia è tuttora uno dei Paesi che spende meno e peggio per la scuola pubblica: l'ovvia conseguenza è una inadeguatezza che potremmo dire endemica di un comparto che dovrebbe rappresentare invece un punto essenziale dell'azione statale, in aperto contrasto con quanto dichiarato dall'art. 34 della nostra Costituzione (la quale stabilisce in modo inequivocabile il primato della scuola pubblica, «aperta a tutti», gratuita e democratica). Ma le inadempienze dello Stato rispetto alla Costituzione non si fermano purtroppo a questo articolo. Come infatti possiamo immaginare un insegnamento libero della scienza e dell'arte, come recita l'art. 33, se il nostro corpo docente si trova da decenni nelle condizioni di lavorare continuamente in trincea? La retorica dell'insegnante eroe è solo l'ennesimo simbolo di uno Stato che opera continuamente in un'ottica emergenziale, con scarsa capacità di darsi visioni di lungo periodo, e questo è rispecchiato naturalmente dall'incredibile serie di riforme che hanno coinvolto la scuola negli ultimi decenni senza peraltro riuscire ad aggredire in modo davvero risolutivo le criticità maggiori e più discusse che caratterizzano il mondo scolastico.


È quindi assolutamente prioritario, specie in questa fase così critica, recuperare l'autonomia del ruolo dell'insegnante, così come l'importanza di una scuola che insegni a pensare prima ancora che a fare. Per una didattica innovativa, va da sé, è ormai improrogabile superare i limiti imposti dal digital divide, dalla mancanza e inadeguatezza di strutture e attrezzature scolastiche, dalla miopia delle istituzioni, sia nazionali sia locali, che troppo spesso continuano a portare avanti una visione anacronistica della scuola, avulsa dai territori e fatta terreno di scontro politico e ricerca di consenso ma raramente oggetto di una progettualità di ampio respiro (...).
È evidente che almeno negli ultimi due decenni ma in realtà il processo è iniziato da prima in Italia si è lavorato per abbattere più che per costruire. Con l'ansia di superare modelli di organizzazione della società che parevano ormai desueti per allinearsi alla spinta all'efficienza, alla produttività, alla modernizzazione a tutti i costi che veniva dal mondo dell'economia, abbiamo lasciato alle nostre spalle quello che avevamo di più prezioso, che ci rendeva un Paese unico al mondo: irretiti dal deplorevole slogan con la cultura non si mangia, abbiamo smesso di guardare e di insegnare a guardare all'arte, alla storia, al paesaggio come punti di forza su cui ancorare uno sviluppo economico che fosse virtuoso, sostenibile e condiviso. Nella migliore delle ipotesi, abbiamo iniziato a guardare alla cultura semplicemente come una nuova forma di petrolio, una risorsa da spremere per ottenerne il maggior guadagno possibile. Questo naturalmente si è trasferito anche ai curricula scolastici: la poca cultura letteraria rimasta nei programmi ministeriali è ormai tutta funzionalizzata a trasmetterne agli studenti che siano suoi i futuri gestori o i suoi futuri fruitori un approccio sostanzialmente economicistico, facendo tabula rasa dei valori fondamentali che essa veicola: conoscenza, tutela, inclusione, condivisione sono parole che rischiano di scomparire dal vocabolario dei beni culturali, insieme al loro status di beni comuni che dovrebbero avere come primario scopo quello di favorire lo sviluppo dell'individuo e della società.


È assolutamente necessario recuperare e far recuperare agli studenti il valore civile che caratterizza la memoria storica, l'espressione artistica, la tutela ambientale; dobbiamo ritrovare l'idea di uno Stato presente sul territorio attraverso numerose articolazioni e servizi educativi, dagli asili nido al tempo pieno, dall'offerta didattica secondaria al ristabilirsi di un rapporto più equilibrato tra studenti e docenti (eliminando definitivamente le classi pollaio): tutto ciò nell'ottica di educare cittadini consapevoli e di recuperare la fiducia nelle istituzioni che è stata erosa dalla crisi sanitaria, economica e politica in corso (...).
Il fondamento primario dell'educazione civica, in ogni caso, deve essere l'educazione alla legalità. La scuola deve saper spiegare ai ragazzi che le loro responsabilità consistono anche nel rispettare la legge, perché essa rappresenta un contratto tra gli uomini per organizzare la società in modo ordinato, efficiente e giusto; e soprattutto deve saper spiegare che il contrario della legge non è la libertà assoluta, la furbizia, la spregiudicatezza: ma anzi è l'arbitrio, la prepotenza, la tracotanza. Questo è il primo messaggio che dovrebbe passare, quando si parla di educazione civica: che il valore della legalità non è solo astratto e imposto dall'alto, ma è una forza che può unire i cittadini contro i soprusi e le prevaricazioni.


La chiave per trasmettere ai cittadini di oggi e di domani questo messaggio è la cultura: occorre insegnare che la cultura non è un concetto astratto, un orpello, che essa non segna un limite tra classi sociali, come certa retorica antintellettualistica vorrebbe far credere, ma anzi che, proprio attraverso di essa, si può ricostruire un senso di comunità che si fondi sulla giustizia, che dia ai cittadini la consapevolezza dei loro diritti e dei loro doveri. Questo perché la cultura è in primo luogo riappropriazione dei beni comuni, dei monumenti e delle opere d'arte, delle tradizioni e delle identità che fondano il nostro sentire comune, dei paesaggi che ci identificano e ci rasserenano (...).


La scuola del futuro, che metta al centro la cultura e la legalità, deve dare ampio spazio al mondo digitale, tentando almeno una sistemazione delle infinite problematiche che esso genera, dalla tutela dei propri dati personali, alla lotta al cyberbullismo, all'informazione sui reati informatici (un campo in cui la legislazione è in gran parte ancora da scrivere) insistendo in particolare sui principi della responsabilità penale dei minori, perché troppo spesso sembra che gli adolescenti che compiono azioni illegali e poi si filmano mettendo tutto in Rete non abbiano reale contezza del fatto che stanno commettendo degli illeciti e si stanno anche autodenunciando: è come se si fosse creata una frattura tra mondo virtuale e mondo reale, e le due sfere fossero percepite come completamente scisse e incomunicanti. Ecco, non serve ormai un corso di informatica per insegnare agli studenti come difendersi da queste insidie. Quello che serve, invece, è proprio un'educazione all'uso corretto e sicuro delle tecnologie digitali, dato che ormai anch'esse fanno parte integrante della sfera civica, quella dove avvengono le interazioni sociali, politiche, commerciali, culturali (...).

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