Notte di follia e morte dentro la città dei vivi nel nuovo libro di Lagioia

Martedì 20 Ottobre 2020 di Rossano ASTREMO

Nicola Lagioia torna oggi nelle librerie italiane con La città dei vivi, un romanzo verità, frutto di anni di profonde ricerche, attraverso cui ricostruisce uno dei delitti più efferati degli ultimi anni, quello di Luca Varani, avvenuto a Roma nella notte tra il 4 e 5 marzo 2016 e compiuto da Manuel Foffo e Marco Prato. Lagioia, vincitore del Premio Strega del 2015, utilizza gli strumenti della letteratura per comprendere le ragioni profonde di una vicenda che ha sconvolto l'opinione pubblica del nostro Paese per intere settimane. Sky ha già annunciato che da questo libro verrà tratta una serie tv per la prossima stagione e lo scrittore barese, ancora impegnato nella direzione del Salone del Libro di Torino, sarà tra gli autori della trasposizione televisiva.
Nel marzo del 2016 hai abbandonato la stesura di un romanzo, per dedicarti anima e corpo alla scrittura di questo libro. Cosa hai trovato di così urgente nella storia dell'omicidio di Luca Varani?
«Non appena ho visto per la prima volta al telegiornale la notizia, ho sentito che quel caso parlava alla mia parte più profonda, e forse meno facilmente raccontabile. Un ragazzo di ventitré anni era stato ammazzato in modo orrendo. Due trentenni, considerati normali fino al giorno prima, quasi non si capacitavano di ciò che avevano fatto. Mi colpiva la mancanza, in loro, di quelli che fino a qualche decennio fa reputavamo gli scontati strumenti per riconoscere e gestire concetti come colpa, responsabilità, libero arbitrio. Per non parlare della confusione identitaria. Chi sono io?, sembrano chiedersi Foffo e Prato di continuo, in modo esasperante. Io a mia volta sono stato un ragazzo, e non lo sono più».
Lettere, foto, udienze, testimonianze, analisi mediche, autopsie, perizie. C'è dietro la scrittura di questo romanzo verità un lavoro di documentazione davvero notevole. Quanto tempo hai dovuto impiegare per questa ricerca?
«La parte più intensa della ricerca sarà durata un paio di anni, e ho cominciato a scrivere dopo circa un anno trascorso a girare per Roma, raccogliendo materiale, incontrando e intervistando persone di tutti i tipi. Ero sempre in giro per la città, giorno e notte. Un periodo che non dimenticherò mai. Mi sentivo come in trance, so che può sembrare ridicolo ma davvero ero entrato in una dimensione altra, vivevo totalmente immerso nel mondo dell'omicidio, me lo sognavo la notte, ogni notte, sapevo di farne parte, e questo mi faceva sentire autorizzato a chiedere informazioni a chiunque, come se fossi stato una parte in causa, come se scrivere il libro fosse anche un atto attraverso il quale esercitare un minimo potere trasformativo rispetto all'enormità di ciò che era accaduto. Credo sia anche per questo che molte persone che ho incontrato sul mio cammino mi hanno poi aiutato, fornendomi materiale, testimonianze, portandomi nei luoghi frequentati dalle persone coinvolte nella vicenda, presentandomele, facendomele conoscere. Hanno capito che non ero un cacciatore di scoop, che non mi interessava il pettegolezzo o il particolare scandalistico. Volevo capire, capire e restituire, oppure ricevere conferme di ciò che avevo intuito. La maggior parte delle persone con cui ho parlato hanno credo capito, tra l'altro, che non mi interessava giudicare, ma comprendere, andare a fondo per quanto possibile».
Foffo, Prato e Varani: carnefici e vittima di una delle storie più crudeli e insensate che ha riempito le pagine di cronaca degli ultimi anni. Durante il processo di scrittura, ti sei sentito emotivamente più vicino ad uno dei tre?
«È una domanda difficile, perché una possibile risposta sta in tutto il libro. Sintetizzare è quasi sbagliato, ma ci provo. Manuel Foffo è il ragazzo introverso, pieno di risentimento e frustrazione nei confronti della sua famiglia, in particolare di suo padre, è il ragazzo che non riesce a realizzarsi, a costruirsi un futuro nonostante si sforzi di farlo. Ha un approccio fallimentare in quasi tutto, tuttavia si illude di farcela, rappresenta dunque i fallimenti davanti a cui tutti noi ci troviamo. L'ombra del fallimento, che tanta angoscia ci procura. Marco Prato è invece l'aspetto istrionico e iperattivo, è la capacità manipolativa e il camaleontismo, dove però tutte queste doti e questa vitalità coprono probabilmente dei grossi vuoti affettivi, o almeno così diceva lui. Non metterei a ogni modo Prato e Foffo sullo stesso piano di Varani. Tutti e tre hanno finito per essere vittime di questa vicenda, con l'enorme differenza che Luca Varani è totalmente incolpevole, non è responsabile della rovina di nessuno, sicuramente non della propria. Luca è la vittima innocente. È allora più facile forse per noi avvicinarci a Prato e Foffo perché ricorriamo alle nostre meschinità molto più frequentemente di quanto non facciamo con il nostro candore e la nostra semplicità, sempre che ne resti qualcosa».
Dal punto di vista stilistico, si nota uno scarto rispetto ad alcune tue opere precedenti, e in particolare rispetto a La ferocia. In quest'ultima la trama sembrava a tratti a servizio dello stile. In La città dei vivi lo stile sembra essere al servizio della trama. E più che lo stile conta la struttura, il montaggio del vario materiale raccolto, ma l'obiettivo sembra essere condurre per mano il lettore in questa frenetica discesa agli inferi.
«Sì, ma provo ad aggiungere qualcosa che leghi i due libri allo stesso scrittore, e al suo approccio con la lingua. La lingua credo sia sempre al servizio di ciò che si vuole cercare di esprimere, solo che a volte questo servizio la lingua lo rende in modo più vistoso. Aggiungo che lingua e struttura non sono due cose separate, ma si influenzano l'un l'altra di continuo. Per evocare l'atmosfera, i sentimenti, la natura dei personaggi de La ferocia avevo bisogno di un impianto (e quindi anche di una lingua) che prendesse molto in prestito dal modernismo, una stagione letteraria a cui quasi nessuno ricorre più. Chi legge ancora Malcolm Lowry? Io a Malcolm Lowry penso sempre. Ne La città dei vivi si prova a usare la letteratura (un tipo di approccio, quello letterario, completamente diverso non solo rispetto al giornalismo ma anche rispetto al reportage) per indagare un fatto realmente accaduto. Che poteri hanno gli strumenti della letteratura rispetto alla realtà? E a una realtà oscura, fuori misura, come quella di un omicidio simile? Mi serviva una struttura molto mobile, su questo hai ragione, e una lingua che fosse semplice ma capace al tempo stesso di esprimere grande complessità. Esiste una semplicità (penso alla lingua degli evangelisti, o quella più ambigua dei presocratici) in grado di restituire complessità vertiginose. Aggiungi che il rispetto dovuto ai vivi e ai morti di un fatto realmente accaduto ha forse agito in me come un super io supplementare. In ogni pagina sentivo una grande responsabilità, anche quando ciò che dovevo restituire era l'ambiguità più esasperante, l'indecifrabilità, il vuoto, l'orrore assoluto».
Roma gioca un ruolo centrale nel romanzo. La Roma del 2016, commissariata, con due Papi, invasa da immondizia e topi, abitata da gente stanca e perduta, sembra essere scenario privilegiato di quella efferatezza folle e immotivata che ha visto come protagonisti due giovani ragazzi insospettabili. Roma sembra essere il quarto protagonista di questa storia
«Sì, certo, del resto il romanzo si intitola La città dei vivi. Roma è quel posto in cui la città dei vivi dialoga continuamente con la città dei morti, ma non nel senso che una è la città di sotto mentre l'altra è la città di sopra. Come in un romanzo di Juan Rulfo, la città dei vivi e la città dei morti sono la stessa cosa».
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Ultimo aggiornamento: 16:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA