I rosoni di Puglia, bellezza senza tempo: candidati a Patrimonio Unesco

Giovedì 17 Giugno 2021 di Alessandra LUPO

Lo spettacolo della luce che filtra dal rosone della cattedrale di San Sabino a Bari alle 17 circa nel giorno del solstizio d’estate, il 21 giugno, quest’anno sancirà anche l’avvio dell’ambizioso e suggestivo progetto attorno a questi incredibili decori che caratterizzano la Puglia e le sue radici storiche: i rosoni delle cattedrali pugliesi sono infatti al centro di una candidatura come patrimonio dell’Unesco. 
Il dossier redatto dalla "Compagnia degli Exsultanti” che candida questi suggestivi decori al riconoscimento mondiale sarà presentato proprio il 21 giugno sul sagrato della cattedrale barese di piazza Odegitria. Ma sarà solo l’inizio di un iter complesso che richiederà tempo e impegno, con il contributo di numerosi soggetti istituzionali. 
Il dossier sarà arricchito dalle considerazioni e le analisi da parte, tra gli altri, delle associazioni culturali partendo dalla costituzione di un vero e proprio comitato scientifico. 
Sono 33 per la precisione i rosoni, di altrettanti edifici, inseriti nel progetto. 33 come i canti che compongono ciascuna cantica della Divina Commedia, escluso il proemio. Un tributo all’arte e alla bellezza in un itinerario di luce. Nonostante sia considerato una dei simboli dell’architettura barocca nonché del territorio pugliese, quello di Santa Croce, a Lecce, non figura tra nel progetto. I tre rosoni su cui si poggia l’intero programma sono invece quello della Cattedrale di Troia, nel Foggiano, il rosone della Cattedrale di Ostuni, nel Brindisino, e quello della Cattedrale di Otranto in provincia di Lecce. Una scelta non casuale, che racchiude la complessità e l’eterogeneità della storia pugliese distillandone, anche iconograficamente, gli aspetti peculiari e quelli ricorrenti.

Il progetto

Il concetto grafico del progetto – realizzato da Massimo Danza – raccoglie infatti gli elementi simbolici, decorativi e identitari di diversi rosoni di Puglia, per essere rappresentativo di tutti ad un tempo e di nessuno in particolare. 
«La scelta di incorporare la «i» plurale nella «R» identitaria - spiega il designer -, testimonia la coralità del riconoscimento nell’unicità di una concentrazione tutta pugliese degli esemplari architettonici, di radice romanico-gotica, con testimonianze di taglio barocco e spesso arabeschi d’influenza moresca. Le cromie più chiare - prosegue Danza - richiamano tutte le sfumature tonali dei principali materiali di costruzione usati nelle cattedrali Pugliesi, quelle più scure si riallacciano all’identità degli arredi in legno. Infine, il claim dantesco con l’ultimo endecasillabo della Divina Commedia vuole riassumere col verso finale del Paradiso l’intima relazione tra l’azione filtrante e quella moltiplicatrice degli stessi rosoni per luce: entità evidente ma impalpabile, nonché vero tramite tra il divino e il terreno (e viceversa): l’Amor che tutto move…».
Di fatto, questi “occhi” affacciati nelle cattedrali pugliesi spesso basterebbero da a raccontare le vicende della regione, sempre con un piede nel Mediterraneo e l’altro nel continente europeo.


A Otranto, la storia del rosone incrocia inevitabilmente quella delle invasioni turche: la facciata medievale a doppio spiovente della cattedrale fu infatti rimaneggiata all’indomani delle devastazioni inflitte nel corso dell’occupazione ottomana del 1480, e proprio allora venne edificato il grande rosone a 16 raggi con fini trafori gotici di forma circolare convergenti al centro, secondo i canoni dell’arte gotico-araba. 
Ad Ostuni, il rosone della concattedrale, tra i più grandi mai realizzati, è la summa dell’allegoria cristologia tradotta in scultura. Al centro domina la figura del Cristo Salvator Mundi con il globo terreste nella sinistra. Questa costruzione è il simbolo della centralità del divino da cui si dirama la luce cristiana che salverà il mondo raffigurato dei cerchi concentrici successivi. Il primo cerchio è formato dai 7 cherubini, il secondo da 12 archetti trilobati, simboli degli apostoli, che poi si moltiplicano è diventano 24. Qui tra gli archetti delle esili colonnine si trovano numerosi simboli solari. 
Ma la più emblematica in questo percorso è proprio la Cattedrale di Troia con i suoi novecento anni di storia: qui lo splendido rosone realizzato con una deliziosa tecnica scultorea a traforo ricorda la mashrabiyya usata nell’architettura islamica per permettere la ventilazione degli ambienti. 
Questo capolavoro un tempo campeggiava anche sulla cartamoneta italiana della Banca D’Italia, la vecchia 5mila lire con Alessandro da Messina sul fronte (stampata tra il 1979 e il 1983) ed è noto in tutto il mondo. 
Tanto che, per tornare a Dante, c’è chi ha rintracciato una sorta di fil rounge tra l’opera del Sommo Poeta e questa meraviglia del romanico pugliese: la sua particolarità sono infatti le undici colonnine che si irradiano dall’omphalos centrale che incastona una stella di Davide. A loro volta, le colonnine sono connesse da un gioco di archi che fanno da cornice e suddividono il Rosone stesso in undici “spicchi”. Anche per i cristiani il numero 11, oltre a rappresentare il gruppo di Apostoli, è legato al nuovo inizio, a una rinascita. Ecco perché non è escluso che gli stessi stimoli che avevano determinato e ispirato la realizzazione del rosone, giunti nei contesti pisani e fiorentini tramite i pellegrini, potrebbero aver affascinato anche Dante Alighieri, fornendogli un modello numerico per l’architettura compositiva della Divina Commedia. Suggestioni? Forse, ma di fatto è proprio di suggestione e di simboli che si nutre molta dell’arte e dell’architettura cui un tempo era affidata la comunicazione del sacro. E i rosoni della Puglia, questi straordinari “merletti di pietra”, dichiarazioni d’amore dei maestri scalpellini e degli architetti, tenevano conto di aspetti raffinatissimi di light design, basti pensare proprio al giorno del solstizio d’estate nella cattedrale barese, quando il sole entra dal grande rosone e alle 17 permette alla luce di proiettarsi intensa sui petali di marmo davanti all’altare, quasi un segno tangibile del divino. Certamente uno spettacolo che permette di riconnettersi con la natura e con la storia.

Ultimo aggiornamento: 18:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA