PUGLIA MON AMOUR/Roberto Vecchioni: «Salento, isola felice tra passato e futuro»

Martedì 5 Agosto 2014 di Valeria BLANCO

C’è chi la sceglie per il mare cristallino, chi per la bellezza delle campagne punteggiate da ulivi secolari, chi per la movida e chi ancora per il buon cibo. La Puglia è ormai una delle mete di viaggio più ambite dai turisti. Tra questi, anche tanti ospiti “speciali”: artisti nazionali e internazionali che vi hanno acquistato casa, eleggendo la regione a buen retiro, oppure che ci tornano ogni anno semplicemente per qualche giorno di relax. Questa rubrica dà loro voce per raccontare i tanti volti del territorio dal punto di vista di chi lo ha scelto come “casa”.

A parlare di Puglia oggi è Roberto Vecchioni, che tra Otranto e Gallipoli passa le sue vacanze da più di 25 anni.

Si definisce «un timido, un poetastro, un solitario». Il professor Roberto Vecchioni - cantautore e poeta, autore e interprete di pietre miliari della musica italiana come “Samarcanda” e “Luci a San Siro” - è stato tra i primi, più di vent’anni fa, a scoprire il Salento e a innamorarsene. E, dopo qualche decennio, di venirci in vacanza non è ancora stanco: anche perché, da “goloso”, ha scoperto una cucina di cui adora praticamente tutto. Comprese fave, scapece e “pittule”.

Professore, come ha scelto il Salento per le vacanze?

«Non è stata una scelta casuale, ma ponderata. E “antica”: 25, 30 anni fa. Dopo la prima volta, andavo sempre molto volentieri nel Salento per i concerti. Perché trovavo e conoscevo persone di grande valore, di grandi sentimenti, di grandi qualità. Persone capaci di ridere, scherzare, di godere la vita e, allo stesso tempo, di analizzare, discutere, parlare per notti intere. Allora il Salento era davvero un’isola felice. Adesso è sempre bellissimo e felice, ma non è più un’isola, soprattutto a luglio e ad agosto, perché l’hanno scoperto tutti».

Ha un luogo del cuore?

Partiamo da Lecce, dal suo centro storico: quando lo cammini è come andare avanti e indietro nella storia, tra il passato e il futuro. Lecce ha un’energia molto forte, molto fisica. Quindi Otranto e Gallipoli e tutti i paesi, anche quelli piccolissimi, che però hanno una storia, una bella chiesa, una campagna nella quale abbandonarsi a leggere, a riflettere, a staccare dalla realtà».

Cosa le manca del Salento quando non è qui?

«Il calore. Inteso come clima dell’anima, ovvero l’unione tra il meteo e le persone che corrono dentro le giornate che in questi anni ho vissuto nel Salento. E mi mancano gli amici. Tanti, tantissimi. Che mi vogliono bene e me lo dimostrano ogni giorno. Sempre con una sorpresa che non ti aspetti, che non annunciano. Esci dal primo concerto del tour a Milano e chi trovi in piazza San Babila? Luigi Merenda e sua moglie Claudia, che sono di Gallipoli, e hanno lasciato lavoro e figli per venire a vedere un mio spettacolo. Fantastici. Sono le persone del Salento come loro, e tante ne conosco davvero, che porto nel mio cuore».

Qual è l’essenza della “salentinità”?

«I salentini che conosco io sono calore, passione, onestà, tolleranza, intelligenza veloce. Persone generose, gran lavoratori. Gli amici miei sono uomini e donne che vivono a testa alta, che della vita sanno gustare il buono e il cattivo, i giorni di felicità e anche quelli di tristezza».

Ha un particolare ricordo legato al territorio?

«Ricordo volentieri certi momenti trascorsi con Daria, mia moglie. Quando siamo in Salento e la osservo la vedo ancora più bella, rilassante, luminosa».

C'è un cibo salentino di cui non sa a fare a meno?

«È risaputo che sono un goloso. Non un mangione, ma amo assaggiare e gustare più sapori possibili. E, in tal senso, la cucina salentina è straordinaria. Dal pesce alle lumache, dalle verdure alle paste, dalla carne ai dolci: ho mangiato di tutto in Salento e sempre bene. Le fave, meravigliose, sicuramente uno dei miei piatti preferiti. Quindi il polpo cucinato in umido, la scapece di Gallipoli, i pupiddi fritti, le interiora dell’agnello, taralli, tarallini, la frisella, la pittula, le orecchiette, la marmellata di mele cotogne».

Salento e musica: si può parlare di una "primavera pugliese"?

«Sicuramente. Tutti sanno che ho una passione dichiarata per Giuliano Sangiorgi, lo considero il miglior autore dell’ultima generazione italiana, un ragazzo straordinario, sensibile, carino, rispettoso. Una voce meravigliosa. Non a caso abbiamo scritto insieme “Come fai?”, brano contenuto nel mio ultimo cd, “Io non appartengo più”. Sono stato io a chiedergli di collaborare e mi piacerebbe un giorno fare qualcosa, anche live, con i Negramaro, sarebbe l’unione di due mondi diversi, apparentemente lontani, ma che hanno molti punti in comune. Di Emma e Alessandra Amoroso mi piace la grinta, la personalità, la capacità di cambiare genere, arrangiamenti. Entrambe sono capaci di trovare una strada, con continuità, nella musica italiana, da sempre difficile per le donne. Di Emma, in particolare, ricordo la paura al Festival di Sanremo, quando era in gara con i Modà. Le ho fatto un po’ da tutor in camerino, ma fingevo tranquillità: anch’io tremavo ogni volta che salivo su quel palco per presentare “Chiamami ancora amore”».

Quale Salento preferisce: quello della movida o quello della natura?

«Del silenzio, degli ulivi, di qualche fazenda poco conosciuta, a qualche chilometro da Otranto, dove, durante la notte, ascolti la musica della natura. Lascio la movida a chi se la può permettere. Io, a 71 anni, come dico in una canzone, a certe cose non appartengo più, anche se tengo aperta la porta: se qualcuno, dopo la movida, vuole passare a salutare per parlare dei valori eterni dell’uomo, quelli che già cantavano i greci nell’antichità, io ci sono».

Ultimo aggiornamento: 18 Agosto, 10:34