Lecce, amori e patrioti tra quattro Spezierie

Leggo la Lecce vecchia di Pietro Palumbo, pubblicata per la prima volta nel 1912, ed è come passeggiare nell'Ottocento cittadino. Scorro quelle pagine, intrise di rimpianto e nostalgia, e mi giungono nitide le immagini delle vie, dei palazzi patrizi, delle chiese, delle librerie e dei caffè, luoghi di incontro dei protagonisti del Risorgimento salentino.

Mi ritrovo, così, a percorrere le Quattro spezierie, lo storico quadrivio formato dalla via dei Tribunali (attuale via Rubichi), dalla via San Marco (all'epoca più nota come via degli Orefici), dalla via Augusto Imperatore e dalla via Vittorio Emanuele II. Il quadrivio era chiamato così sol perché nelle vicinanze vi erano quattro note farmacie.
In quel luogo centralissimo, che ha perso nel tempo il suo appellativo, pulsava febbrile la vita cittadina. Qui i leccesi erano soliti darsi appuntamento, attendevano l'amico per discutere di politica, di angustie e di amori. Una guardia municipale, all'angolo, vi stava di piantone, pressoché inutile. Vicino alle botteghe più eleganti, seduti sulle loro cassette, una dozzina di lustrascarpe, quando non lavoravano, vendevano, con voce assordante, giornali e fiammiferi. In quel luogo c'erano le pareti tappezzate di manifesti teatrali, da lì passavano i cortei patriottici o funebri, le bande musicali, le autorità, i preti e le suore, gli studenti, gli arrotini, gli avvocati, i notabili, le donnine allegre, i venditori ambulanti, i monelli e gli accattoni.

Passeggio tra le Quattro Spezierie e immagino le farmacie di Vincenzo Grande e di Pasquale Greco, luogo anch'esse di ritrovo dei liberali; e la barberia di Basilio Bandello, rimasta celebre perché qui la polizia borbonica costringeva i facinorosi a radere barba e mustacchi, all'epoca vietati. Infine, dulcis in fundo, mi imbatto nella locanda di Vigilanza, che aveva ampie camere ed una bella sala da pranzo e vi prendevano alloggio le prime affascinanti artiste di canto che venivano a recitare in teatro. Non mancavano, ovviamente, gli spasimanti che, con serenate e mazzi di fiori, rendevano la via popolata ed allegra. In quel quadrivio si incrociavano, in cerca di un amore, uomini con il cappello a cilindro, nero o grigio, e signore, dai vestiti a coda, e signorine vestite elegantemente, secondo la moda del tempo.

La vita culturale passava, ovviamente, dalle librerie. Stando all'avvincente prosa del Palumbo, in Lecce, sino agli anni '40 dell'Ottocento ne era presente una sola, quella del Capasso. In essa si concentrava quanto andava pubblicando l'arte tipografica napoletana. Tra scaffali ineleganti e sotto le arcate quasi buie si potevano trovare gli scrittori greci e latini pubblicati dal Sonzogno, ed i classici italiani, inglesi e francesi. Quella libreria, collocata in un cantuccio di fronte al Palazzo dei Tribunali, rispecchiava il pensiero conservatore della restaurazione. Ben presto, però, essa dovette cedere il passo alla libreria gestita da Pietro Parodi, situata al Largo dei Teatini, di fronte al Caffè ed alla cartoleria del Marzullo. Pietro, di origini genovesi e modi signorili, era un fervente patriota. Il soffio delle nuove aspirazioni libertarie aveva invaso quella libreria. Essa, si era nel 1847, si arricchì presto di libri che cercavano, in qualche modo, pur tra mille cautele, di scuotere le coscienze. Vi accorrevano i liberali leccesi colti ed attratti dalle maniere cortesi del libraio genovese.

Nel retrobottega ben arredato della sua libreria, in cui vi era un continuo andirivieni di studenti, impiegati ed avvocati, si davano, spesso, appuntamento i patrioti locali. Era facile incontrare in quel cenacolo i fratelli Stampacchia, Beniamino Rossi, il duca Sigismondo Castromediano, i d'Arpe, i Brunetti, Bonaventura Forleo, per ricordarne solo alcuni. Da quelle stanze, in cui si discorreva - tra mille difficoltà e pericoli - di patria e dell'avvenire dell'Italia, uscì la generazione che partecipò, immolando anche la propria vita, ai moti rivoluzionari del 1848. In quel luogo venivano scambiati clandestinamente i libri che il governo borbonico riteneva perniciosi e vietava. Il Parodi, con fare circospetto, li consegnava a quattr'occhi con un mi raccomando sibillino e, talvolta li faceva scivolare nelle tasche con gesto misterioso. Fu lui, galantuomo e patriota, ad inaugurare un singolare contrabbando librario, sparito coi tempi.
 
 
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Domenica 12 Maggio 2019 - Ultimo aggiornamento: 18:29