Lagioia: «La Puglia, terreno fertile per storie degne di nota»

Sabato 3 Aprile 2021 di Rossano ASTREMO

Premio Strega nel 2015 con La ferocia, direttore del Salone del Libro di Torino dal 2017, in libreria da qualche mese con la sua ultima opera narrativa, La città dei vivi, che ricostruisce in modo mirabile l'efferato delitto di Luca Varani ad opera di due ragazzi della Roma bene, lo scrittore barese Nicola Lagioia è senza rischi di smentita tra gli intellettuali più importanti che l'Italia ha prodotto negli ultimi lustri. Per la rubrica Scrittori del nostro tempo abbiamo ripercorso con lui alcuni momenti salienti della sua carriera letteraria.

Nicola, dando uno sguardo al tuo passato, qual è il momento della tua vita in cui hai capito di voler fare lo scrittore?

«Guarda, faccio riferimento ad un ricordo tanto lontano, che ha a che fare con il fatto di raccontare storie. La mia prima forma di lettura consapevole e vorace è stata quella dei fumetti e il mio primo luogo di approvvigionamento di fumetti era per me rappresentato dalle edicole. Quando leggevo da piccolo, a 10 anni, i fumetti della Marvel, pensavo a quanto mi sarebbe piaciuto inventare e raccontare storie. Quello è stato il primo momento in cui ho avuto il desiderio di raccontare a mia volte storie, forse perché amavo l'effetto che le storie avevano su di me».

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Poi questo desiderio si è trasformato in atto, e nel corso di 20 anni hai pubblicato 5 romanzi che hanno fatto incetta dei più importanti premi letterari italiani. Puoi dirci qualcosa sulle tue abitudini di scrittura?

«Mi sveglio e ogni mattina scrivo qualcosa. Il problema è che poi ci sono dei giorni in cui mi sveglio e cancello le cartelle scritte. Se così non fosse avrei pubblicato almeno il triplo dei libri. Mi capita a volte di abbandonare libri che ho cominciato a scrivere. La cosa difficile per me non è tanto scrivere, quanto assecondare l'urgenza della scrittura. Qual è davvero la storia che voglio raccontare? Quell'urgenza se ne sta lì in maniera informe dentro di me e ci vuole del tempo per riconoscerla».

A questa idea dell'assecondare l'urgenza della scrittura, si lega un aspetto non secondario del tuo lavoro: l'importanza di trovare la voce giusta per quella storia. Dall'esordio del 2001, Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj a La città dei vivi del 2020, il tuo stile e la tua lingua sono stati assai cangianti...

«Per me ogni libro scritto è un processo conoscitivo. Quando scrivo un libro scopro delle cose che prima non sapevo. Questo vuol dire che ogni volta mi muovo in un terreno sconosciuto. Ogni volta mi calo in una cava diversa ed è necessario scavare. A seconda del tipo di roccia, c'è bisogno di diversi strumenti: quella è la lingua. Credo che sia questo il motivo, e non una ragione schizofrenica di cambiare pelle ogni volta. In sintesi, cambio pelle perché cambio proprio tipo di romanzo».

L'altro giorno, sistemando un po' di carte, ho ritrovato la mia copia dell'antologia La qualità dell'aria, una raccolta del 2004 edita da minimum fax e curata da te assieme a Christian Raimo che ha rappresentato anche l'inizio del tuo lavoro di editor e scopritore di talenti che è durato per una decina di anni. Valeria Parrella, Paolo Cognetti, Giordano Meacci, Laura Pugno, sono tutti autori che hanno esordito grazie al lavoro da te fatto in quegli anni. Cosa ricordi di quel periodo?

«Associo quella stagione alla giovinezza e ciò è ovviamente un ricordo assai caro per me. Nella mia vita lavorare alla realizzazione dell'antologia La qualità dell'aria è stato qualcosa purtroppo di non replicabile né uguagliabile. Avevo 30 anni e non ricapiterà più di andare a beccare un'onda di autori che si stava alzando. Io ho un ricordo molto più bello de La qualità dell'aria che non dei miei libri, ad esempio, perché lì avevo capito che la letteratura unita all'editoria poteva essere anche un modo per stare insieme, per scambiare idee. Il tour di promozione di quel libro era bellissimo perché ogni volta si muovevano assieme sei, sette scrittori e scrittrici e per molti di noi era anche una delle prime volte».

E organizzando il Salone del Libro non hai mai avuto la sensazione di star realizzando qualcosa di importante e di significativo?

«Forse nel primo anno. Mi hanno chiamato a dirigere il Salone nel 2017 quando le grandi casi editrici decisero di andare a Milano per partecipare a Tempo di Libri, mentre a Torino rimasero gli editori indipendenti. Accettai subito nella consapevolezza che gli editori indipendenti nei momenti di emergenza diventano più grandi dei più importanti gruppi editoriali. In effetti quel Salone andò molto bene. Quello è stato l'ultimo momento in cui ho sentito quell'idea di condivisione di cui parlavamo prima in relazione all'antologia. Dopo una vittoria del genere l'editoria indipendente italiana se avesse voluto si sarebbe potuta prendere il Salone del Libro di Torino. Avrebbe potuto intestarselo. Invece no. Perché nell'emergenza si è in grado di gettare il cuore oltre l'ostacolo, quando si tratta di capitalizzare una vittoria ci si disgrega di nuovo».

Torniamo alla nostra Puglia. Negli ultimi anni molte sono le storie ambientate in Puglia che hanno avuto un grande successo, scritte da autori nati e cresciuti qui. Fino a che punto, secondo te, dietro questa onda di scrittori eccezionali c'è lo zampino della nostra terra? In che modo la Puglia come luogo letterario determina la bellezza di queste storie?

«Per me è tutto legato all'infanzia e all'adolescenza. Credo che questa cosa valga per molte persone che hanno raccontato storie venendo della Puglia. Ricordo quando una volta a Milano, presso la Fondazione Feltrinelli, ero con Alessandro Leogrande, e quella fu l'ultima volta che lo vidi prima della sua tragica morte, a parlare di questo miracolo pugliese. La conclusione a cui arrivammo in quel caso è che la Puglia è un posto assai affascinante e molteplice, in cui ancora si possono fare molte esperienze. Al tempo stesso la Puglia ha avuto altre due caratteristiche. La prima è stata quella di essersi protetta. A differenza di altre parti di Italia che si è lasciata stuprare dal punto di vista ambientale e paesaggistico, la Puglia si è molto protetta in questo senso. La seconda caratteristica, antitetica rispetto alla prima, è quella di una enorme apertura e accoglienza. Pensiamo all'arrivo della Vlora, carica di ventimila albanesi, abbiamo capito che esisteva un altro mondo a due passi dell'Adriatico. Il popolo barese fu fantastico in quell'occasione. È la grandezza della città e dei luoghi di mare, sempre pronti ad ospitare non lo straniero, ma il pellegrino. Queste caratteristiche della Puglia contribuiscono a renderla terreno fertile per storie degne di nota».
 

Ultimo aggiornamento: 9 Aprile, 12:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA