Petroni, appunti per un design della realtà nel post-covid

Venerdì 9 Ottobre 2020 di Alessandra LUPO

La domanda di fondo è: può il design, inteso nel suo senso più ampio, fornire un nuovo mezzo di dialogo tra l'individuo e la collettività a partire dall'evento pandemico e dalle sue ripercussioni sulla realtà che ci circonda? E ancora, in che modo il progetto, nella sua inevitabile analogia con la cura della Pòlis, può rappresentare un antidoto all'individualismo a cui l'uomo sembra essersi autocondannato?
Dopo Mondi possibili, appunti di teoria del design (2016) e Going Real. Il valore del progetto nell'epoca del postcapitalismo (2018), Marco Petroni, teorico e critico del design, nel nuovo libro Il progetto del reale. Il design che non torna alla normalità compie un passo avanti decisivo, facendo emergere nuovi territori d'intervento e riflessione partendo dalle tante zone d'ombra messe a nudo dalla pandemia e dalla presa d'atto ormai globale dei limiti del sistema capitalistico. Uno scenario in cui la pressione tecnologica impera indisturbata e distopica.
Petroni si interroga e fornisce valide e stimolanti risposte ad alcuni interrogativi chiave: primo tra questi quale debba essere il ruolo del design nel progettare una realtà capace di superare l'assuefazione al business as usual della società contemporanea, proprio sull'onda di una rinnovata e si spera duratura presa di coscienza collettiva.
Al superamento della dicotomia uomo/natura, in una versione a tratti disperante, è dedicato il primo capitolo. All'interno progetti come Resurrecting the sublime, di Alexandra Daisy Ginsberg, che si interroga sulla possibilità nel futuro di sentire ancora il profumo dei fiori. Il secondo esplora invece i macrotemi, con esperienze preziose in cui il design incontra la politica, come
il progetto Decode (sostenuto dalla Commissione Europea a Barcellona e Amsterdam) che garantisce ai cittadini la sovranità sui propri dati.
Ma a svelare chi sono i veri rivoluzionari del design è il terzo e ultimo capitolo: una galleria di esperienze che si sforzano di disegnare prospettive nuove nel mondo del design ma anche in quello ecologico, produttivo, inclusivo.
Marco Petroni, il suo libro si pone in continuità con i precedenti, ma aggiorna le prospettive alla luce di un cambiamento che al momento rappresenta un'incognita per tutti. Un esercizio per numerose discipline (economia, sociologia, ecc) che in qualche modo qui vuole anche trovare una sintesi tra pensiero e azione.
«Sì, in realtà il progetto del reale chiude una sorta di trilogia del possibile. Da Mondi possibili, dove certifico un allargamento del campo d'intervento e interesse del design e dei designer con un'attenzione non più votata all'oggetto ma bensì attenta a questioni etiche e ambientali. Poi Going real, un invito all'azione ad agire nello spazio pubblico sia esso Calais con la questione migranti o la Detroit del fallimento del capitalismo industriale o ancora lo spazio pubblico digitale con le storture del nuovo capitalismo delle piattaforme. Il progetto del reale è un invito a uno sforzo di immaginazione radicale perché siamo sospesi tra un mondo che non è più e qualcosa che non è ancora».
Nel libro si parla di tecnottimismo che pervade le èlite a dispetto di squilibri evidenti tra centri di potere e precarie periferie. E di deragliamento della modernità sotto la spinta delle nuove tecnologie che non si limitino ad aumentare le nostre capacità, ma a modellarle e indirizzarle. Il medium dunque è in qualche modo diventato il nostro stesso apparato pensante?
«È un passaggio interessante, in cui dall'ottimismo si è passati al pessimismo: non è un caso che Netflix dedichi a questo tema il documentario The social dilemma. Quanto la tecnologia ci è amica? Quanto le multinazionali stanno diventando degli apparati governativi alternativi a quelli degli Stati? L'invito è trovare forme di alfabetizzazione rispetto alla tecnologia, attivando processi che portino gli utenti a impegnarsi, a comprendere meglio i sistemi ed essere in grado di fare di più e soprattutto di operare scelte migliori per la loro socialità e la loro sfera relazionale. Un'azione che si opponga al capitalismo delle piattaforme, un mondo oscuro che ci usa solamente. Che reagisca allo squilibrio tra il profitto e l'illusione di partecipare a un meccanismo social».
Nel terzo capitolo lei fa una mappatura di alcune pratiche esemplari di rivoluzionari: Studio Formafantasma, il collettivo Plstct, Brave New Alps. Molti di questi si trovano a Sud, dove troviamo anche sguardi provocatori come la piattaforma Post Disaster a Taranto.
«A Sud lo sguardo meridiano ci può aiutare a trovare delle strade nuove. Non è la paesologia di Arminio e nemmeno lo sguardo ai borghi di Boeri. Ma la concretezza della quotidianità e il tentativo di coinvolgere le comunità in un rinnovato processo di rinnovamento. Siamo di fronte alla necessità di uno sforzo di immaginazione radicale, il più condiviso, orizzontale e collettivo possibile. Stiamo perdendo la bussola ma la pista d'atterraggio come dice Bruno Latour è questa: un'opportunità unica nella Storia, quella di ripensare un modo, perché il capitalismo ha fallito miseramente» .
L'analogia tra progetto e politica sembra evidente.
«Uno dei termini che più stanno emergendo in questo momento è il tema della cura, che non è necessariamente quello del pharmakon ma il tentativo di vedere il mondo della mescolanza, dice Emanuele Coccia, in cui lo sguardo predatorio del capitalismo viene ammorbidito da nuove parentele e nuovi scambi tra i viventi e l'ambiente e la politica è molto indietro rispetto a questo».
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