I segreti delle Camere per conoscere l’Italia

Mercoledì 30 Dicembre 2020 di Claudia PRESICCE

Se i luoghi conservassero memoria delle coscienze e dell'energia dei corpi che li hanno animati, se ne assorbissero spirito e intenzioni, umori e sogni, questi sarebbero densi crogiuoli di racconti di storie passate da lì. Più di altri, alcuni luoghi imbevuti dell'ombra di decisioni (prese o non prese) potrebbero raccontare piccoli o grandi passi della civiltà, o della democrazia. Non sempre passi in avanti però, perché la storia va avanti, si sa, ma va anche indietro E in alcune stanze' di più. Se i muri, le scale e gli scranni del Parlamento italiano potessero raccontare le tante stagioni della politica del Belpaese disegnerebbero profili dei protagonisti che, nel bene o nel male, ci hanno lasciato l'Italia così com'è oggi, con i suoi anacronismi e le sue deformità, ma anche con un (sia pur latente) tasso di civiltà resistente ai continui attacchi antidemocratici che la Storia di questi anni registra, qui come altrove nel mondo. Da Togliatti ad Andreotti, da Moro a Pertini, da Craxi a Rutelli, da Cossiga a Berlinguer, da Scalfaro ad Amato, da Berlusconi a Leone ecc: un viaggio all'interno dei labirinti della tormentata politica italiana è stato pensato, in presa diretta e poi con calma messo nero su bianco, da Mario Nanni nel suo libro Parlamento sotterraneo. Miserie e nobiltà, scene e figure di ieri e di oggi.


Sfilano tra le pagine (ignari dell'obiettivo che li inquadra fotografandone per sempre forza e debolezze) sotto gli occhi del giornalista parlamentare dal 1977 tragedie e commedie umane della classe dirigente italiana con le mani in pasta tra le cosiddette Prima e Seconda Repubblica, fino ai nostri giorni. Nanni ha infatti seguito come giornalista la politica, i lavori delle Commissioni parlamentari ordinarie e quelle d'inchiesta (Moro, Sindona, P2 ecc.) e i congressi di partito di quegli anni. Poi è stato capo della redazione politica dell'Ansa e poi capo redattore centrale; è autore tra le altre cose di Il curioso giornalista nel 2018 e Il caso Moro (in Passi perduti, 2018).


Chi ha fatto del proprio lavoro la narrazione del lessico parlamentare (titolo di un altro suo scritto) non può che restituire un quadro delle cose visto da dentro, anzi spesso proprio visto da dietro alla tela, cioè dietro all'immagine già confezionata che da sempre siamo abituati a guardare davanti, allo schermo tv ad esempio. Si rianimano così scene ormai dimenticate: dalle ossessioni craxiane alla gelida estromissione di Giovanni Leone, dalle riunioni andreottiane a prima ora alle picconate cossighiane, dalle amicizie, fedeli o tradite, alle false moine tra politici per puri giochi di potere, dall'allevamento dei delfini agli opportunisti parricidi, dai balletti con volteggi degni di coreografi internazionali alle preoccupazioni profonde di chi ha fatto della sua vita il vero palcoscenico in cui coltivare civili istituzioni democratiche. E ci piace ascrivere a questa ultima categoria Aldo Moro, descritto spesso come instancabile lavoratore, come persona per bene e che aveva in comune con Andreotti il rito quotidiano della messa mattutina e davvero poco altro. Per il resto è difficile scegliere qualche esempio dei mille sipari ricostruiti dal giornalista, illuminati anche dalla luce del tempo trascorso e dalla conclusione nelle successive stagioni di alcune liturgie che parevano infinite. E qui se non si vuole indurre il lettore alla nostalgia, certi passaggi però dimostrano un intuibile abbassamento della qualità politica italiana.

Si percepisce subito che si tratta di un libro di quarant'anni di fatti fotografati, e non di cose sentite dire. Partendo da quei fatti si ragiona poi sul metodo, sul costume, sul rituale. Anche su quello giornalistico che, tra fax e telescriventi, era (e dovrebbe esserlo sempre) centrale all'interno dell'amministrazione della cosa pubblica: un limpido rapporto della politica con la stampa è determinante per garantire trasparenza e lucidità alle azioni parlamentari di cui dar conto ai cittadini. E un giornalista deve sempre raccontare quello che sa, che scopre o che gli viene sussurrato, dopo averne appurato la veridicità. Tra giornalista parlamentare e uomini di Palazzo, scrive Nanni, c'è un rapporto di attrazione-conflitto, e c'è stato qualche tentativo di sbarrare l'accesso al Transatlantico anche ai giornalisti parlamentari accreditati, per lasciarli nella sala stampa, scambiata per una riserva indiana. Tentativi sempre respinti dall'associazione stampa parlamentare, che ha avuto, bisogna dirlo, sponde amichevoli di sostegno nei presidenti delle Camere. Essere ospite significa comportarsi con un certo decoro, che tradotto nella fattispecie significherebbe scrivere compiacendo il politico e non la verità. Ma, incalza Nanni, il cronista che fa il bravo', che cioè dà notizie solo gradite al potere, che giornalista è? Meglio sarebbe cambiare mestiere. I giornalisti parlamentari dunque non sono ospiti' del Parlamento semplicemente ci lavorano anche loro, come lavorano i deputati e i senatori. I parlamentari rappresentano il popolo sovrano. E i giornalisti, chi rappresentano? A parte la testata in nome della quale vengono accreditati, i giornalisti rappresentano la pubblica opinione. E sono, dovrebbero essere, testimoni della verità. I sacerdoti della realtà.

L'idea nobile di questo mestiere, se troppo spesso oggi si infrange su compravendite e faziosità di editori (non più professionisti) o di giornalisti frustrati da contratti inesistenti (o semplicemente scorretti), resta questa. I sacerdoti della realtà sono da sempre i primi difensori della democrazia. Ma i parametri di giustezza della fauna politica non sempre sono garantiti. E quando Nanni qui intitola il suo libro Miserie e nobiltà ricorda i due aspetti tra cui oscilla il pendolo della società: la misera umana e la nobiltà di intenti. Ovunque. Tuttavia qui la carrellata di nomi e facce è gustosissima, e ci fa riscoprire che, ahinoi, non sono solo tra i nostri i peggiori politici di sempre. Figure e figurine ci sono sempre state. E talvolta convivono pure nello stesso personaggio che ha le sue grandezze e le sue vulnerabilità e consequenziali cadute. Emblematica, e spesso ripresa nel libro, è la parabola di Craxi, tra tutti i suoi colori e le mille scoloriture. Scrive Nanni: Dopo la sua morte si ebbe un curioso quanto tragico paradosso: per la legge Craxi era un latitante e un condannato in contumacia ma il governo era pronto a concedergli i funerali di Stato. In questo paradosso è compendiata la problematicità e la complessità, politica e storica, del caso e del personaggio Craxi.

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