Nuovo romanzo per Livio Romano: «Il mio Vasilio, uomo sull'orlo di una crisi di nervi»

Sabato 21 Maggio 2022 di Giorgia SALICANDRO
Foto: Sara De Carlo

«Scrivere è trascrivere. Anche quando inventa, uno scrittore trascrive storie e cose di cui la vita lo ha reso partecipe: senza certi volti, certi eventi grandi o minimi, certi personaggi, certe luci, certe ombre, certi paesaggi, certi momenti di felicità e disperazione, tante pagine non sarebbero nate». 
La riflessione di Claudio Magris ben si accorda al lungo percorso nella parola dello scrittore salentino Livio Romano, che a giugno torna in libreria con un nuovo romanzo, “A pelo d’acqua” (Les Flaneurs) pubblicato per la prima volta con un editore pugliese. Celebrato, ormai oltre vent’anni fa, tra le nuove voci del Sud nell’antologia einaudiana “Disertori”, Romano si è fatto apprezzare nel tempo dai suoi lettori per la pasta gustosa della sua scrittura e per la continuità di interessi e “ossessioni” che animano le storie. Attraverso la figura del «quasi cinquantenne» Vasilio Navarra e il complicato reticolo di relazioni che lo circonda, in questo nuovo lavoro Romano torna a convocare la leggerezza del genere tragicomico unita a temi profondi, tra i più radicati della sua narrativa, dagli equilibrismi della famiglia del terzo millennio alla guerra nei Balcani.
Partiamo dal protagonista, Vasilio Navarra, un “uomo sull’orlo di una crisi di nervi”...
«I miei libri appartengono a un filone un po’ svagato ma che non rinuncia a interrogarsi sulla “sopravvivenza quotidiana” delle persone comuni, il matrimonio, la fine di un matrimonio e perché i matrimoni finiscono, le relazioni tra genitori e figli. È quello che nel tempo ho costruito con Gregorio Parigino, il protagonista di diversi miei romanzi. Qui ha un altro nome, è un altro personaggio ma è come se fosse un Gregorio invecchiato di qualche anno, le sue figlie sono ora adolescenti, e come Gregorio ma anche come Antonio, il protagonista di “Per troppa luce”, è un bonaccione con una certa propensione al cinismo, che però si rivela più furbo di ciò che lascia intendere». 
Anche Vasilio, come Gregorio Parigino, avrà la sua saga?
«Ci sarà un altro libro in cui vedremo ancora Vasilio alle prese con le sue avventure quotidiane, ma non sarà lui il protagonista: passerà il testimone a un altro personaggio, che viene dai Balcani». 
I Balcani tornano in diversi suoi lavori, come il reportage narrativo “Dove non suonano più i fucili” o il romanzo “Il mare perché corre”. Quali domande la conducono in quella direzione? 
«Quando, nei primi anni Duemila, sono andato in Bosnia con Francesco Lanzo per scrivere quel reportage, sostenuto da un progetto Interreg, ho potuto attraversare quei territori in lungo e in largo, e ricordo lo stupore nello scoprire il livello del fermento culturale che c’era dall’altra parte dell’Adriatico, e che pure, tuttavia, non aveva potuto fermare una guerra. I ragazzi Sarajevo dovevano subire anche la beffa di non potersi muovere liberamente, nel momento in cui volevano solo scappare e raggiungere il resto dell’Europa. Ho dedicato mesi interi di ricerche a quella guerra e ai suoi mille paradossi e orrori, e tra questi è spuntata la vicenda di Thom Karramans, il colonnello dell’Onu che si arrese agli scagnozzi di Milosevich, consentendo di fatto la strage di Srebrenica. Karramans subì un processo per questo, in Olanda, il suo Paese, decisamente non era più gradito, tanto da dover emigrare. Nel romanzo ho immaginato che Vasilio, il protagonista, se lo ritrovi dirimpettaio».
Le tante domande aperte di quel conflitto, lo sgomento per gli orrori di una guerra “dietro casa nostra”, nel cuore dell’Europa, come purtroppo oggi accade in Ucraina, sono le ragioni che continuano a riportarla indietro?
«Certamente. Da qualche anno, poi, insegnando italiano ai migranti inseriti nei progetti di alfabetizzazione ho anche una prospettiva ulteriore. Sono quotidianamente a contatto con persone che vengono da situazioni pazzesche, chi torturato in Libia, chi scappato dalla Siria, dal Paese di Aleppo, una delle città più belle del mondo, che adesso è un cimitero di macerie e di uomini. Io sono curiosissimo, mi faccio raccontare tutte le loro storie, continuamente, le appunto, ci rifletto. Credo che un narratore in fondo narri per amore del genere umano: mi interessa talmente questo questo altro uomo, questa questa altra donna che ho incontrato, che voglio raccontare la sua storia. La vanità sarebbe una ragione troppo debole per fare lo scrittore: è l’empatia che spinge a chiudersi in una stanza per ore e mettersi a scrivere».
Pubblica per la prima volta un romanzo con Les Flaneurs, una casa editrice pugliese. 
«Forse non ci arrivo per caso: una volta una critica mi inserì in una “linea adriatica” della narrativa italiana contemporanea, che partiva dall’Emilia, da Pier Vittorio Tondelli, e correva giù per la dorsale. A parte Einaudi, con cui ho esordito, ho mantenuto questa linea anche dal punto di vista editoriale: Venezia con Marsilio, Ravenna con Fernandel, poi più giù, fino ad approdare a Bari. Intorno a queste case editrici orbita un mondo, di pensiero, di stili. Con Les Flaneurs è stata subito simpatia reciproca, ho avvertito un ascolto, una disposizione all’ironia che sono vicini ai miei. Ci vuole anche un po’ di leggerezza». 
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