Dib-Dib e i cent’anni dell’uomo di pietra

Dib-Dib e i cent’anni dell’uomo di pietra
di Aldo MAGAGNINO
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Martedì 21 Giugno 2022, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 07:15

Sarà una combinazione o forse i libri hanno davvero una vita propria e sono capaci di scomparire e ricomparire, magari sotto spoglie un po’ diverse a distanza di decenni. Sembra questo il caso di “Dib-Dib e gli Indiani”, una favola scritta e illustrata da Norman Mommens, pubblicata in Inghilterra da Faber and Faber all’inizio degli anni Cinquanta e riproposta in traduzione italiana da BesaMuci di Nardò. Il volume, che uscirà a breve, è il secondo di una trilogia (il primo, “Fifofus e gli Indiani” è uscito lo scorso anno, sempre per i tipi di BesaMuci). Il terzo volume è in programmazione per il 2023. E sarà un gioco del destino anche questo, ma “Dib-Dib e gli Indiani” esce a 100 anni dalla nascita dell’autore.

Un episodio della Guerra dietro i suoi "Serafini"

Norman Mommens era nato il 31 maggio 1922 ad Anversa (Belgio), di madre inglese. Il padre era un ingegnere belga alla fabbrica d’automobili Kromhout, produttrice del famoso modello Minerva. Da giovane, Norman studiò arte e disegno presso l’Elckerlyc School di Amsterdam, sotto il famoso architetto e grafico Hendrik Wijdeveld, la cui influenza ebbe un ruolo decisivo nello sviluppo della sua arte e con il quale Norman mantenne una corrispondenza per tutta la vita. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale e l’invasione dell’Olanda da parte dei nazisti, interruppero bruscamente i suoi studi di Architettura, Pittura Murale e Scenografia. Come tanti altri giovani, Norman fu inviato al lavoro forzato in Germania. Fu abbastanza fortunato da essere assegnato in un cinema come aiuto proiezionista. Quando il cinema fu distrutto da un bombardamento, fu mandato a lavorare in un mulino. La tragedia della guerra lasciò un segno permanente sulla personalità di Norman e sulla sua visione della vita e, di conseguenza, dell’arte. Il tema ricorrente dei “Serafini”, prese origine dalla visione di un gruppo di uomini che con le braccia tenevano sollevate le travi del tetto di una casa bombardata, nel tentativo, purtroppo infruttuoso, di salvare una madre e un bambino intrappolati sotto le macerie. Nella sua immaginazione, quegli uomini divennero “serafini” con le ali ritte in alto. Nel corso di tutta la sua vita artistica riprodurrà infinite volte quell’immagine nei suoi dipinti e nelle sue sculture.

Dopo la guerra, nel 1949, Mommens si stabilì in Gran Bretagna, dove sposò Ursula Trevelyan, nata Darwin, pronipote del grande Charles, e andò a vivere con lei a Grange Farm, nel Sussex. Ursula era già una nota ceramista e anche Norman, per qualche tempo, lavorò con lei. All’inizio degli anni Cinquanta, però, Norman se ne andò a scolpire il granito in una cava della Cornovaglia, l’inizio di una passione per la pietra, una autentica “fame di pietre”, come avrebbe detto in seguito Patience Gray, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita e avrebbe determinato dove e come sarebbe vissuto. Ursula presentò a Norman Leonard Woolf, il grande scrittore e saggista inglese marito di Virginia Stephen, meglio nota come Virginia Woolf. Leonard gli commissionò la statua del “Golia” che ancora oggi è installata nel giardino della residenza di Rodmell.

L'incontro con Patience Gray e la "svolta"

Nel 1958, Norman incontrò la giornalista, cesellatrice e scrittrice di cucina Patience Gray, che l’anno prima aveva pubblicato il suo primo libro, “Platsdu Jour” (Penguin, 1957), scritto in collaborazione con Primrose Boyd e illustrato da David Gentleman. L’incontro e l’innamoramento che ne seguì cambiarono per sempre la vita di entrambi. Nel 1962, dopo che Norman e Ursula ebbero divorziato, la nuova coppia lasciò l’Inghilterra per stabilirsi a Castelpoggio, non lontano da Carrara, dove Norman iniziò a scolpire il marmo bianco locale. In seguito, Patience dirà che Norman le aveva regalato non solo una “vita nuova, ma una vita nuova ogni giorno”. 
Norman espose le sue opere alla Biennale Internazionale di Scultura di Carrara del 1962, alla quale partecipavano tra gli altri Henry Moore e lo scultore catalano Apel-les-Fenosa, che invitò Mommens e la Gray in Catalogna, dove i due trascorsero alcuni mesi.

Un’altra tappa importante del pellegrinaggio di Norman alla ricerca della pietra fu il soggiorno di un anno ad Apollona, sull’isola greca di Naxos, nelle Cicladi, dove Norman creò col marmo locale le sculture che avrebbe esibito nel 1964 al Palazzo del Dose a Venezia, nel periodo della Biennale d’Arte. Patience Gray racconterà la loro esperienza sull’isola nel libro, una specie di romanzo autobiografico, “Ringdoves and Snakes” (Macmillan, 1988).

Nel 1970 la decisione di trasferirsi nel Salento

Nel 1970, Norman e la compagna si trasferirono nel Salento, in una masseria semidiroccata del 1700 che acquistarono e restaurarono nelle sue funzioni essenziali, quelle di essere un luogo di lavoro con ampi spazi per entrambi. Non vollero mai installare la corrente elettrica e l’illuminazione era fornita da candele, lanterne e lampade Alladin a petrolio. Nel campo davanti alla masseria c’era un’aia. Uno dei blocchi perimetrali di pietra mancava e Norman vi inserì l’Erma, la scultura di bardiglio grigio-blu, alta tre metri, che aveva scolpito a Carrara e che ancora oggi veglia come un’antica divinità sulla collina di Spigolizzi.

Norman e Patience impararono dai contadini del posto a coltivare verdure, ortaggi, legumi, e quant’altro poteva servire a soddisfare o integrare i loro bisogni alimentari. I cinque ettari della masseria comprendevano anche un piccolo oliveto e una vasta area di macchia mediterranea.
Per i successivi trent’anni la quiete di Spigolizzi fu rotta dal martello di Norman, “l’uomo di pietra” come lo definì il poeta salentino Antonio Verri, che risuonava sullo scalpello e dal mitragliare della Olivetti Lettera 22 di Patience. Mentre Patience cesellava gioielli, riordinava le ricette raccolte nei vari luoghi dove avevano soggiornato e scriveva il suo capolavoro, “Honey From a Weed” (Prospect Books 1987), Norman continuava la sua ricerca artistica, realizzando le opere, sculture dalle forme arcaiche, quasi primitive, scevre da inutili orpelli, suggestive e affascinanti, che esporrà in mostre memorabili a Casarano a Palazzo D’Elia (“Costellazioni, Terra e Pietre” nel 1986 e “Crocevia” nel 1992), a Matera presso l’Associazione Culturale “La Scaletta” (“Materia Sorgente”, 1989) e alla Broughton House di Cambridge nel 1991.

Come ha notato Alfonso Cariolato (il Manifesto, 15 giugno 2019), per Norman “la scultura era una modalità attraverso la quale si poteva percepire, con i sensi liberi dalla tirannia del fine, l’accadere del mondo. Per questo egli riteneva che la preoccupazione maggiore dell’artista fosse ‘per la sua precipitazione immaginativa nello sconosciuto. Il valore del risultato può essere discutibile, ma l’atto stesso, segno del creatore, sarà sempre attinente alla nostra umanità’”. Le sculture si caricano di un potere terapeutico, perfino taumaturgico che rimane inalterato anche se esse verranno nascoste, anche sepolte (come Norman ha in realtà fatto in vari angoli d’Europa, dalle Ebridi al Salento). Diventano spore, quiescenti, ma capaci di rigenerare vita ed energia a distanza di tempo, anni, anche secoli. Norman aveva a lungo studiato l’astronomia, l’archeologia, la tavola periodica, la chimica e la fisica degli elementi e le loro radiazioni. Aveva sviluppato complesse teorie che applicava all’agricoltura, come spiegò a Derek Cooper in un’intervista registrata a Spigolizzi nel 1983, per il Food Programme che il giornalista curava per la Bbc.

“Tutta l’arte di Norman Mommens - ha scritto Virginio Briatore - ha che fare con l’umano in relazione al sacro, con la nostra precaria, inspiegabile presenza tra la terra, Topolino, i piselli, le olive, il sudore, il vino, il canto, gli altri e gli astri. L’arte di Norman Mommens, i suoi enigmatici sereni volti di pietra, le sue bambole-madri immerse nella terra, i suoi stargazers, i suoi serafini con le mani sollevate al cielo e i suoi piccoli o grandi mandala-scudo sono una partecipazione e una risposta al mistero”.

Un fumetto, "Coppula tisa", contro la cementificazione

Mommens partecipò attivamente alle iniziative promosse da comitati locali per la protezione dell’ambiente naturale dalla speculazione selvaggia, dall’uso sconsiderato e criminale di pesticidi e, all’inizio degli anni Ottanta, alle campagne di protesta contro la paventata costruzione di una centrale nucleare nel Salento. Un suo fumetto, “Coppula Tisa”, che rappresentava una lucertola salentina alle prese con la devastazione prodotta dalla cementificazione del territorio e dall’inquinamento, divenne una sorta di vessillo di queste campagne. Spigolizzi finì col diventare, nel tempo, un punto focale di riferimento per tanti salentini, giovani in particolare, interessati alla discussione e all’approfondimento delle problematiche ambientali.

Quando scolpire la pietra divenne troppo faticoso, con l’avanzare dell’età e l’insorgere di problemi di salute, Mommens si dedicò con rinnovato entusiasmo alla pittura, con un uso filosofico, quasi alchemico, dei colori, il risultato di letture e studi, che spaziavano dalla scienza alla religione alla mitologia classica, e di riflessioni sull’arte e la creatività, sull’uomo e il suo rapporto con la natura, l’universo e il Divino. Condensò queste sue meditazioni in “Remembering Man”, pubblicato in inglese a Presicce da Edizioni Leucasia (1991).

Norman Mommens morì nella sua masseria l’8 febbraio 2000. Patience Gray ci ha lasciati il 10 marzo 2005. Sono ambedue sepolti nel cimitero di Salve.
Con un lavoro meticoloso, Ada Martella ha curato il catalogo digitale dell’opera di Norman Mommens, presentato nel 2017 a Presicce nella mostra, voluta dall’erede Nicolas Gray, “L’Archivio Disvelato”. Un documentario per ricordare l’artista a cento anni dalla nascita è in preparazione a cura di Rossella Piccinno.

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