Addio a Cici Cafaro, l'ultimo dei cantastorie. La Taranta gli dedica una sezione del Festival. L'incontro con Buonvino e il corto di Winspeare

Sabato 13 Marzo 2021 di Claudia PRESICCE

In una terra silenziosa e lontana c'è sempre qualcuno che alza la voce per tutti, un cantastorie che segna il territorio. Calimera ha avuto un contadino emigrante per poeta, un sognatore che ha riempito pagine di parole e passioni, senza aver letto i libri di scuola: ieri se n'è andato a quasi 98 anni Luigi Cafaro, detto Cici, con tutta la sua energia e la sua voglia di futuro.

Era davvero un uomo del secolo scorso, lui che aveva fatto il 900 nel Sud e lo aveva raccontato mille volte a chiunque capitasse a tiro, lo aveva scritto in mille riflessioni, in mille poesie. O meglio, lo cantava il suo 900 perché con la sua armonica a bocca e la sua voce antica era un vero cantastorie che attingeva dal repertorio salentino di cui era tra gli ultimi custodi. Da contadino ad ambulante, da difensore dei diritti della classe operaia e contadina ad emigrante e pure soldato, Cici Cafaro era soprattutto un istrione, poeta popolare e del griko.

Quando, ormai due decenni fa, il Salento è stato scoperto, e le sue tradizioni sono diventate improvvisamente preziose, lui è stato stanato nella sua casa, e il suo palcoscenico si è ampliato. Ma lui ha continuato ad essere quello di sempre: Cici passione e terra, ispirazione e parole del cuore (come diceva lui), incontenibile narratore di vecchie cose salentine, conoscitore di funghi e leggende, fedele alla sua natura genuina.

Fare spettacolo in piazza o nella corte era nella sua storia. Era un musicista e compositore appassionato, e nell'area grika lo conoscevano tutti come grande organizzatore delle feste, un po' l'animatore del villaggio novecentesco, un uomo creativo d'altri tempi e d'altri colori.
«Scriveva moltissimo, sempre, e pur non avendo studiato, come ripeteva amareggiato, era in grado di elaborare interessanti discorsi critici, e spesso mi voleva come suo dattilografo» spiega l'antropologo Eugenio Imbriani, docente Unisalento che lo conosceva da sempre e lo considerava. «Diceva di avere imparato molto dall'esperienza e di avere una formazione naturale, spontanea. La cosa più bella è stata fino alla fine sentirlo parlare di futuro, perché Cici guardava avanti sempre, ancora oggi».

“Opillopì opillopà bisogna pur cantare per la libertà” dice la canzone più famosa di Cafaro, un canto sulla politica che aggiornava di stagione in stagione. «Chiunque poteva aggiungere dei versi, lui amava improvvisare, fare rime estemporanee - continua Imbriani - ma ha scritto anche molti testi in prosa e poesia ed era un grande compositore di brindisi perché amava fare festa, giocare e divertirsi, amava molto la vita. È importante poi ricordare la sua passione per la lingua grika, l'ha usata spesso per comporre e soprattutto l'ha amata. Dai suoi scritti e dai suoi versi si evince che rifletteva molto su ciò che gli accadeva intorno, spiegava la realtà vista dal suo osservatorio ricchissimo di esperienze. Ha vissuto sempre con grande vitalità e, pur avendo avuto i suoi dolori, pensava solo agli aspetti positivi della vita».

Nelle collane di Kurumuny compaiono due libri di Cafaro. Tra i tanti che oggi piangono Cici Cafaro ci sono i commenti su Facebook di due musicisti: Antonio Castrignanò che ha collaborato molto con lui, chiude un lungo post con «amico e maestro, resterai sempre parte di me»; poi un amico storico, Daniele Durante: «Perdo - scrive tra le altre cose - un punto di riferimento insostituibile. Per il Salento è come se fosse andata distrutta una grande biblioteca di tradizioni popolari».

La Fondazione La Notte della Taranta, intanto, ha deciso di dedicare la sezione “Alberi di Canto” del Festival proprio a Cici Cafaro. L’11 agosto il cantastorie aveva incontrato, accompagnato dal direttore artistico Daniele Durante in sala prove al Cinema Elio e nella sua casa di Calimera, il maestro concertatore Paolo Buonvino. Un dialogo con Durante sulla musica e sulle canzoni ripreso dal regista Edoardo Winspeare che la Fondazione rende pubblico oggi sui canali social e che potete vedere cliccando su questo link https://youtu.be/1_QwM_suL5Y

Nel corto, Cici Cafaro, canta i brani da lui più amati come Mana (mamma in grico) dedicato a sua madre, ma anche Rosina e si sofferma sul valore di Kalinifta: «E' un lamento, e quando ero bambino si cantava tutta come un lamento, senza il ritornello festoso di oggi». Esegue con l’armonica a bocca la sua pizzica e improvvisa gli stornelli con la sua ineguagliabile capacità di trasformare in versi ogni istante della vita.

Da autodidatta, Cici Cafaro, ha trovato nelle parole, in grico, italiano e dialetto salentino, il cammino per raccontare la realtà anche quando nel 1974 ha guidato nella Grecìa salentina il fronte antidivorzista promuovendo il referendum abrogativo che porterà alla vittoria dei NO e alla conferma della Legge Fortuna-Baslini.

«Natura e libro, frutti e parole, alberi e canto, Cici Cafaro è stato - afferma Luigi Chiriatti, direttore artistico del Festival - l’uomo che ha sempre aperto la porta della sua casa agli amici, generoso e sorridente ha educato i giovani alla conoscenza della cultura popolare. Straordinario poeta contadino ha donato al suo paese, Calimera, ‘fogli di poesia’. Dedicheremo a Cici la sezione Alberi di Canto del Festival,  ricordando quando partecipava ai concerti della Taranta arrivando con il suo Ape, il motocarro carico di fichi, frutti di stagione e libri». Anche il Concertone riprenderà il filo interrotto nel 2020. «Era molto felice di incontrare il maestro Buonvino - ricorda Daniele Durante - e con la sua arguta ironia ha espresso il suo punto di vista sulla musica popolare. Per il Salento è come se fosse andata distrutta una grande biblioteca di tradizioni popolari, le numerose testimonianze raccolte su Cici sono una minima parte del suo sapere. Perdo il mio informatore più prezioso e completo di cultura popolare. Perdo un amico con un entusiasmo irrefrenabile, punto di riferimento insostituibile».

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