Padre Sorge e l'enciclica del Papa: «Il dialogo e una politica migliore per essere "Fratelli tutti"»

Domenica 18 Ottobre 2020 di Mimmo SACCO

Nella sua recente enciclica sociale “Fratelli tutti”, Papa Francesco invita a costruire un’autentica fraternità fra i popoli. Siamo chiamati, quindi, a un lavoro molto impegnativo di fronte ai conflitti, alle diseguaglianze e ai muri del mondo. 
La prima domanda che rivolgiamo a monsignor Bartolomeo Sorge perciò è proprio questa: come possiamo farcela? 
«La fraternità universale può sembrare un’utopia. Eppure, siamo nati per darci la mano gli uni gli altri, non per combatterci, per amarci non per odiarci. La mèta della solidarietà fraterna che Francesco indica, certo, è difficile da raggiungere, ma possibile. Un esempio concreto di questa possibilità, lo abbiamo avuto in questi mesi di pandemia. Sono stati davvero molti coloro che si sono dedicati generosamente al servizio dei contagiati dal virus, talvolta anche in modo eroico, fino a dare la vita. Un altro esempio ci è venuto dall’Europa. Nonostante le resistenze dei cosiddetti “Paesi frugali” e dei Paesi di Visegrad, il Consiglio Europeo straordinario del luglio scorso ha sconfitti il populismo e il sovranismo, e ha varato un generoso programma di aiuti, con un’attenzione particolare per gli Stati più colpiti dal Covid-19. La solidarietà fraterna è possibile anche tra gli Stati».
In questo contesto viene spontaneo rivolgere l’attenzione verso il fenomeno complesso e delicato dell’immigrazione. Il Papa invita a un atteggiamento di apertura. I vari popoli devono agire “insieme”. Ma siamo preparati? Non vediamo resistenze e chiusure?
«Non tocca alla Chiesa indicare le scelte politiche da fare per risolvere il complesso fenomeno dell’immigrazione. Essa, però, risveglia le forze spirituali per contribuire a risolverlo, indicando nell’individualismo la mala radice da estirpare e dalla quale provengono l’egoismo e il razzismo, che impediscono una soluzione umanitaria del problema. Sono difficoltà reali, che si possono vincere – insiste il Papa – se accoglieremo gli “altri”, i “diversi” come fratelli. La globalizzazione della solidarietà – conclude l’enciclica –, è l’unica vera risposta alla “globalizzazione dell’indifferenza”».
Ma come si fa a passare dalla globalizzazione dell’indifferenza a quella della fraternità, quando oggi l’individualismo sembra divenuto una sorta di pensiero unico dominante?
«II passaggio dalla “globalizzazione dell’indifferenza” alla “globalizzazione della fraternità” avviene non tanto attraverso i ragionamenti e i dibattiti, quanto attraverso la testimonianza della vita. In proposito, l’enciclica propone una rilettura della parabola del buon samaritano, traducendola in termini di attualità. Papa Francesco – lo sappiamo – rifugge dai discorsi dottrinali astratti. Nella Fratelli tutti egli indica concretamente due modi principali di essere oggi “buoni samaritani”, per vincere l’egoismo (frutto avvelenato dell’individualismo), che rende indifferenti dinanzi alle più gravi violazioni della dignità, della libertà e dei diritti umani. Si diventa “buoni samaritani” in due modi: attraverso il dialogo e una “migliore politica”».
Perché il dialogo?
«Perché, spiega Francesco, il dialogo non è un semplice incontro per conoscerci meglio. E’, invece, l’arte di imparare a camminare insieme, a vivere uniti rispettandoci diversi, per raggiungere insieme un medesimo obiettivo. Il vero dialogo, quindi, conduce alla fraternità. L’impegno comune per raggiungere insieme un medesimo scopo, impedisce che le diversità si trasformino in lacerazioni e divisioni. Se invece si rinuncia a seguire il cammino del dialogo e della riconciliazione, nota l’enciclica, si giunge alle situazioni estreme della guerra e della pena di morte, due “false risposte, che non risolvono i problemi che pretendono di superare” (n.255)».
E la “migliore politica”?
«È l’altra via indicata dal Papa, quella sostenuta da un’anima ideale ed etica, orientata a cercare il bene comune del popolo. Si distingue, perciò, dalla “politica senz’anima”, che è quella vissuta come professione più che come vocazione e, anziché servire il popolo, se ne serve, sfociando nel populismo».
Direttore, Bergoglio guarda con molto interesse allo scacchiere internazionale e invoca una riforma dell’Onu (che ha perso la sua forza) anche per tutelare i Paesi più deboli. La sua voce, peraltro molto autorevole, potrà trovare ascolto?
«Francesco, senza preoccuparsi di avere il consenso di tutti, interviene perché ritiene che sia missione della Chiesa spendersi per lo sviluppo integrale dell’umanità. La promozione umana è parte essenziale della evangelizzazione. In concreto, se l’Onu non recupera la sua forza e, quindi, la sua credibilità, è in pericolo la stessa pace nel mondo. Perciò, denunciare questo pericolo e favorire iniziative di pace, compresa la riforma dell’Onu, rientra nella missione della Chiesa. Non si tratta di suggerire ai politici che cosa devono fare; ma la Chiesa è tenuta a risvegliare le coscienze, a indicare, guidata dal Vangelo, i valori su cui è possibile costruire un mondo migliore, fondato sulla giustizia e sulla pace».
Il Papa denuncia il danno causato alla Natura con i nostri soprusi. Eppure con colpevole miopia continuiamo a deturparla. Cosa aspettiamo per cambiare rotta?
«L’enciclica Fratelli tutti conferma quanto papa Francesco ha già scritto nell’enciclica Laudato si’. Queste due encicliche, insieme al Documento sulla fratellanza umana, firmato ad Abu Dhabi con il Grande Imam Ahmad Al-Tayyeb (febbraio 2019), formano una trilogia in cui si compendia il messaggio centrale del pontificato di Francesco. Esso si riassume nel concetto di “ecologia integrale”, di cui la questione sociale e la questione ecologica sono aspetti inseparabili. Infatti, il superamento dell’individualismo, presupposto dell’“ecologia integrale”, da un lato, sul piano sociale, porta al superamento della “cultura dello scarto”; dall’altro, sul piano ecologico, induce alla tutela del creato e alla “cura della casa comune”. E’ l’individualismo, lamenta Francesco, che “non ci rende più liberi, più uguali, più fratelli” (n.105)».
Il Papa sollecita anche una “migliore politica” (cioè la ricerca del bene comune) con un no netto a populismi e nazionalismi. Lei, Direttore, da sempre è stato sensibile a questi temi. Come, concretamente, si può contrastare questo preoccupante e vasto fenomeno? 
«E’ importante capire correttamente il giudizio che l’enciclica dà dell’impegno politico, dedicandovi l’intero capitolo quinto. Il Papa affronta il tema non sul piano teorico e in via di principio, ma all’interno del discorso sulla fraternità. Il paragrafo n.154 dell’enciclica riassume bene il suo pensiero: “Per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune”. Qualcuno rimarrà stupito che il Papa non parli della presenza politica dei cattolici. Tuttavia, già nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, Francesco esortava i cattolici a offrire con coerenza e competenza il loro contributo specifico alla “buona politica”. La prospettiva, dunque, non è quella di unirsi in un proprio partito, ma di contribuire, insieme con tutti gli uomini di buona volontà, a far sì che la politica sia “buona”, all’altezza del grave compito a cui è chiamata. Lo stesso monito ritorna ora nella Fratelli tutti: “E’ grande nobiltà esser capaci di avviare processi i cui frutti saranno raccolti da altri con la speranza riposta nella forza segreta del bene che si semina. La buona politica unisce all’amore la speranza, la fiducia nelle riserve di bene che ci sono nel cuore della gente, malgrado tutto” (n.196). Nell’era post-ideologica e nella prospettiva della fraternità universale, i politici cattolici sono tenuti a offrire la testimonianza di coerenza e di professionalità politica, non chiudendosi in un partito proprio (sebbene sia lecito farlo), ma aprendosi agli orizzonti del dialogo e della collaborazione con tutti. La “migliore politica” ha bisogno di politici migliori politici, di “buoni samaritani”».
 

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