Maurizio De Giovanni: «Mina, la mia donna del tutto fuori posto»

Sabato 19 Settembre 2020 di Ida PALISI
Era l'autunno di otto anni fa, sul Maschio Angioino si arrampicavano gli operatori sociali in protesta, e il fiume in piena del disagio esplodeva in una Napoli sull'orlo di una crisi di nervi. In questo clima da day after a Maurizio de Giovanni venne in mente Gelsomina Settembre detta Mina: assistente sociale con il problema del seno esuberante e della mamma strega, e con una vocazione per le cause perse. L'occasione fu un racconto su commissione di Sellerio in uscita nella stessa antologia con il maestro Camilleri, ma l'humus narrativo, come sempre, lo diede Napoli.
Perciò Mina Settembre racchiude in sé le contraddizioni della città malata e senza molte possibilità di scampo, ma anche ricca di creatività, ironia, genialità nella ricerca di soluzioni tanto efficaci quanto improbabili. Dopo due racconti e un romanzo, torna da protagonista in libreria con Troppo freddo per Settembre e l'ufficialità di una nuova serie, a riempire il vuoto lasciato da Ricciardi: di qui, anche il passaggio dalla Sellerio alla Einaudi.
E mentre in televisione (con Giuseppe Zeno e Nando Paone) la porterà una Serena Rossi prosperosa e abbastanza acqua e sapone da poter essere credibile, il nuovo libro promette di andar bene come l'altro con il suo mix di registri comico e malinconico, macchiette come nobildonne che parlano puteolano stretto o il portiere Rudy che da «rattuso» diventa un latin lover, e la fauna dei Quartieri Spagnoli che già di per sé fa ridere e fa riflettere. Un de Giovanni in forma, che dedica il libro alla mamma appena scomparsa, ispiratrice delle sue storie.

De Giovanni che personaggio è la sua Mina?

«È fuori posto: nel mondo altoborghese in cui è nata, per la sua sensibilità sociale forte, ai Quartieri Spagnoli perché è una signora di quelli alti. Vive nella cameretta dove era bambina, lei è profonda e squattrinata e le amiche sono tutte ricche e superficiali... È fuori posto anche affettivamente perché innamorata persa del collega ginecologo che tratta malissimo, ma anche con il suo passato perché l'ex marito la protegge come se fosse una ragazzina capricciosa. E poi ha un corpo e un volto che non quadrano con ciò che vuole essere. La chiave narrativa è che Mina viene raccontata nelle sue assolute stonature».

Mina con l'amore ci va giù pesante, eppure lei lo racconta benissimo. Non è che da ragazzo leggeva Liala?

«Non Liala ma sicuramente ho letto Alcott, Dumas, Flaubert, la Austen Non credo che sia un fatto di modelli ma di giudizio oggettivo dell'importanza che nella vita ha questo sentimento. Uno che scrive romanzi neri sa bene che la mozione al delitto spesso viene dall'amore. Scegliendo di non raccontare delitti industriali o ambientali o di camorra ma crimini passionali, è logico che si attinga da quella materia. L'amore per me come scrittore è come il corpo umano per un antropologo».

Il comico, il sociale, l'indagine. Ci sono i registri di tutti i suoi romanzi concentrati qui.

«Mi ha aiutato molto a distrarmi dopo il lockdown scrivere Mina e credo che alternare i registi aiuti la narrazione. Pur essendo assolutamente leggero, spero però che lasci un minimo di emozione in certi ruoli e situazioni. E poi qui il giallo propriamente detto è più profondo, c'è un'indagine vera e una storia che, sebbene proposta come interludio, è molto tenera e dolce, per certi versi straziante e qualche volta dolorosa».

Il nuovo libro ha come centro il rapporto delicato tra un nonno e una nipotina. Quanto c'entra il ricordo di sua madre?

«Mia madre mi ha raccontato questa e tantissime altre storie, di cui faccio tesoro e che spero di poter donare un giorno ai miei lettori come lei le donava a me. Il nostro era un confronto continuo e ininterrotto, ed è tenendo presente il suo esempio che ho voluto dare voce a un legame familiare forte, a un dialogo che invece nel romanzo avviene nell'assoluto disinteresse di tutto il mondo. E quindi il nonno che si affida all'unica persona che lo tiene in considerazione, in una famiglia che l'ha dimenticato, ed è amico di un barbone: è un'amicizia che si instaura tra invisibili che si coalizzano e alla fine si organizzano molto bene».

Si organizzano con una Mina che sembra dire a tutti: la giustizia vera non esiste.

«Racconto un mondo in cui lo Stato è molto meno presente che altrove, un contesto sociale che sviluppa un proprio sistema giudiziario dove il welfare è assente e lascia spazio a quello delle organizzazioni criminali. Mina vuole semplicemente dare una seconda possibilità a un ragazzo che vuole uscire dalla criminalità, dove è costretto a stare dalla sua famiglia».

La madre di Mina è tutt'altro che una nonna, invece: pensa che fare sesso sia un ascensore sociale. È un personaggio realistico, secondo lei?

«Molto di più di quanto si possa immaginare, lei è sincera e pensa ad alta voce, migliore della maggiore parte delle sue simili. In una società basata sull'immagine, mi fanno più paura le pose che prendono le ragazzine sui vari social, che le donne crude come le mamme che danno consigli taglienti alle figlie. In fondo uno scrittore osserva le situazioni e le racconta».

"Domenico-ma chiamami Mimmo" prima assomigliava a Robert Redford, qua invece è Kevin Costner. Ci avviciniamo alla gioventù?

«La bellezza in fondo è anche una proiezione di come noi vediamo l'oggetto amato. Mina vedrà Mimmo sempre diverso, a seconda della sua idealizzazione amorosa. E io lo cambierò: magari nel prossimo libro sarà Brad Pitt». Ultimo aggiornamento: 20:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA