«Nel libro di Toma la memoria del partito come patria portatile»

Mercoledì 9 Dicembre 2020

Fresco di stampa, il nuovo libro di Mario Toma, già parlamentare del PCI e profondo conoscitore della politica pugliese e italiana, racconta la trasformazione del partito in provincia di Lecce. “Da Livorno alla bolognina. Il PCI salentino attraverso i suoi congressi", Edito da Spagine, contiene la preziosa prefazione di Peppino Caldarola, l'ex direttore dell'Unità recentemente scomparso. Ecco le sue parole.

Mario Toma racconta in questo libro la storia vera del partito comunista salentino. È una storia ricostruita con puntigliosità, affetto, senza fare sconti. Mario è stato un protagonista di questa storia come, dopo di lui, Sandro Frisullo che chiude il libro con una bella postfazione. Qui sono ripercorse tutte le tappe e, per i più giovani, ci sono le pagine dal '68 in poi, le pagine scritte dai vostri padri e nonni, che sono assai affascinanti.
A me il libro di Mario ha dato molto da pensare. Ha dato notizie che non avevo, mi ha ricordato personaggi che avevo dimenticato o trascurato, ma soprattutto mi ha dato, come si dice, una patria portatile. Perché il movimento operaio, nelle sue varie articolazioni regionali e anche provinciali, è stata la nostra patria portatile.
Il libro di Mario, dal punto di vista dell'analisi storica, riesce a dar conto di successi e di enormi difficoltà di una sinistra e di un comunismo salentino che muovevano i propri passi, prima timidi, poi via via più pesanti in un mondo che, sulla carta, non avrebbe dovuto essere il loro. Il Salento era dichiarata terra bianca per la dispersione del territorio, centinaia di paesi con alcuni più grandi, mentre in Puglia quasi dovunque solo grandi paesi quasi città. Qui prevalevano figure nettamente contadine, che poi con Alfredo Reichlin battezzammo figure miste o millemestieri per la quantità di lavoro bracciantile che esse davano nelle campagne altrui. E per i lavori ce si adattavano a fare in altri settori della produzione. Qui incontravamo la forte presenza di una religiosità cattolica assai severa, e anche chiusa, molto amministrata e gestita dalla curia e dal partito cattolico.
Se diamo uno sguardo, partendo dal libro di Mario Toma e tenendo a mente altre pubblicazioni (poche in verità ed è un male), ad altri territori pugliesi, scopriamo che la nostra regione era ed è veramente strana. Noi da giovani ci crogiolavamo con la definizione che Gramsci aveva dato della Puglia dicendola eccentrica rispetto al resto del Mezzogiorno per ragioni di articolazione classista, di ricchezza di società civile, di presenza di grandi organizzazioni politiche e, come Gramsci sperimentò, terreno facile per agrari e fascisti.
Noi siamo stati a lungo le Puglie e ancora oggi il singolare appare una forzatura. Siamo stati anche le Puglie per la sinistra e per il movimento comunista. Mi regala molte buone sensazioni il fatto che Mario Toma, sia in questo libro sia in quello dedicato alle donne del Pci, citi ripetutamente un dirigente pugliese del Foggiano, quel Ruggero Grieco dalla vita strana, assai poco apprezzato negli anni, anche se fu un gigante delle lotte contadine.

 

Se un viaggiatore volesse fare un film sul comunismo pugliese troverebbe le bandiere rosse insieme a quella italiana che Togliatti ci obbligò ad esporre, troverebbe i sindacati, le facce della gente che lavora e lavorava ma vedrebbe grandi differenze.
Città come Cerignola, ma potrei dire San Severo, Apricena o altre, erano grandi aggregati urbani che chiamavamo città per convenzione ma assomigliavano a dormitori per braccianti sfruttati dagli agrari residenti metà dell'anno a Napoli dove i loro figli studiavano.
Il comunismo foggiano era tostissimo, severo, pochi riuscivano ad avere carisma di fronte a quella folla di persone che si era viziata con Di Vittorio. E anche il partito comunista foggiano era diverso. Era un partito di famiglie, un partito di capi-famiglia di paesi simili fra di loro. Era un partito che poteva scatenare una lotta di una durezza incredibile ma era capace anche di trattare. Era un partito che viveva in un mondo circostante bello come il luogo simbolo della Puglia, Castel del Monte, le cattedrali, ma in città generalmente abbastanza brutte: un solo corso che finiva in una grande piazza. Se diventavi dirigente di questo partito dovevi aver effettivamente superato esami durissimi.
Il partito barese diventò tardivamente cittadino. Fu un partito urbano dappertutto tranne che a Bari. Lo fu a Barletta, Trani, Molfetta, Canosa e poi nel Sud Est ma era un partito frastagliato con un fortissimo ceppo bracciantile e una miriade di figure che venivano dal terziario dell'epoca e anche dall'intellettualità delle professioni dei grandi centri, tranne Bari che conobbe l'intellettualità di massa a ridosso del 68.
Questo partito frastagliato voleva dirigere le Puglie ma non riusciva a farlo. L'alleanza degli altri lo impediva. Fino a che non emerse una figura carismatica come l'operaio delle acciaierie Tommaso Sicolo che con Cannata, Casalino, Carmeno, Somma, con Romeo segretario regionale, formarono un gruppo dirigente con il quale anche il Centro del partito doveva fare i conti.
Brindisi era e sembrava un piccola realtà che rubacchiava dal barese e dal tarantino ma aveva anch'essa una solida base bracciantile contadina e figure intellettuali che riuscivano a farsi largo anche nella monocultura ionico-foggiana.
Taranto era il nostro fiore all'occhiello. Ai tempi in cui mi riferisco io, il mondo non aveva ancora conosciuto Lecce e le bellezze salentine. C'era Taranto, i suoi due mari, le sue cozze pelose, gli operai a farne il reparto comunista più nordico di tutto il Sud.
La sua classe dirigente era fatta, quindi, con lo scalpello di chi trae dal materiale umano figure severe e operaie anche se destinate ad altri mestieri. C'era poi il Salento - i cui diritti Giorgio Casalino, uomo mitissimo, urlava - considerato terra infidelium per la quantità incredibile di democristiani ma sorprendentemente vivace soprattutto quando arrivarono i suoi giovani e Mario Toma fu uno di questi.
Gli anni cambiarono tutto. Cambiò in ogni provincia il panorama sociale. Taranto e Brindisi conobbero i fasti e l'angoscia della grande fabbrica. Bari diventò più importante di Andria e Trani. Lecce si impadroniva, lo dico con affetto, di tutto il capitale di bellezza pugliese e di tutta la sua cucina. Il bello e il bel mangiare erano salentini e solo per questa via anche pugliesi. L'invenzione dell'adunata della pizzica fece il resto.
Qui si sviluppò un partito comunista, la cui storia troverete in questo libro, originalissimo. Puntiglioso, come lo sono ad esempio Toma e Frisullo, mai contenti di spiegazioni facili, aperti come tanti anni di vita nel regno bianco avevano insegnato a essere. Quando muore il Pci - che muore prima del decreto Occhetto e muore più o meno quando muoiono la strategia di Enrico Berlinguer e lui stesso, nostro unico grande leader, tutto cambia.
C'è chi lascia, chi continua, chi si rassegna, chi sogna. Ma, come dice Vasco Rossi, siamo ancora qua.
Peppino Caldarola
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Ultimo aggiornamento: 10:18 © RIPRODUZIONE RISERVATA