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Da Sofocle a Calvino in cerca della “libertà”

Da Sofocle a Calvino in cerca della “libertà”
di Claudia PRESICCE
5 Minuti di Lettura
Giovedì 28 Luglio 2022, 05:00

Libertà rampanti”. Già le due parole insieme evocano. Evocano tante cose, da un barone letterario indimenticabile a lotte sociali impensabili in epoche individualiste e strampalate come la nostra. La libertà come idea comune, collettiva necessità per una crescita sociale, dov’è finita? Se lo chiede Mario Perrotta, autore e attore tre volte premio Ubu, nel suo nuovo progetto teatrale che debutta in Puglia in prima nazionale, con la giornalista di Repubblica Sara Chiappori e il teologo Vito Mancuso. Si intitola appunto “Libertà rampanti”. Andrà in scena in tre serate e prevede uno sguardo, tra teatro e riflessioni, alle idee contemporanee sulla libertà nella prospettiva anche storica della cultura europea, da Sofocle a Italo Calvino. Debutterà in prima nazionale in Puglia giovedì 4 e venerdì 5 agosto alle 21.30 all’Abbazia di Santa Maria di Cerrate di Lecce e sabato 6 agosto alle 21.30 in Piazza Duomo a Brindisi.

Perrotta com’è nato questo lavoro tra filosofia, letteratura e teatro?

«L’idea dello spettacolo nasce da due sollecitazioni. La prima è legata alle persone. L’anno scorso ho organizzato per il settecentenario dantesco del Comune di Grosseto cinque appuntamenti, con protagonisti della cultura e dell’arte, uniti insieme a ragionare su Dante. Conobbi in scena Vito Mancuso e mi piacque molto la sua visione aperta da teologo e ho pensato di riproporre in scena un dibattito con lui insieme alla giornalista di Repubblica Sara Chiappori, in quei giorni padrona di casa degli appuntamenti. Ecco perché ci sarà il trio in scena, con approcci diversi, rispetto al tema centrale: la partita più importante giocata oggi dal mondo occidentale».

E la seconda sollecitazione?

«La consapevolezza che se non vogliamo sparire troppo in fretta, come sempre è avvenuto nella storia delle civiltà precedenti, forse è meglio che torniamo a ripensare al concetto di libertà che noi occidentali europei abbiamo ricevuto in dono dagli Illuministi. È quel concetto che abbiamo cercato di integrare nelle nostre democrazie e Costituzioni che è negli ultimi anni entrato fortemente in crisi».

Spieghiamo.

«Per secoli non ci sono stati dubbi sull’idea di libertà, che comprendeva sempre una autoregolamentazione in un principio di base: la mia libertà è definibile tale finchè non limita la tua. Questa libertà, che è un concetto sociale che fa comunità, è stata però rivista nella direzione opposta negli ultimi anni. Libertà è diventato un concetto individuale: ‘faccio quello che mi pare e della libertà degli altri non mi importa’. È cominciato in Europa con i movimenti di stampo populista che coltivavano quest’idea da tempo, e la pandemia ha dato un’ultima accelerazione. Le idee adolescenziali della politica del bianco o del nero, del ‘faccio quel che voglio’, del ‘non mi vaccino perché è un complotto’ che hanno distorto l’idea di libertà, rischiano di far saltare il patto sociale del senso del limite. Significano tante cose, un’eco che arriva a minare il rispetto delle istituzioni, del Parlamento, e anche delle leggi in nome del ‘faccio quel che voglio’. Nessun sistema può reggere a queste fratture sociali di stampo adolescenziale, del ‘non mi va’...».

E si entra anche in un discorso etico complesso legato al mondo del lavoro (niente a che vedere con la tragedia della disoccupazione).

«C’è un malinteso discorso sulla libertà che va scoperchiato. Statistiche dimostrano che anche nel mercato del lavoro, molti adulti proseguono una vita da adolescenti mantenuti da stipendi e pensioni di genitori compiacenti. È un dato allarmante che veicola l’idea che quaranta-cinquantenni ne approfittino per ‘essere liberi’, per non avere né orari e né impegni, quindi neanche un futuro…».

Lo spettacolo incontra poi l’opera di Calvino.

«Questo spettacolo è il primo di una trilogia su Italo Calvino. Tutta l’opera e la morale calviniana ruota sul tema della libertà di tipo illuminista: nella prefazione dei tre romanzi classici, Cavaliere-Barone-Visconte, si legge che sono ‘tre gradi di approssimazione alla libertà’, e lo scrive Calvino stesso. Nel ‘Barone rampante’ ci si interroga sulla libertà ostentata di Cosimo che decide di salire sugli alberi e non scendere più. Il suo è vero impegno, integralismo morale di chi rivendica giustizia nel mondo, oppure è solo una sorta di disimpegno di chi dall’alto giudica stando fermo? Che cosa c’è di più simile alla posizione pre-parlamentare di tanti movimenti populisti italiani ed europei, che guardano dall’alto e giudicano sempre? Nello spettacolo partiamo dai Greci che ci hanno insegnato che per cambiare le regole bisogna entrare nell’agone».

C’è Calvino, ma anche Pasolini.

«Avevano visto già tutto quello che oggi stiamo vivendo con grande lungimiranza».

Ma in scena ci saranno tante altre libertà.

«Sara Chiappori farà da trade union tra teatro, letteratura e filosofia e ragioneremo su come il concetto di libertà si è evoluto nella storia della cultura occidentale. Partiamo dall’Edipo di Sofocle, con il destino predeterminato da cui non si sfugge, poi Sant’Agostino con la possibilità di essere liberi di consegnarsi alla Grazia divina che spiegherà meglio Mancuso. Poi con Shakespeare e l’Amleto arriva l’idea di liberare l’essere umano dandogli il libero arbitrio, che di fatto pone la difficoltà della scelta, dell’essere o non essere. Il Voltaire del Candido è l’uomo che si scontra con gli orrori del mondo riconducibili al libero arbitrio. Poi lo spettacolo incrocia anche ‘I fratelli Karamazov’ con il Grande Inquisitore che rimprovera Gesù tornato sulla Terra per la troppa libertà data agli uomini. Si finisce con una brillante Elsa Morante, e Calvino».

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