Bianchini: «Non daremo più nulla per scontato. Puglia e Salento si erano montati la testa, torneranno a essere una meta sognata»

Giovedì 28 Maggio 2020 di ROSARIO TORNESELLO
Luca Bianchini (foto Elisabetta Canavero)
Viene da un’intervista, lo aspettano per un’altra diretta. La radio, la tv, i social. Il confinamento è sempre meno isolamento, facciamocene una ragione. Allora: fissiamo l’orario, calibriamo i minuti, trattiamo sull’alternativa mattina/pomeriggio e alla fine troviamo il momento giusto, la mezz’ora che serve. Anche qualcosa in più. Gli altri capiranno. Gli altri? “Dopo mi aspetta Diletta Leotta su Rete 105”. Ricominciamo daccapo: avanziamo le lancette, acceleriamo sulle domande, stenografiamo le risposte. Qui non c’è tempo da perdere. Ieri è uscito il suo ultimo libro per Mondadori, “Baci da Polignano”, terzo della serie dopo “Io che amo solo te” e “La cena di Natale”, due film già fatti e la Puglia neppure tanto sullo sfondo. Intercettarlo non è semplice ma neanche impossibile. Passare la linea alla radio, dopo, è invece puro diletto, se il gioco di parole ha un senso (e ce l’ha).
Luca Bianchini, un atto di coraggio uscire con un libro di questi tempi.
«La presentazione era programmata per aprile, non potevamo far altro che spostare la data».
Cos’ha fatto nel frattempo?
«L’ho rivisto, senza cambiarlo. Tutto quello che è successo nel mondo resta fuori».
Dicevamo del coraggio.
«Sì, una situazione di grande incertezza. Molti hanno paura a uscire di casa. Gli incontri dal vivo col pubblico sono un punto di forza: il contatto con la gente, lo scambio di impressioni, le dediche. Lì sfoggio la mia coda di pavone. Adesso non potrò farlo, ma cambiano solo le modalità di comunicazione. Tutto viaggia sul web. Trovo però anche giusto che in questo momento ognuno faccia al meglio quello che può e sa fare. Io scrivo libri ed eccomi qui con un racconto fresco, estivo».
Cos’altro ci insegna la pandemia?
«Che fare calcoli non serve. Io, poi, sono sempre molto istintivo. Così ho detto: dai, usciamo adesso. Quello che potevo fare l’ho fatto».
Sette anni da “Io che amo solo te”: forse più una scommessa che un atto di coraggio.
«Un po’ anche un azzardo. Ma io adoro sorprendere. I miei lettori mi hanno legittimato a farlo, si fidano di me. “Io che amo solo te” ha tutto giusto: ho un rapporto conflittuale con quel lavoro».
Perché?
«È un paragone ineludibile. Quando l’ho riletto mi è venuto come un profondo avvilimento. Quasi non mi riconoscevo. Poi me ne sono fregato».
“Baci da Polignano” è una cartolina da un mondo che non c’è più. Non adesso, almeno.
«È un’opera già vintage. Piena di assembramenti, feste, tête-à-tête, gente che si tocca. Nulla è vietato. Ne sto facendo un audiolibro: col tecnico ci divertiamo a commentare i brani in cui Ninella, una dei protagonisti, va a Milano e si ritrova sui Navigli, in un viavai frenetico di gente. Ho capito che stavo dando il cattivo esempio, tanto da temere l’arrivo del sindaco Sala per una furiosa reprimenda. Eppure non ho cambiato una virgola, va bene così».
Quanto ci ha sorpresi la pandemia?
«Molto. Ma la vita in qualche modo ci abitua agli imprevisti. Tegole te ne capitano, hai voglia quante. Tuttavia di colpo trovi il tempo e le energie che pensavi di non avere. Quante volte ce lo siamo detti? Noi umani nelle difficoltà recuperiamo risorse altrimenti impensabili. Siamo esseri particolari».
Nell’incipit del libro cita Marie Curie: “Nella vita nulla deve essere temuto, ma capito”. E noi, abbiamo capito qualcosa?
«Non lo so, dico davvero. Ma non era neppure obbligatorio farlo. Perché ognuno deve imparare qualcosa? Io non mi aspetto che si diventi più generosi, più solidali. Ci sono momenti in cui, al contrario, può emergere il peggio: la cattiveria, l’egoismo».
I social hanno raggiunto vette estreme, in un senso e nell’altro.
«Ho deciso di darmi un tempo massimo e di seguire delle accortezze. Ad esempio, non mi mostro mai in mascherina: ho il terrore di averla messa male e di subire un linciaggio mediatico. E mi sono imposto un timing: mai più di tre ore al giorno. Con piccoli incidenti di percorso: una volta la connessione si è interrotta mentre ero collegato con Gianni Morandi. In quel momento stava parlando di Lucio Dalla. Ho mantenuto la calma e ripristinato il collegamento in pochi secondi».
Momenti di sconforto nella lunga fase di confinamento?
«No, sconforto no. Oddio, io tendo a rimuovere le cose spiacevoli. Ma come dimenticare i camion con le bare? Non sono solo numeri impressionanti, i morti. Sono persone, storie, legami d’affetto. E poi quegli addii senza un abbraccio, un conforto. Mi ha dato coraggio, al contrario, vedere tutti molto ligi nel rispetto delle regole».
Se l’aspettava?
«Noi italiani abbiamo tante doti, ma restiamo sempre un po’ bambini perché viziati dalle madri. “Esci, figlio mio”. Ma stavolta no, ci siamo dimostrati maturi. E i risultati lo dimostrano».
Ha vissuto il dolore da vicino?
«In questa fase no. Prima sì. Il libro, ad esempio, è dedicato a una donna di Fasano, Lorenza L’Abbate. L’avevo conosciuta per “Io che amo solo te”, si era creato un rapporto speciale. Persona straordinaria, impegnata per l’arte, la cultura e la solidarietà. È scomparsa a settembre. Non mi piacciono le dediche a chi non c’è più, mi sembra riduttivo. In questo caso l’ho fatto solo per ricordare Lorenza, le parole che mi ha lasciato e il bene che mi ha voluto».
A suo modo, una forma di contatto.
«Ho un rapporto particolare con il pubblico e le persone che mi sono vicine. Osservo molto e sono alquanto cauto e controcorrente. Con la pandemia e l’isolamento tutte le celebrità si sono riversate su Instagram. Io non mi considero celebrità, così inizio adesso che gli altri hanno smesso. L’altro ieri alle 19 ho aperto una bottiglia e invitato tutti per un aperitivo on line».
La cartolina ritratta in copertina affonda il dito nella piaga: la straordinaria bellezza dei nostri paesaggi e un turismo che quest’anno sarà in versione ridotta.
«I pugliesi hanno una marcia in più, non li abbatti facilmente. Questa esperienza ci riporta con i piedi per terra dopo anni in un certo senso dopati».
Dopati?
«Mi spiego. Io adoro la Puglia, follemente e tutta, dal Gargano a Leuca. Ci sono tante Puglie da non sembrare neppure lontane parenti tra loro, ma per me lo sono. Però questa straordinaria regione si era un po’ montata la testa. E si era snaturata. La nuova situazione non è bella, per carità, ma ci riporta un po’ alla cura delle cose, anche le più semplici. Il rispetto di spazi e distanze ci aiuterà».
In che senso?
«Non essere ammassati in spiaggia, sovrapposti gli uni agli altri in garage e scantinati per la frenesia di affittare e riempire tutto. Mi creda, ritroveremo per necessità una Puglia più autentica. Penso alla campagna, alle masserie. Se il danno non sarà troppo grande, incredibilmente questa terra ritroverà la sua vocazione a essere un luogo da sogno».
Lo era anche prima.
«Sì, ma era scontato. Tutti ci andavano e l’avevano vista. Ora è diverso: adesso tutti sognano di poter tornare in Salento. C’è una bella differenza: non è più scontato. Sarà interessante e motivo di orgoglio per tutti vivere questa nuova fase, con spirito e occhi diversi. Non è più scontato neppure trascorrere una giornata al mare. Anche questo ci insegna la pandemia».
Cos’altro?
«Ci aiuta a capire chi sono le persone care, quelle cui teniamo e per le quali siamo importanti. Siamo partiti in quarta con videochiamate, videoaperitivi, videocall. Poi ognuno ha continuato a sentire solo chi aveva a cuore. Come i familiari, se non ci hai litigato. Una premessa che in Puglia va fatta sempre».
Sentiamo: perché?
«Famiglie numerose, se muore il nonno si litiga per la proprietà di un trullo. Vengo spessissimo in Puglia, a Polignano, a Gallipoli, al Salento Book Festival che dirigo da due anni. Quando arrivo chiedo sempre: vi parlate ancora? Non si sa mai...».
Nella sinossi è scritto che i protagonisti pugliesi continuano a sbagliare senza imparare mai niente.
«Accade solo nell’amore. Nella vita vale il contrario. Dipende dal carattere. Lavorandoci si migliora. Io sono migliorato. Ho Marte in Ariete, perciò d’animo impetuoso».
Ottimista o pessimista?
«Ottimista, decisamente. Nelle situazioni spiacevoli dico sempre che non può finire male. Molto diverso da “andrà tutto bene”, falsamente rassicurante».
Preoccupato dagli assembramenti nella movida?
«Mi angoscia di più pensare a quello che succede nelle case, dove ci si ritrova tutti assieme, nonni, figli, zii e nipoti, senza alcuna precauzione».
Teatri e cinema saranno gli ultimi a ripartire.
«L’arte ci fa bene. Se non abbiamo paura a entrare in un bar o in un ristorante, non dovremmo neppure preoccuparci di frequentare i luoghi della cultura e dello spettacolo. Fidiamoci di quello che dicono ed evitiamo piagnistei su Facebook: mi mandano fuori di testa».

  Ultimo aggiornamento: 3 Giugno, 08:36 © RIPRODUZIONE RISERVATA