La storia d'Italia, proprio sulla punta della lingua (e nei secoli - quasi - fedele)

La storia d'Italia, proprio sulla punta della lingua (e nei secoli - quasi - fedele)
Di mestiere faccio il linguista. Dopo una pausa di alcuni mesi (pochi? molti?), in coincidenza con l’arrivo della stagione che meglio si adatta al titolo della rubrica, torna «Parole al sole». La rubrica parla della lingua italiana, considerata nella varietà delle sue manifestazioni, apprezzata nella dinamicità dell’uso che ne fanno parlanti e scriventi, vista nei rapporti di dare e avere con le lingue straniere e con i dialetti. La lingua più di ogni altra facoltà ci appartiene e ci caratterizza. È esclusiva del cervello umano, per questo differiamo dagli animali, da tutti gli altri esseri viventi. Siamo sempre immersi nella lingua, durante l’intera giornata parliamo, ascoltiamo, leggiamo, scriviamo. Con tutti i mezzi possibili, antichi e nuovi, compreso l’onnipresente cellulare. Anche di notte comunichiamo con le persone, carissime o a volte sconosciute, che vengono a popolare i nostri sogni.

È un fenomeno individuale e collettivo, che ci coinvolge tutti. Quindi risulta naturale riflettere sulla lingua, nostra e degli altri. Dove sta andando l’italiano? È vero che non è più quello di una volta, che la scuola non insegna più a parlare e a scrivere correttamente, che gli scritti dei concorsi pubblici sono pieni di strafalcioni, che giornali e libri pullulano di sciatteria e badano poco alla limpidezza espressiva? Che troppe parole ed espressioni inglesi si insinuano dappertutto, nell’orale e nello scritto? Quanto incide internet su tutto questo? I dialetti valgono ancora qualcosa o dobbiamo abbandonarli, buttarli via come si fa con gli oggetti vecchi e inservibili? Siamo sempre sicuri di come parliamo e di come scriviamo? Qualche volta, dubbi ci sfiorano e temiamo di commettere errori?

Ci sentiamo tutti italiani perché abbiamo una lingua che ci unisce, dai confini alpini fino alle isole. Lo stato moderno che noi chiamiamo Italia è nato solo nel 1861, dopo un processo lento, che comportò entusiasmi e sacrifici e anche fallimenti, guerre, morti. Siamo arrivati tardi all’unità. Ci hanno preceduto di secoli l’Inghilterra, la Francia, la Spagna, compagini unitarie saldamente organizzate e molto forti. «L’Italia non è che un’espressione geografica» ammoniva una frase famosa attribuita a Klemens von Metternich, dal 1821 al 1848 cancelliere dello stato austriaco, dettata dal tornaconto politico di mantenere divisa la nostra penisola, storicamente frammentata in una serie di piccole entità in conflitto tra loro e in perenne competizione. Una quantità di piccoli stati, spesso di tradizione illustre e a volte di potere non disprezzabile, ma in ogni caso enormemente più deboli rispetto alla forza che potevano vantare le grandi compagini nazionali con cui ci misuravamo. Quindi fatalmente destinati (i piccoli stati d’Italia) a subire la preponderanza (diretta e indiretta) degli altri. Un po’ come succede oggi all’Europa, che alcuni vorrebbero frammentata e disunita, litigiosa al proprio interno, dimentica del sogno di Ventotene, quindi incapace di confrontarsi alla pari con Stati Uniti, Cina, Russia, tanto più forti. Intenzioni dettate da masochismo o da miopia quando vengono da cittadini europei, anche italiani, forse incantati dalle sirene del pressapochismo e del consenso irrazionale, non so giudicare.

Nel pieno dei moti risorgimentali la frase di Metternich, utilizzata in chiave patriottica, contribuì prepotentemente, per ovvia reazione, a risvegliare negli italiani sentimenti anti-austriaci. E tuttavia, esaminata nella sua formulazione compiuta, essa contiene un nucleo di verità. La frase intera diceva: «La parola Italia è un’espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle». Formulata per mero calcolo politico, allo scopo di giustificare la frammentazione della penisola, quella frase comprende in sé un impeccabile riferimento alla lingua: molto prima dell’unificazione politica, la lingua è stato il vero cemento identitario degli italiani. «La lingua italiana fattore portante dell’unità nazionale». Così si intitolava un incontro che si tenne il 21 febbraio 2011, al Palazzo del Quirinale, promosso dalla Presidenza della Repubblica con la collaborazione dell’Accademia della Crusca, dell’Accademia dei Lincei, dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana e della Società Dante Alighieri. 
La storia insegna. Nel bagaglio delle matrici identitarie che servono a legittimare le nazioni la lingua è un fattore decisivo. L’Italia arrivò ai prodromi dell’unificazione con una situazione, dal punto di vista della lingua, davvero straordinaria: pur se non era unita politicamente, essa possedeva già una lingua comune, la possedeva addirittura dal Trecento e l’aveva conservata, senza grandi variazioni, fino all’Ottocento. Tra le grandi lingue europee, l’italiano ha una storia particolare, forse unica, nella quale predomina il marchio della letterarietà e in generale dei livelli elevati di espressione. La lingua italiana, costantemente vivificata dal ricorso alla cultura classica (il latino, naturalmente, e anche il greco, che costituiscono serbatoi preziosi ai quali essa attinge nel corso di tutta la propria storia) e da rapporti di dare e avere con molti idiomi diversi, presenta una caratteristica del tutto particolare: pur sottoposta alle tensioni che producono i contatti con altre lingue e gli scambi con la variegata realtà dialettale (vivace e nient’affatto destinata all’estinzione, anche oggi i dialetti sono ben vivi), percorsa inoltre da normali processi di neoformazione da un lato e di obsolescenza dall’altro che ne modificano la struttura (grafia, fonomorfologia, sintassi e lessico), si caratterizza per una evidente riconoscibilità e una (relativa) stabilità in diacronia che conferiscono un aspetto in qualche modo familiare a opere anche remote della letteratura.

Quando Carlo Azeglio Ciampi, un grande Presidente della Repubblica, riceveva nelle sale del Quirinale gli studenti leggeva gli inizi di due poesie dedicate all’Italia: «Italia mia benché il parlar sia indarno» e «O Patria mia vedo le mura e gli archi, le colonne e i simulacri e l’erme torri». E chiedeva quale poesia fosse di Petrarca e quale di Leopardi, poeti vissuti a grande distanza l’uno dall’altro (Petrarca nel Trecento, Leopardi nell’Ottocento). Alcuni studenti rispondevano correttamente, altri no. Facendo quella domanda Ciampi intendeva sottolineare che la struttura dell’italiano era poco variata nel tempo, ancora riconoscibile e familiare, relativamente stabile nonostante la distanza di quasi cinque secoli tra le due poesie. E gli studenti, a volte sbagliando, pagavano lo scotto di uno dei difetti fondamentali della scuola italiana degli ultimi decenni, che ignora la pratica di mandare a memoria (errore clamoroso! Il ministero rimedi, in fretta!) e quindi deprime una facoltà importante del nostro cervello. Ma non solo: incapaci di distinguere la lingua di Petrarca da quella di Leopardi, gli studenti rivelavano di essere tutti immersi nel presente, tuffati in una nebulosa indifferenziata in cui la storia, la variazione e le date (le date, vituperatissime ma fondamentali per capire) perdono senso.

Ancorare la lingua alla storia, conoscere il passato per capire il presente, visto nei tanti aspetti positivi (che per fortuna esistono) e anche nelle forme di disgregazione, nei conflitti personali, nella aggressività e nella irrazionalità che sembrano caratterizzare gli anni che viviamo. Cercheremo di farlo nelle prossime puntate della rubrica. Partendo dalla lingua. Specchio primario di noi, degli altri, della società intera.


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Domenica 30 Giugno 2019 - Ultimo aggiornamento: 19:21