Quella breccia che fece Roma capitale d'Italia, raccontata da un cronista d'eccezione: Edmondo De Amicis

Lunedì 1 Febbraio 2021 di Eraldo MARTUCCI

Se le opere d'arte sono strumenti per interpretare la realtà, la Tosca di Puccini detiene forse il primato dell'aver saputo rappresentare in maniera perfetta l'autentico spirito di Roma. Uno spirito eterno che ha attraversato i secoli, e dall'età imperiale si è trasmessa alla Roma dei papi: la città della controriforma, di Pio IX, la capitale della cristianità e infine, dal 3 febbraio 1871, anche d'Italia. E l'unicità della Città eterna è data proprio dal suo essere duplice capitale, laica ed ecclesiastica, espressioni di mondi e tradizioni diverse.


È il 20 settembre 1870 la giornata fondamentale non solo per il giovanissimo Regno d'Italia, che completa la sua unità con la conquista appunto di Roma, ma anche per la storia mondiale perché segna la fine del millenario potere temporale dei papi dando inizio, tra molte difficoltà, ad una diversa presenza della Chiesa cattolica in Italia e nel mondo, che acquista così gradualmente la capacità di rappresentare valori universali.
E per il 150° anniversario della Breccia di Porta Pia attraverso la quale entrarono, dopo la poca resistenza degli Zuavi pontifici, i bersaglieri sotto il comando del generale Raffaele Cadorna, a rievocare quella data simbolo è lo storico Vittorio Vidotto nell'interessantissimo e affascinante saggio 20 settembre 1870.


«I primi colpi di cannone rimbombano alle 5 e un quarto. È l'alba del 20 settembre 1870. Tutte le esitazioni sono rimosse, tutte le ipotesi di una soluzione pacifica sono fallite. L'esercito italiano è pronto a conquistare Roma e a cancellare il millenario potere temporale dei papi - inizia così l'autore, già ordinario di Storia contemporanea alla Sapienza - l'obiettivo è unificare la nazione. Il nemico uno solo: il papa, Pio IX. Nella notte le truppe hanno raggiunto le posizioni prestabilite intorno alle antiche mura che difendono la città. L'artiglieria comincia a sparare contro Porta San Giovanni, contro i Tre Archi dove passa la ferrovia per Termini e contro Porta San Lorenzo».


«Più tardi, verso le 6 - continua - colpi di artiglieria inizieranno anche dall'altra parte della città, da Villa Pamphilj contro Porta San Pancrazio al Gianicolo. Ma sono tutti diversivi per disorientare e tenere impegnati i pontifici. Il vero attacco comincia alle 5.30 con la concentrazione del cannoneggiamento contro Porta Pia e Porta Salara e soprattutto contro il tratto di mura tra le due porte, privo di fossati e bastioni, che gli informatori hanno indicato come il più adatto ad aprire una breccia».


Il sottotenente Cocito del 12° bersaglieri fu il primo a superare lo sbarramento e con un messaggio al generale Cadorna diede il solenne annunzio che l'unità d'Italia era completata: «Ore 10. Forzata la Porta Pia e la breccia laterale aperta in quattro ore». La presa di Roma costò all'esercito italiano 48 morti e 141 feriti, mentre fra le truppe pontificie si registrarono 19 morti e 68 feriti.
«La porta Pia era tutta sfracellata; la sola immagine della Madonna, che le sorge dietro, era rimasta intatta; le statue a destra e a sinistra non avevano più testa; il suolo intorno era sparso di mucchi di terra; di materassi fumanti, di berretti di Zuavi, d'armi, di travi, di sassi. Per la breccia vicina entravano rapidamente i nostri reggimenti»: descrisse così l'evento il giovane cronista militare Edmondo De Amicis, che 15 anni dopo sarebbe diventato celebre con Cuore.


L'annessione di Roma al Regno d'Italia verrà ratificata dal successivo plebiscito del 2 ottobre. Dopo Porta Pia era il primo passo verso il completamento del processo di unificazione con Roma capitale il cui programma, sottolinea Vidotto, «era già stato indicato da Cavour in un discorso alla Camera subalpina l'11 ottobre 1860. E nel memorabile discorso alla Camera del 25 marzo 1861, pronunciato pochi giorni dopo la proclamazione dell'Unità, Cavour illustrava le ragioni storiche profonde che facevano di Roma la capitale naturale del regno d'Italia».


Ritornando a quel 20 settembre, un paio d'ore dopo l'ingresso delle truppe italiane in città attraversarono Porta Pia anche i giornalisti che avevano accompagnato tutta la spedizione. L'evento ebbe dunque una vasta eco sulla stampa internazionale, e i giornali di ogni città italiana dettero ovviamente grande spazio alla notizia. Come fece Il Cittadino Leccese del 21 settembre 1870 (custodito nell'Emeroteca Storica Salentina all'interno della Biblioteca Bernardini di Lecce), che riporta intanto i dispacci ufficiali del giorno prima trasmessi via telegrafo, tutti a firma del Presidente del Consiglio Giovanni Lanza, fra cui quello rimasto alla storia: «Le regie truppe sono entrate in Roma questa mane (20) per una breccia laterale a Porta Pia. Ma non si può dire che Roma ancora sia nostra». Fino all'annuncio della vittoria: «Verso le ore 10 a.m. s'inalberò bandiera bianca sopra tutte le batterie per ordine del Pontefice. Perdite lievi».


E pure a Lecce si festeggia, come scrive in un altro articolo il direttore della testata Enrico Lupinacci: «Finalmente le nostre truppe sono entrate in Roma. All'inizio della lietissima nuova il paese è già in festa. Una folla preceduta dal Sindaco e bande musicali ne percorre le vie: non si sente che il grido Viva Roma Capitale d'Italia.
Il giornale riporta anche la deliberazione del Consiglio comunale di Lecce che si espresse in questi termini: «interprete del voto de' cittadini, esprime le sue congratulazioni al Re e al governo per gli ultimi avvenimenti, che assicurano Roma all'Italia, e compiono l'Unità della Patria».

© RIPRODUZIONE RISERVATA